Rifugiati e convivenza: vivere con un elefante in una stanza

Articolo pubblicato il 03 maggio 2016
Articolo pubblicato il 03 maggio 2016

Convivere con dei rifugiati: com'è possibile? Ben ci racconta la sua esperienza di convivenza con due rifugiati siriani, Ahmed e Mohammad, insieme ad un altro coinquilino, impossibile da ignorare e molto  ingombrante, come un elefante in una stanza: il loro traumatico passato.

Ricevetti un’e-mail da un vecchio amico. Stava cercando un appartamento per sé e per suo figlio e ne aveva trovato uno, un bell'appartamento di 5 stanze. C'erano ancora due stanze libere e così il mio amico decide di ospitare due rifugiati. Ahmed e suo fratello Mohammad vengono dalla Siria e convivono con Ben e suo figlio Johannes da quasi un anno, ormai.

Un elefante in una stanza

Ma perché a qualcuno dovrebbe venire in mente di fare questo strano esperimento di convivenza? Tutti noi ci sentiamo di poter e dover dare il nostro contributo per migliorare la società in cui viviamo, e Ben ha fatto una scelta semplice a tal proposito. «Non potevo di certo aprire un centro per rifugiati» spiega.

Ovviamente ognuno ha un modo diverso di fare le pulizie, di  cucinare, di convivere. Ma i conflitti che spesso derivano da queste differenze sono da attribuire a fattori prettamente culturali.  A pesare molto, invece, è il carico emotivo che Ahmed e Mohammad si portano dietro. Nonostante sia invisibile, questo fardello è onnipresente, pesantissimo e ingombrante, come un elefante in una stanza.

Ahmed ci racconta la sua storia. Alcuni dei suoi amici sono in prigione, altri sono stati fucilati perché si sono rifiutati di prestare servizio militare. Lui è stato l’unico, tra altri 50 studenti arrestati, a scampare alla prigione a vita, grazie alle conoscenze di suo padre. Non avrebbe mai pensato di dover lasciare la Siria. Avrebbe potuto guadagnare molto denaro, costruirsi un futuro, ed invece ha "perso" tutto. Non solo il suo lavoro presso la banca nazionale siriana, il suo appartamento, i suoi studi, ma anche i propri sogni e le proprie speranze per il futuro. Trovare una moglie, costruirsi una famiglia? “Non riesco più a immaginare come sarà il mio futuro”. Tutti i suoi pensieri sono rivolti alla sua famiglia: i suoi genitori, i fratelli e le sorelle che sono ancora a Hassaké (città del nord-est della Siria, n.d.t.). E questa è una situazione che lo fa sentire completamente impotente. Proprio lui che, in qualità di primogenito maschio, avrebbe la responsabilità dell’intera famiglia sulle proprie spalle. Ora Ahmed sta cercando un modo per far entrare anche il suo terzo fratello in Germania. Ma non è per niente facile.

Prove di normalità, o quasi

Quella di Ben è stata una scelta ben ponderata: ha deciso di ospitare una coppia di fratelli o sorelle affinché potessero sostenersi, aiutarsi reciprocamente e parlare tra di loro nella propria lingua. Certo, la vita nell’appartamento non potrà mai essere un "surrogato" della vita familiare, ma la convivenza implica tante altre cose. «Cos’è un’inserzione su eBay?», «Come posso procurarmi dei mobili a poco prezzo?», «Dove posso trovare delle iniziative per conoscersi con altri e stringere rapporti?», «La maestra di tedesco in pensione che vive al secondo piano sarebbe disposta a darci delle lezioni di lingua?», queste solo alcune delle domande dei due fratelli che trovano risposta nella convivenza con Ben.

Ahmed riassume il suo viaggio di 25 giorni: partito da Aleppo, passando per la Turchia, la Grecia, la Macedonia, la Serbia e l’Austria, fino a Monaco di Baviera, per poi arrivare a Berlino. Ha dormito nei boschi, per strada, sulle panchine. Si è nutrito esclusivamente di Snickers e acqua. Le organizzazioni criminali guadagnano tantissimi soldi gestendo un tale traffico della mole di centinaia di migliaia di uomini. «Ormai non avevo più paura nemmeno di quelle, non provavo più alcun tipo di emozione», racconta Ahmed. Il momento più difficile è stato quando una nave della marina turca ha affondato il barcone pieno di migranti. Questi ricordi, le paure, i traumi fanno compagnia anche durante la cena, il momento della giornata in cui ci si riunisce e si discute. Quella che dovrebbe essere una parvenza di normalità, in altre parole. C'è della pasta al pomodoro e qualche avanzo della cena della sera precedente, preparata dal cuoco Ahmed. Il cibo aumenta la nostalgia della propria patria? Ahmed scuote la testa ridendo: per lui la patria non esiste più. «Il mio cuore non ha patria. Non più».

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Ich bin ein Berliner. Questo articolo è stato redatto dalla redazione locale di cafébabel Berlino.