Ritratto della gioventù iraniana

Articolo pubblicato il 09 luglio 2003
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Articolo pubblicato il 09 luglio 2003

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Perchè i giovani prenderanno il potere. A Teheran.

Nel momento in cui gli alfieri del “mondo libero” si compiacciono per la liberazione del popolo iracheno, l’Iran è in ebollizione. Gli Stati Uniti sembrano in effetti avere nel mirino il terzo elemento dell’“asse del male”. A Teheran, mentre le autorità riaffermano il loro disprezzo per il “Grande Satana”, alcuni si preparano a commemorare il quarto anniversario delle rivolte del 9 luglio 1999. All’epoca, un inasprimento della legislazione sulla libertà di stampa aveva provocato la rivolta degli studenti di Teheran. Le manifestazioni erano state represse nel sangue (5 morti di cui 2 defenestrati, 200 persone arrestate e dei medici massacrati per avere voluto soccorrere i feriti). Da allora, l’SMCCDI (Student Movement Coordination Committee for Democracy in Iran, meglio noto sotto il nome di “Daneshjoo”), ispiratore delle manifestazioni, è diventato un’organizzazione di ampia portata con numerosi sostegni all’estero.

L’attenzione si concentra oggi sui giovani iraniani: si decideranno a realizzare questa rivoluzione a cui tanta gente aspira? I giovani d’oggi (ed in particolare gli studenti) si presentano come la generazione che vuole stabilire la democrazia sulla terra di Ciro (cf. Le Monde del 30 guigno). Le analisi relative alla giovinezza iraniana sono tuttavia per lo più parziali e di parte. Da un lato i pochi dati provenienti dal paese sono un po’ gonfiati e difficilmente verificabili; dall’altra gli studi condotti dall’esterno comportano un gran numero di approssimazioni. Inoltre, non è materialmente possibile condurre sondaggi rappresentativi di questi temi ed prendere davvero il polso dell’opinione pubblica iraniana.

Abbasso l’effetto zoom!

In Occidente siamo spesso vittime dell’effetto zoom: i rari movimenti studenteschi molto mediatizzati (essenzialmente quelli del SMCCDI) vengono presentati come se fossero indicativi di tutti i giovani dell’Iran. Qualche cifra può esserci d’aiuto: il 60% dei 70 milioni d’Iraniani hanno meno di 25 anni. Ciò vuol dire che quasi la metà degli Iraniani hanno conosciuto solo la Repubblica Islamica. La nostalgia dei tempi dello Shah, che si presume essere molto viva tra i giovani, sarebbe dunque difficile da spiegare. Inoltre, sui 70 milioni di Iraniani, si contano circa 1,5 milioni di studenti: il numero è notevole, (pressoché uguale al numero di studenti in Francia), ma relativamente modesto rapportato al numero di giovani in età di studio. I movimenti studenteschi sarebbero dunque rappresentativi solo di una parte della gioventù. Da Parigi o New York sentiamo solo i giovani che parlano un linguaggio a noi accessibile: lo SMCCDI l’ha ben capito e attinge allegramente al repertorio d’azione delle ONG occidentali. Manifestazioni permanenti, colpi mediatici, dimostrazioni di massa accompagnate da comunicati stampa in inglese e video amatoriali… Tali mezzi di comunicazione trovano una forte eco in Occidente, mentre le contro-manifestazioni più tradizionali organizzate dai conservatori passano spesso inosservate.

I giovani di Teheran con cui sono in contatto via Internet mi raccontano spesso le serate che organizzano tra amici: ascoltano Tartan o Britney Spears, bevono vodka all’arancia e si abbandonano ad ogni tipo di gioco sessuale… Ma in un Paese in cui il reddito medio non supera i 1750 dollari l’anno pro capite, quanti giovani riguarda questo fenomeno?

Sembra che siamo tanto più sensibili alla miseria della gente che ci assomiglia. Ma è indispensabile disfarsi dell’effetto zoom che consiste nel generalizzare a tutti i giovani le preoccupazioni ed i valori che riguardano invece solo una minoranza di loro.

Ma cos’è un giovane iraniano oggi. E’ innanzitutto una persona cresciuta in un contesto fortemente islamizzato (al contrario dell’epoca dello Shah in cui l’Islam era offuscato dalla cosiddetta “iranità”). La sua infanzia è stata segnata dalla guerra (una guerra di otto anni contro l’Iraq, di cui restano ancora molte piaghe aperte). E’ povero (più della metà degli Iraniani vivono sotto la soglia di povertà) e una delle sue preoccupazioni principali è trovare lavoro. C’è qualcuno che ha sviluppato un senso di partecipazione attiva agli affari pubblici (in Iran si vota a 16 anni, e le donne sono molto attive nella vita sociale e politica).

La gioventù è in marcia … e niente la fermerà

Ma è pur vero che se i giovani iraniani non sono tutti membri di « daneshjoo», essi sono tuttavia accomunati dalla voglia d’agire. La società iraniana è percorsa da numerose tendenze che finiscono per influenzare la mentalità.

E’ sicuramente nell’ambito dell’arte e della cultura che si possono notare i progressi liberali più considerevoli: “La mela”, girato da una Samira Makmalbaf diciottenne, “Il vento ci porterà via” di Abbas Kiarostami, omaggio alla sulfurea poetessa Forough Farrokhzad (le cui opere di poesia erotica sono censurate); i primi concerti di rock iraniano nei campus della capitale… Esempi di un’apertura culturale progressiva (anche se le liste nere di artisti restano una triste realtà). Allo stesso tempo, dinanzi al traffico di film stranieri, i guardiani della rivoluzione, impotenti, sono spinti a tollerare la loro detenzione (per “uso personale”) per concentrarsi sulla repressione della vendita di questi film. Le parabole abbondano impunemente sui tetti della capitale. Oltre a queste conquiste culturali, anche le libertà individuali registrano progressi: le mèches sulle capigliature femminili, sinonimo di stravaganza all’inizio degli anni ’80, fuoriescono ormai dal velo con nonchalance. Se, dopo la rivoluzione, era impensabile che un uomo ed una donna senza vincoli di parentela o legami di sangue potessero uscire insieme, mano nella mano, delle coppie di giovani si mostrano ormai liberamente in luoghi pubblici. Alcune cifre ci permettono ormai di pensare che gli Iraniani sono sensibili ai grandi giochi politici del loro Paese: i tassi di partecipazione particolarmente elevati ed il risultato incoraggiante che ha portato Muhammed Khatami alla presidenza nel 1997 ne sono una prova. Scegliendolo, la popolazione ha voluto evidenziare la sua opposizione all’ala dura del regime. Ridotto all’impotenza da una costituzione che dava in ogni ambito l’ultima parola alla guida, Khatami ha visto cadere la sua popolarità. La sua corrente è stata sconfessata l’anno scorso durante le elezioni municipali in cui il tasso di partecipazione vicino al 20% ha espresso un vero e proprio boicottaggio alle urne. Boicottaggio che, al di là delle considerazione di parte, evidenziava una rimessa in discussione del regime nel suo insieme. Inoltre, la repressione del nazionalismo iraniano da parte dei tenenti della rivoluzione islamica ha avuto un effetto boomerang. Oggi è cantando «Ey Iran» (l’inno nazionale dei tempi dello Shah) che gli studenti si riversano nelle strade.

Se la monarchia ha concesso delle libertà in questi ultimi anni, non può tuttavia dirsi meno totalitaria e tirannica, come hanno dimostrato gli avvenimenti del 9 luglio 1999. Bloccata in un’impasse politica (poiché le regole democratiche si rivelano inefficaci), la gioventù sembra ormai avere come unica opzione la rivolta. E rivolta ci sarà. Forse anche rivoluzione.

Ma contrariamente alle aspirazioni dell’Occidente e della diaspora iraniana, non si tratterà verosimilmente né di un ritorno al regime imperiale, né dell’instaurazione di una democrazia laica all’occidentale: l’essenza della libertà di un popolo è di poter costruire da solo e progressivamente il proprio modo di funzionamento politico.

Coloro che si augurano sinceramente che il popolo iraniano possa un giorno vivere in pace con se stesso possono fidarsi della gioventù iraniana. Come scriveva Hafez, celebre poeta persiano: “al fondo della disperazione c’è sempre la speranza, la fine della notte nera è l’alba bianca”.