Roma: la forza della Comunità di Sant'Egidio e del suo "giro"

Articolo pubblicato il 25 luglio 2016
Articolo pubblicato il 25 luglio 2016

(Opinione) A volte può apparire stupido pensare di poter combattere da soli le disuguaglianze della società e la violenza utilizzando "una cena di quartiere a base di cocomero e pasta fredda". Ma quel che bisogna capire è che in realtà non esiste un "noi" ed un "loro", italiani e immigrati, ricchi e poveri, giovani e vecchi. Il punto è che "noi siamo loro".

Loro lo chiamano così, il "giro". Dicono «vieni, se puoi. Partecipa, collabora, dai il tuo contributo». D'altronde è gratis, stai bene e fai star bene anche altre persone. Si tratta di conoscere dei coetanei, ma anche altri "compagni" più avanti con l'età, altri ancora senza una fissa dimora. Tutti con l'incomprensibile, irreprimibile desiderio di comunicare e partecipare. Vogliosi di esprimere la propria gioia, le proprie idee, il proprio dissenso. Troppo allettante, troppo "giusto", ho capito subito che si trattava di una trappola.

Noi come loro

La prima volta che andai al giro rimasi interdetto, confuso, forse intimamente deluso.   Consisteva nel partire con un gruppo di ragazzi alla volta di uno o più indigenti, persone con le quali chiacchierare, mangiare, a volte litigare. Ti trovi là, con altri studenti come te, con una busta in mano piena di viveri e ti scontri con la cruda realtà. Loro sono un po' tristi, non sai come rapportarti, cosa dire, quali siano i limiti ed i codici non scritti insiti in un rapporto del genere. Forse tacere, mostrare euforia, comprensione, magari malcelata indifferenza? Il giro sembra facile, ma la prima volta lascia l'amaro in bocca (almeno a me). Perché farlo? Aiuta davvero, posso io da solo o con altri coetanei senza particolari mezzi essere d'aiuto? Chissà, intanto però al primo ne segue un secondo, e poi un terzo. Però il rapporto è asimmetrico, questa storia puzza di falsità e ipocrisia. Forse siamo ipocriti, ma andiamo avanti. Il lavoro, l'università, mica abbiamo tempo da perdere "noi". E poi in fondo siamo tutti fragili, tutti a rischio, tutti vittime della precarietà e della spietata competizione. Siamo sul mercato, nelle mani del neoliberismo e della morte del welfare state, noi come loro. Abbiamo paura degli attentati, della politica, delle autorità, noi come loro. Rifuggiamo la società atomizzata, l'incomprensione degli altri, la solitudine, l'incertezza. Noi come loro.

Noi con loro

Ma cosa dici ad un barbone? Cosa fai con una persona che vive in roulotte? Dai, siamo seri, è tempo perso. Di questo si devono occupare le istituzioni, non i cittadini. Noi dobbiamo correre per mostrare la nostra bravura e la nostra intelligenza al mondo. Il bisogno di aggregazione può venir meno di fronte a tutto ciò. Queste cose le lasciamo a chi ha tempo da perdere, a chi, oppresso dal tedio, non ha nulla di meglio da fare, a chi leggendo Terzani scambia l'utopia per la realtà. Accogliere migranti, cercare una sistemazione a chi non ce l'ha, donare cibo a chi ha fame e vestiti a chi ha freddo... Bazzecole (bibliche) insomma. Poi, si sa, il volontariato dà grande soddisfazione, e appaga sia chi lo fa sia chi lo riceve. Ma sono dettagli, o forse no. Quella voglia di stare insieme, di eludere i timori dell'uomo, di dimenticare la miseria della vita, ci accomuna tutti. Noi con loro.

Noi siamo loro

Perché le paure ataviche, se non calmierate, condivise, dissipate, sono quelle che guidano le azioni della nostra vita. Sono quelle che ci fanno compiere una violenza, una sciocchezza, un attentato. Sono però anche quelle che si sciolgono nella condivisione della vita. Tra ricchi e poveri, giovani e vecchi, italiani e stranieri, intelligenti e stupidi. La paura è vinta dalla condivisione, dalla comunità. Come dicono gli spagnoli "compartir es vivir". E come disse una volontaria poco tempo fa, in occasione di una cena organizzata a Piazza Gimma (Roma) dove parteciparono persone di tutte le età, etnie e situazioni sociali: «Come rispondere in seguito all'ennesimo attentato? Forse è semplicemente questa la risposta». Ci ho pensato un attimo, devo ammetterlo. Le ho creduto subito, «È verissimo» pensai. Però poi no, in società non puoi rispondere ad un attentato con una cena di quartiere a base di cocomero e pasta fredda. Siamo seri, abbiamo le bombe, usiamole, siamo in guerra. Poi ci ripenso, faccio una pausa e torno indietro. Riconsidero tutto: gioie, dolori, vittorie, piccole azioni quotidiane. Quelle necessità che ci rendono tutti simili, tutti uguali, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche. Noi come loro.

Allora ho capito. Il giro serve a pensare la società, a conoscerne i limiti e le qualità, a fare un po' d'introspezione da strada, a riflettere sul presente cercando di delineare il futuro che vogliamo. Il giro serve a capire chi siamo "noi" e chi sono "loro". Il giro serve a capire che noi siamo loro.