Rilke, poeta apolide europeo

Articolo pubblicato il 22 ottobre 2007
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Articolo pubblicato il 22 ottobre 2007
Dopo la Prima Guerra Mondiale e la disintegrazione dell’Impero Austrungarico Rilke divenne un apatride. Di qui ad essere considerato uno dei primi poeti puramente europei della nostra epoca il passo è breve. Un personaggio distaccato dalle passioni nazionaliste dei suoi coetanei.
Nato a Praga nel 1875, sepolto in Svizzera nel 1927, il poeta Rainer Maria Rilke visse in prima fila la disgregazione dell’Europa degli imperi e delle aristocrazie. Figlio di una famiglia dell’elite austrungarica, passò metà della sua vita viaggiando attraverso tutto il continenente, fragile salute permettendo. Coltivò numerose amicizie per via epistolare. Germania, Francia, Italia, Svezia, Belgio, Olanda, Spagna, Russia, Svizzera... moltissimi furono i Paesi che accolsero lo scrittore che quasi non fece ritorno alla sua città natale. Dopo la Prima Guerra Mondiale e la disintegrazione dell’Impero Austrungarico Rilke divenne un apolide. Di qui ad essere considerato uno dei primi poeti puramente europei della nostra epoca il passo è breve. Un personaggio distaccato dalle passioni nazionaliste dei suoi coetanei.

Castillo de Duino, en Italia, donde Rilke pasó largas temporadas (Foto, Deanz/Flickr)Il Castello di Duino, vicino a Trieste, dove Rilke trascorse lunghi periodi

Di fatto, da quando era molto giovane, Rilke ha sempre considerato l’Artista un essere «senza nessun’altra patria oltre a se stesso», rifiutando di catalagarsi ai creatori come di una nazionalità o di un’altra: «Che l’Arte, nella sua cima, non possa essere nazionale, fa in modo che ogni artista nascia, parlando con precisione, all’estero» scrisse alla poetessa russa Tsvetaieva. Non sorprende quindi che il poeta praghese, abituato a scrivere in tedesco, usasse anche senza problemi il francese per comporre i suoi versi, praticando un multilinguismo eccezionale nella Storia della Poesia europea. Una tendenza discreditata negli anni Sessanta, quando poeti come Paul Celan affermarono di «non credere al bilinguismo nella poesia». Sono pochi in effetti i poeti europei che hanno deciso, aneddotticamente, per di più, di esprimersi in diverse lingue: Samuel Beckett, Rafael Alberti... Ciò che fa di Rilke un poeta moderno è la sua concezione della vita dell’artista come esperienza votata alla scoperta del proprio mondo interiore, piuttosto che alla ricerca del riconoscimento esterno. La sua concezione individualista della solitudine, nella quale si trova l’Uomo, in ogni momento della sua vita, ha segnato intere generazioni di poeti del Ventesimo secolo, fino ai nostri giorni. Le sue lettere al giovane poeta tedesco Kappus – importantissime nella storia della letteratura come nelle sue poesie – ci svelano un semplice manuale sull’attitudine che, a suo dire, ogni artista deve educare in se stesso per completare il proprio sviluppo come tale.

Due poesie redatte in francese, verso la fine della sua vita.

La nostra penultima parolasarebbe una parola di miseria,ma davanti alla coscienza madrel’ultima sarà bella.Perché bisognerà riassumeretutti gli sforzi di un desiderioche nessun sapore di amarezzasaprebbe contenere.*******Fermiamoci un poco, chiacchieriamo.Sono ancora io, stasera, a fermarmi.siete ancora voi ad ascoltarmi.Un po’ più tardi altri giocherannoa fare i compagni di stradasotto questi splendidi alberi che ci prestiamo.