Rifugiati: integrazione su undici ettari di terreno

Articolo pubblicato il 28 aprile 2016
Articolo pubblicato il 28 aprile 2016

Piemonte, Italia. Sono le sei del mattino, il sole si alza appena all'orizzonte. Sei uomini percorrono con le loro biciclette i sentieri sterrati tra i vigneti. La meta è un appezzamento di 11 ettari, dove si coltivano uva, cereali e verdure. Sono tutti africani e sono sbarcati due anni fa in Europa. Nell'agricoltura hanno trovato una prospettiva per il futuro.

La cooperativa Crescere insieme permette a questi uomini di lavorare. Ha sede ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria, e si impegna per le minoranze: anziani, persone con disabilità, uomini e donne che vivono in condizioni difficili, ma anche profughi. Il progetto agricolo è nato nell'ambito dei programmi dedicati ai rifugiati. Il quarantaduenne Davide Colleoni è il coordinatore dell'iniziativa: «Da un anno e mezzo lavoro per la cooperativa,» racconta, «prima facevo tutt'altro lavoro». Otto mesi fa, Davide ha accolto la proposta di realizzare un progetto di agricoltura biologica con i profughi: «Ho studiato agraria, ma non avevo mai fatto nulla nel settore,» rivela, eppure ha accolto la sfida, ha ripreso i libri in mano e rinfrescato le sue conoscenze. Il progetto dovrebbe servire all'integrazione dei migranti, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche sul piano lavorativo. 

L'iniziativa è partita lo scorso dicembre, in collaborazione con SPRAR, il servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. «Lo SPRAR era molto interessato al progetto e ci ha sostenuti finanziariamente,» ricorda Colleoni. La cooperativa ha a disposizione undici ettari di terreno. I vicini hanno ceduto gratuitamente i loro appezzamenti inutilizzati: «Abbiamo parlato con loro e spiegato il nostro progetto: erano tutti entuasiasti e felici di mettere i loro terreni a disposizione per un progetto di carattere sociale», racconta il responsabile. Nella maggior parte dei casi, i terreni erano incolti, perché gli agricoltori del luogo sono ormai troppo anziani per coltivarli. Nella regione si registra infatti un intenso fenomeno di abbandono da parte dei giovani: nessuno si occupa delle terre di famiglia. La superficie a disposizione della cooperativa comprende cinque ettari di vitigni e due ettari di verdura. Il resto dei terreni è dedicato alla coltivazione dei cereali ed è punteggiato di noci. «Pratichiamo esclusivamente agricoltura biologica,» sottolinea Colleoni. 

Prima la lingua, poi il lavoro

I proprietari hanno messo a disposizione gratuitamente i loro terreni per un arco di tempo di dieci anni. Nonostante questo, sono molti i costi che, otto mesi fa, quando l'iniziativa è partita, bisognava affrontare: «Ovviamente una parte del progetto è stata finanziata dalla cooperativa,» spiega Colleoni, «ma abbiamo ricevuto supporto da più parti». Una fondazione che sostiene l'agricoltura biologica e una banca hanno finanziato il progetto con ulteriori contributi. In primo luogo, la cooperativa ha acquistato i macchinari necessari: un trattore e una mietitrebbiatrice. Infine sono stati reclutati sei rifugiati che lavorassero nel settore agricolo. La cooperativa si occupa di un centinaio di persone: «sei di loro erano veramente interessati,» ha spiegato Colleoni, poiché nel loro Paese d'origine avevano già lavorato la terra insieme ai loro genitori. Provengono da Mali, Gambia, Eritrea, Senegal e Costa d'Avorio. Il più giovane ha 17 anni, il più vecchio trenta.  

«Sono arrivati in Italia due anni fa: allora non conoscevano ancora l'italiano,» ricorda Colleoni. Presto però divenne loro chiaro che la conoscenza della lingua era fondamentale per trovare lavoro, così iniziarono a frequentare corsi di lingua. «All'inizio volevano soltanto lavorare il prima possibile,» racconta Colleoni, con il quale si facevano capire in inglese, francese, oppure a gesti. «Adesso parliamo soltanto italiano,» dice il coordinatore, orgoglioso dei progressi dei giovani. Durante questi otto mesi, i giovani hanno continuato a frequentare la scuola: due di loro hanno già conseguito il diploma di scuola media e studiano per prendere la patente. Accanto alla lingua, l'istruzione dei migranti comprende le nozioni fondamentali delle scienze agrarie. Alcuni professori universitari hanno infatti tenuto 320 ore di lezioni sull'agricoltura biologica: lo scorso inverno è iniziata la parte teorica, mentre da febbraio i giovani hanno iniziato a lavorare nei vigneti. «Hanno imparato tutto molto in fretta. Sono davvero portati per l'agricoltura,» dice Colleoni orgoglioso, «sono geniali. Mi piacciono davvero».  

L'integrazione attraverso la recitazione

Nel frattempo, i sei agricoltori hanno frequentato un corso di teatro. «L'obiettivo era far sì che entrassero in contatto con persone del posto,» spiega Colleoni, il quale aggiunge che i giovani spesso erano intimiditi: «il fatto stesso di avere un colore della pelle più scuro induce loro a pensare che non sappiano fare le cose bene come gli italiani». Il coordinatore ha chiarito che il colore della pelle non implica inferiorità: «tu sei come me. Nessuno è superiore. Stiamo lavorando insieme,» chiarisce Colleoni ripetutamente. È la paura che impedirebbe ai profughi di integrarsi. La Commedia dell'Arte, un teatro dell'improvvisazione nel quale gli attori indossano delle maschere, ha aiutato i ragazzi: Colleoni è sicuro che il teatro li abbia resi più aperti e sicuri di sé.  

Dopo la formazione iniziale, i rifugiati conducono ora una normale giornata lavorativa, per un totale di 30 ore settimanali, 6 ore al giorno. Colleoni spiega: «In estate cominciamo la mattina presto, alle 6, perché durante la giornata diventa troppo caldo,» poi si lavora fino al primo pomeriggio, con una pausa pranzo. «Al mattino arrivano in bicicletta. Se piove, li vado a prendere io». In questo periodo è tempo di vendemmia e vengono piantate alcune verdure. A volte, i rifugiati vanno ancora a lezione la sera. E il weekend si lavora: «Il sabato vendiamo i nostri prodotti al mercato locale. Stiamo iniziando a farci una clientela». In questo modo, i migranti imparano anche il mestiere del commerciante: «La vendita non è il nostro obiettivo principale,» chiarisce Colleoni, «quello che vogliamo è parlare del progetto con le persone». Gli italiani devono essere sensibilizzati sul tema dell'immigrazione: «I rifigiati non sono qui per rubare il lavoro agli italiani,» aggiunge Colleoni, «il mondo sta cambiando e noi dobbiamo, insieme, seguire il cambiamento». 

Un progetto promettente

Finora, il progetto di agricoltura biologica è stato un gran successo per Colleoni: «È la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo. Superfici inutilizzate acquisiscono nuovamente valore e noi facciamo qualcosa di utile per coloro che ne hanno bisogno». Anche le organizzazioni di riferimento sono soddisfatte: il progetto ha molto potenziale e non cadrà nel dimenticatoio tra un anno. A riprova di tutto ciò, sono sempre di più gli abitanti della regione che vogliono mettere i loro terreni a disposizione del progetto: «Se riuscissimo ad avere più fondi, potremmo impiegare i migranti a tempo pieno. Sono passati otto mesi: iniziamo a registrare alcune entrate, ma il bilancio non è ancora positivo,» spiega Colleoni, augurandosi che un giorno i rifugiati possano gestire autonomamente il progetto.

Il progetto ha raggiunto popolarità anche oltre i confini del Piemonte: «Molti ci contattano e ci chiedono come ci siamo riusciti». Colleoni ritiene che l'idea si possa esportare anche in altri Paesi europei: «Naturalmente è necessario un capitale iniziale, ma ci sono sempre e ovunque persone disposte ad aiutare». Uno degli aspetti più difficili è spiegare il progetto ai cittadini, in modo che questi abbandonino i loro pregiudizi nei confronti dei migranti. Eppure, il caso piemontese dimostra che tutto ciò non è impossibile.