Rifugiati: una giornata negli accampamenti parigini

Articolo pubblicato il 03 maggio 2018
Articolo pubblicato il 03 maggio 2018

La Francia ha appena votato una delle leggi più severe in materia di immigrazione. Un programma che sicuramente non faciliterà la vita ai rifugiati che chiedono asilo nel paese. Mi sono recato a Porte de Chapelle, a Parigi, dove le condizioni di accoglienza sono più che mai inadeguate. 

Per la serie YoTambien facciamo un'immersione nelle cinque tematiche dello Yo!Fest in occasione dell'evento EYE2018, il più grande festival politico europeo dedicato alle giovani generazioni. Si tratta delle questioni più importanti del nostro tempo per i giovani. Questa settimana parliamo della crisi migratoria.

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Ore 8:30. Delle persone si trovano sulla spianata Nathalie Sarraute per servire la colazione ai rifugiati che passano la notte nella Chapelle, nel 18esimo distretto di Parigi. Tra qualche ora, il posto sarà frequentato da gente completamente diversa. Locale alla moda dei parigini, il bar-ristorante Les Petites Gouttes apre le sue chaises longues in attesa di un Dj-set, un evento giovanile molto dinamico. Tappeti berberi, mobili arcadi e cabine fotografiche: c'è tutto l'occorrente per una serata di divertimento e di svago. 

« La fine di questo fottuto mondo »

Sono con Samir* (il nome è fittizio), professore di storia siriano arrivato a Parigi nel settembre 2016.  E' con lui che passo la giornata visitando diversi campi di rifugiati situati nel nord della capitale. Professore di Deraa (nell'estremo sud-ovest del paese), Samir ha lasciato la Siria alla fine del 2012 per raggiungere la Francia quattro anni più tardi. Rattristato alla vista di tante persone che dormono sulle strade di Parigi, dedica buona parte del suo tempo ad ascoltare e aiutare i nuovi arrivati. Secondo lui, il tessuto sociale è spaccato tra governo francese e rifugiati. «Dei nuovi progetti sociali potrebbero risolvere i problemi relazionali. I rifugiati devono aprirsi ai francesi e il governo dovrebbe cercare di integrarli senza ignorare la loro identità culturale», sottolinea. Per Samir è indispensabile cercare di fornire un aiuto morale e finanziario, perché è proprio la mancanza di sostegno ad essere all'origine delle divisioni. « Dobbiamo considerarli innanzitutto come degli esseri umani, e non solo dei rifugiati. E' il senso di abbandono a creare la vergogna e a ergere muri all'interno della società ».

Samir mi invita a seguirlo in un posto di tutt'altro genere. C'è un tavolo lungo un muro, dove alcuni volontari estraggono thermos e bicchieri di plastica dai cartoni.  Tutte le mattine, di fronte al centro sportivo Michèle Ostermeyer, l'associazione Quartiers populaires mette a disposizione té, caffé, cioccolata da spalmare, fazzoletti di carta, vestiti caldi e coperte. Un gruppo di rifugiati si avvicina timidamente ai volontari. « Oggi sono una quindicina. Ultimamente ce n'erano duecento ». Berretto in testa e sciarpa rossa al collo, Benoit Alavoine si occupa della distribuzione chiedendosi: « Come mai questa differenza? Il Ramadan si avvicina. Non sono obbligati a farlo, ma lo fanno lo stesso. Molti sono alla Villette e abitano in un nuovo campo di 2000 persone», spiega il quarantenne. Dopo la chiusura del centro di accoglienza umanitario della Chapelle, il 30 marzo, i rifugiati hanno dovuto trovarsi un altro posto in cui dormire. Ma l'organizzazione avrebbe dovuto mandare gli immigrati in altre strutture idonee. Ore 9:30 passate, i volontari lasciano la sala per andare al lavoro. Decido di dare il cambio nella distribuzione  insieme a Samir e mi occupo dei panini. Ne approfitto per parlare con gli immigrati che arrivano, per la maggior parte originari del Sudan e dell'Eritrea. 

Qualche giorno prima, mi ero recato al centro sopracitato in occasione della sua chiusura. La direzione, compartita tra Emmaüs e il comune di Parigi, spiegava allora che, per la buona riuscita della transizione, sarebbero state messe a disposizione cinque strutture (la data resta incerta, ndlr), principalmente in area parigina. Nelle vicinanze, la tensione è pesante come il piombo. Una famiglia siriana è appoggiata a un albero. Davanti ai portici, un agente si occupa della sicurezza. Senza « certificato di residenza » è impossibile passare. Eppure, noto che viene riservato un trattamento diverso a un gruppo di persone davanti a me, che entrano senza problemi. Tra loro, riconosco il giovane attore Alex Laughter, protagonista della serie del momento « The end of the F*** world » (La fine del fottuto mondo, ndt). E' venuto ad assistere ad una performance che si svolge nella « bolla », una scena itinerante a forma di cupola installata temporaneamente nel quartire. 

Supportato dall'associazione britannica Good Chance Theatre, il luogo accoglie parigini e rifugiati in uno spettacolo settimanale chiamato « Hope Show », tradotto letteralmente con show della speranza. Ghadir Abbas, un giovane iracheno di 22 anni, ospitato dal centro per 24 giorni, è uno dei pochi ad aver trovato un alloggio dopo la chiusura della struttura.  « Mi hanno temporaneamente trasferito in un hotel a Argenteuil. Ci abito con un altro rifugiato iracheno » spiega indicando il suo amico, oggi su una sedia a rotelle. Dopo aver perso più membri della famiglia negli scontri con Daech, il giovane originario di Baghdad ha deciso di lasciare l'Iraq. «  Ho sempre vissuto nel terrore », confida, le braccia ricoperte di cicatrici. Come il 90% delle persone ospitate nel centro di prima accoglienza della Chapelle, è incappato nella trappola del Regolamento di Dublino, secondo il quale deve fare domanda nel primo paese europeo che l'ha esaminato. Nel caso di Ghadir, è in Finlandia che sono state prese le sue impronte digitali. Solo che il paese ha rifiutato le sue cinque domande di asilo. « Mi hanno risposto che l'Iraq al giorno d'oggi è sicuro, e che avrei dovuto tornarci ». E' quello che ha fatto prima di andare, alla fine, in Francia. 

Politiche di accoglienza

Nel 2015 e nel 2016, 2,5 milioni di persone hanno chiesto asilo in Europa. Per la sua ridondanza amministrativa, l'articolo 15 della Convenzione di Dublino è stato oggetto di numerose critiche che mettono in luce il suo considerevole impatto sulle persone. Un costo umano che cerca di tamponare Yann Manzi, cofondatore di Utopia 56, un'associazione maggiore della Chapelle che si occupa dell'alloggio dei rifugiati.  L'organizzazione di oltre 6000 membri critica innanzitutto una politica « di selezioni e di espulsioni », ragione per cui si è ritirata dal centro umanitario , e denuncia un' « ingerenza negativa » da parte dello Stato, destinata a  penalizzare i migranti.

« La Francia e l'Europa fanno di tutto per far desistere queste persone » sostiene Yann, a proposito della politica di « non accoglienza » del governo Macron. « Accogliendoli in una maniera inappropriata, si fa passare un messaggio. Gli immigrati in Francia costituiscono lo 0,7% della popolazione. Bisogna rendersi conto che è innanzitutto un problema politico », lamenta, riferendosi alla rimonta dei nazionalismi in Europa. Parole che riflettono la rabbia di numerose associazioni di fronte al nuovo progetto di legge « Asilo e immigrazione », presentato dal Ministro degli Interni  Gérard Colomb. Votato in prima lettura all'Assemblea Nazionale del 22 aprile, mira a ridurre i tempi di attesa per le domande di asilo e a migliorare le proroghe alle frontiere. Una concezione dell'immigrazione che accende molte polemiche nel paese, fino all'accusa di avvicinarsi  in questo modo alla politica migratoria del Front National. « E' pazzesco. Con questa nuova legge che stanno preparando, il governo potrà arrestare i cosiddetti dublinati », spiega il volontario, in riferimento alla durata della detenzione che, secondo il nuovo progetto di legge, sarebbe tra i 45 e i 90 giorni. Di più ancora se l'immigrato insiste nel far valere i propri diritti. 

Samir ed io torniamo indietro: direzione boulevard de la Villette. Samir vuole farmi vedere il famoso « marciapiede della vergogna », davanti alla sede di France Terre d’asile, destinata all'accoglienza dei richiedenti asilo (PADA). Diversi accampamenti di fortuna sono allineati lungo il marciapiede. Per poter accedere ai servizi, i rifugiati dormono sul posto, certe volte per più notti di fila. « Finché la procedura di accesso all'alloggiamento sarà così complicata, ci saranno sempre rifugiati nelle strade di Parigi », mi informa Pierre Henry, il direttore generale. 

Solidarietà, risse e Talibani 

Ahmet, un giovane afghano di 20 anni, vive da dieci giorni in una tenda che divide con un amico. I due uomini hanno dovuto lasciare l'Afghanistan in seguito ai problemi di sicurezza causati dai talibani. Incoraggiato dalla sua famiglia, Ahmet ha lasciato Kaboul nel 2015. Nel suo percorso, ha attraversato l'Iran, la Turchia, lo Yemen, la Macedonia, l'Ungheria, poi la Svezia, dove è riuscito a trovare alloggio in una struttura gestita dall'Ufficio nazionale svedese dei migranti. Un'esperienza breve, perché ha avuto la stessa cattiva sorte di Ghadir ed è stato respinto. « L'esame di domanda d'asilo si svolgeva ogni tre mesi. Nonostante mi avessero inizialmente accettato, mi hanno poi detto che dovevo tornare in Afghanistan perché non c'erano più i talibani e quindi non c'era più pericolo », racconta. Ha lasciato la Svezia per andare in Germania e si è trasferito in un campo di Amburgo di 2 000 persone. E' lì che ha conosciuto Fazil* (il nome è fittizio), l'amico afghano con cui al momento divide la tenda. I due non sanno che la sede di accoglienza sarà presto trasferita nel boulevard Ney. « Probabilmente all'inizio del mese di maggio », precisa Pierre Henry. Una soluzione insufficiente, secondo lui. « E' più di un anno che lo ripeto. Ci vuole un organo nazionale di prima accoglienza, con strutture distribuite in tutti i capoluoghi ». Nel mentre, le condizioni igieniche e di sicurezza per i richiedenti asilo peggiorano. 

« Ieri c'è stata una rissa», mi racconta Ahmet. « Dei rifugiati di un altro campo ci hanno attaccati. La polizia ha visto tutta la scena. Ma non ha fatto nulla ». Una situazione nota agli abitanti, che deununciano anche loro  problemi di violenza e di mancanza d'igiene. Ahmet sostiene di essere ben visto dagli abitanti del quartiere, che gli portano coperte e cibo. Ma crede che le sue priorità ora siano altre. « Vorrei riprendere la scuola. Voglio studiare e lavorare. L'abitazione verrà dopo». 

Più passano le ore più mi accorgo che Samir è in realtà un personaggio conosciuto nel quartiere. Che sia con i membri di Good Chance Theatre o dell'associazione Quartiers populaires o semplicemente con gli abitanti della zona, l'espatriato siriano assume improvvisamente un'aura da angelo custode. All' ora di cena un uomo lo cerca per confidarsi con lui e parlare della sua situazione. Se è abbastanza riservato sulla sua vita, Samir ascolta le persone che incontra. « Una rete di amicizie », mi confida, che gli ha permesso di ottenere un lavoro e un alloggio. 

La mia giornata è quasi terminata. Ringrazio Samir per avermi dedicato il suo tempo e vado verso la stazione metro Jaurès. Nel tempo di una fermata, la linea sopraelevata presenta un panorama unico sul boulevard. In lontananza sul canale de l’Ourcq distinguo la terrazza del Point Éphémère con ai suoi piedi un grappolo di tende colorate. Nel bar, la festa comincia.  

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* | Yo!Fest

Cafebabel è media partner dello Yo!Fest, il festival politico per giovani generazioni organizzato dall' European Youth Forum che mescola dibattiti politici a workshop e musica live e performance. Il festival è ancora una volta organizzato nell'ambito dell'European Youth Event - EYE2018 presso il Parlamento europeo di Strasburgo. Il #EYE2018 offre un'opportunità unica per 8000 giovani europei per far sentire la propria voce e dare una nuova visione dell'Europa. Questa serie esplora le cinque tematiche al centro dei cinque eventi: Keeping up with the Digital Revolution, Staying Alive in Turbulent Times, Working out for a Stronger Europe, Protecting our Planet and Calling for a Fair Share. Seguite EYEeYo!Fest sui social media!

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