Road map, la quadratura del cerchio

Articolo pubblicato il 14 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 14 dicembre 2004

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Dopo la morte di Arafat, palestinesi e israeliani hanno un’opportunità storica per far rinascere il Processo di Pace.

L’Onu disegnò, nel 1947, le frontiere tra israeliani e palestinesi. Un anno più tardi, gli israeliani decisero di proclamare il proprio stato. Gli arabi dell’area si opposero. E la prima guerra era servita... così come quelle che vennero poi. Israele, nel 1967, invase Gaza, la Cisgiordania e parte di Gerusalemme. Da allora e fino ad oggi continua l’occupazione con una comunità internazionale inerte. In ogni caso, il curriculum dei palestinesi non è esente da macchie di sangue. Un solo, tragico esempio: nel 1972 un commando palestinese assassinò undici atleti israeliani durante i giochi olimpici di Monaco.

Dal naufragio di Taba alla “passeggiata” di Sharon

Il cambio di millennio ha avuto un impatto favorevole sul Processo di pace. Lo ha dimostrato, nel luglio 2000, il vertice di Camp David, convocato dall’Presidente Usa di allora, Bill Clinton, per negoziare la sovranità di Gerusalemme. Questo vertice fu un fallimento perché, durante il vertice di Taba, Arafat abbandonò il tavolo dei negoziati senza accettare le ampie concessioni del primo ministro israliano dell’epoca, Ehud Barak. La complessa questione di Gerusalemme era il vero pomo della discordia.

Poco dopo, Sharon affondava una volta per tutte le poche possibilità di ottenere la pace: la sua provocatoria “passeggiata” alla spianata delle moschee nel settembre 2000 provocò un polverone nella zona. E l’inizio della seconda Intifada. Che condusse, l’anno seguente, alla vittoria di Ariel Sharon alle elezioni israeliane. Uno Sharon che avrebbe poi annunciato apertamente che ripartire dagli accordi di Taba era fuori discussione.

La Road Map, carta straccia

La Road Map fu proposta dal Quartetto di Madrid (Stati Uniti, Ue, Russia e ONU) ad aprile del 2003 come un gesto del mondo arabo dopo la guerra d’Iraq. A parte Israele e Palestina, non dobbiamo perdere di vista il ruolo che giocano altri paesi della zona come Iran e Siria, due dittature teocratiche che non riescono ad accettare la democrazia d’Israele. Come si può firmare la pace se da Damasco a Teheran si muovono i fili del terrorismo palestino? In questo modo, difficilmente un dirigente, israeliano o palestino, potrà firmare la pace.

D’altro canto, l’Unione Europea, malgrado il ridicolo, ha annunciato che farà un piano d’azione a margine del Quartetto per ottenere la proclamazione di uno stato palestino basato sulle frontiere del 1967 e che rispetterà lo spirito della Road Map. Forse lo fa per sforzarsi di dimostrare che niente è ancora perso, però la lunga durata del conflitto e l’escalation della sua gravità obbliga delle relazioni diplomatiche che prendino in considerazione tutti gli elementi e si riflettino in un accordo internazionale. L’intervento del Quartetto è necessaria per diverse ragioni, però soprattutto per avanzare nella trattative stabilendo fasi, calendari, obiettivi e criteri clari. E tutte e due le parti in conflitto devono implicarsi allo stesso modo.

La presenza internazionale è necessaria anche per altri motivi. Primo, perché è il centro di massima tensione del Vicino Oriente. In secondo luogo, perché a questi livelli bisogna trattare tutto insieme. E infine, l’intervento internazionale è obbligatoria perché le due parti si trovano in una situazione di disuguaglianza, uno è uno stato sovrano e l’altro no.

Sharon, come gli pare a lui

Nel frattempo, la politica di Ariel Sharon si indurisce a passi da gigante. Il dirigente israeliano decide dare un colpo al cerchio e uno alla botte, e prima decide costruire il muro e dopo propone la ritirata di più di settemila coloni dalla striscia di Gaza nel 2005. Non è altro che una strategia per consolidare i grandi insediamenti ebrei nella zona della Cisgiordania, occupata da Israele dall’anno 1967.

Inoltre Sharon ha espresso pubblicamente che non segue la Road Map, proscritta a causa della violenza e le vendette reciproche tra israeliani e palestinesi. Il piano prevede che Israele cessi la costruzione di insediamenti ebrei nei territori occupati e la fine degli attentati per ottenere la creazione di uno stato palestino.

La Palestina deve fare la sua mossa

Da parte sua, il Quartetto vede di buon occhio questo piano di evacuazione di Sharon come l’opportunità di restituire la Road Map. Il piano prometteva la creazione di due stati a fine 2005. Questo non sarà possibile. Per il momento. Lo annunciò lo stesso Solana, Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza Comune, che ripete che la UE difenderà questo piano come l’unica salita per la pace tra israeliani e palestinesi.

In questo contesto, non perdiamo la bussola. La causa palestina non nasce a favore dei palestinesi, ma come un identità in negativo: contro gli ebrei. I palestinesi radicali devono lasciare le armi e il governo di Sharon abbandonare il terrorismo di stato. La Palestina però deve fare per prima la sua mossa: eleggere un presidente che si converta in un interlocutore valido per un futuro di pace nel Vicino Oriente... Questo sì, con il permesso dei suoi vicini arabi.