Rēzekne: l’ultima città europea

Articolo pubblicato il 03 marzo 2017
Articolo pubblicato il 03 marzo 2017

Reportage su Rezekne, l'ultima città europea prima della frontiera russa

Qua la città si mischia alla campagna. Il limite tra centro e periferia è labile. Ci sono casette in legno dei primi del novecento e palazzoni sovietici grigi e spersonalizzanti. Stradine asfaltate e non, laghetti ghiacciati ovunque. Tanti scheletri di fabbriche abbandonate risalenti ai tempi in cui la Lettonia era “un gran produttore dell’URSS”. Solo pochi bar e ristoranti, tanti negozi di seconda mano dove comprare scarpe e vestiti per pochi euro. La mensa della scuola in cui lavoro dove con 95 centesimi ti godi un ottimo pasto con primo, secondo e dolce. Sfori l’euro solo se ti concedi il succo mela e carota, ma ne vale la pena.

Nei laghi si possono vedere pescatori solitari, fanno un buco nel ghiaccio sperando di prendere qualcosa. Ci sono anche camminatori che preferiscono la pista gelata alla solita strada, più veloce, più avventurosa. Magari si fanno un goccetto di vodka prima di affrontare il grande freddo. Un chai corretto, due patate, un po’ di caviale del Maxima o del Rimi in lattina.

Sono nell’UE e nella Nato. Quadagnano poco, spendono poco, il consumismo non sanno nemmeno cosa sia, ma hanno l’euro. Anche il nostro modello liberale death or glory sembra non correre nelle loro vene. Forse non ne hanno bisogno, hanno capito che per divertirsi basta mettersi due pattini ai piedi e raschiare il ghiaccio, oppure ci sono semplicemente meno occasioni di svago costoso e spettacolarizzato per sostenere l’economia dell’eccesso.

Quando dici che vieni da Roma ti scrutano interdetti, non sono poi tanto interessati né affascinati. Provi a dirgli che per te un silenzio e una tranquillità del genere non sono scontati, ti guardano accennando un timidissimo sorriso, in realtà non capiscono cosa intendi. Non esistono il Mcdonald, Zara, H&M e altre catene del genere.

Molti di loro non sono mai stati in una metropoli. Riga, Tallin, Vilnius e basta. Non conoscono lo stress dei 50 minuti sul bus senza spazio e con una puzza inaguantable. Non hanno mai visto la Tour Eiffel o il Colosseo. Ma non cedono all’ammirazione come mi successe in Giordania dove mi chiedevano di fare delle foto con loro solo perché “bianco”. Sembrano autosufficienti, indipendenti, disinteressati.

Non esiste l’immigrazione né il turismo. E quasi impossibile incontrare un arabo, un cinese o un nero. E anche gli europei occidentali sono molto rari, praticamente ci siamo solo noi giovani studenti o lavoratori inseriti nell’erasmus+. A volte ci guardano strano. Come disse Ruben, un amico portoghese che abita qua, “è normale, è come se un giorno uscissi di casa e ti trovassi davanti uno blu”

Molte ragazze sono studiose, poliglotte, disposte a sacrificarsi pur di andare altrove. Magari a Riga, a Mosca. O ancora meglio in Inghilterra e Germania. Si applicano, hanno un obiettivo. Purtroppo i ragazzi meno. Fanno vite usuranti: alcol, lavoro pesante, violenza e sigarette li mettono fuori gioco. In Lettonia gli uomini muoiono in media 10-12 anni prima delle donne. Non hanno retto il passaggio all’economia di mercato, la fine del socialismo, la competizione. Sono rimasti legati al vecchio modello dell’uomo duro sovietico e gli tocca pagar fattura.

Ci sono ovviamente anche giovani maschi con alti livelli di istruzione universitaria e che conoscono bene l’inglese e magari anche il francese o lo spagnolo, ma spesso dicono di voler lasciare Rezekne perché non ci sono opportunità per gli high skilled. Tuttavia qua ci sono tante iniziative culturali, inclusa l’università, per essere una cittadina così piccola. Poi ci sono quelli che non hanno nessuna intenzione di andare via e che quando ti sentono parlare inglese ti dicono un po’incazzati “amerikanskaia?” “Net, russkiy”.

Americano mai, con tutto il rispetto, sono europeo (italiano!) fino al midollo. Però dice Kristaps che per molti qua “siamo tutti lo stesso”. Un piacevole scontro di luoghi comuni, noi sempre filoccidentali, loro sempre antiamericani e perché no anche anti-inglesi, francesi, italiani…

C’è poi la psicosi della III guerra mondiale. Secondo i media comincerà in Lettonia. A quanto dice una ragazza conosciuta alcuni giorni fa “è solo questione di tempo, un anno, forse due e scoppierà. Meglio andare via prima. Ultimamente faccio brutti sogni, finirà come in Ucraina. A breve lascerò il paese (parte per un scambio in Polonia) e quando tornerò il Latgale sarà Russia. Forse, ma non credo, riusciremo a evitare la guerra”

Che dire? Di articoli ne ho letti tanti al riguardo, anche di anni fa. C’è tensione questo è certo, ma non ho i mezzi per capire se la questione può evolvere in qualcosa di concreto o restare solo allo stadio di “aggressioni simboliche”.

Il paese è spopolato. Le statistiche dicono 2 milioni, ma secondo i locali almeno mezzo milione non censito di giovani è fuori per lavoro e difficilmente tornerà presto. La crisi è stata forte, il passaggio da un’unione all’altra non è stato indolore. Il modello capitalista sembra non aver attecchito quanto avrebbe potuto o forse dovuto. D’altronde la disoccupazione di massa è un problema globale, anche noi figli del western dream andiamo altrove a cercare opportunità.

Questa cittadina, Rezekne, è l’ultima roccaforte dell’UE che confina con la Russia. Non siamo in Europa. Vi invito a venire qua e lo capirete subito. Il 50% degli abitanti parla solo russo. Il sindaco è fortemente pro russo come il suo partito, sostiene che Mosca conosca le loro esigenze e la loro cultura meglio di Bruxelles. Come negarlo?

Però i russi, e in parte anche i polacchi e i tedeschi, sono gli imperialisti. Sono coloro che hanno sottomesso la Lettonia per farne l’uso che hanno voluto. Sono grandi, potenti e ricchi. Sono fratelli, si conoscono, parlano la stessa lingua, ma fanno paura.

La religione predominante è il cristianesimo; cattolico, luterano e ortodosso. Il neopaganesimo è forte, ci sono molte feste e ricorrenze legate alla mitologia baltica, al pantheon lettone. Per esempio la tradizione di ballare (a volte anche nudi) con una ghirlanda in testa in occasione del solstizio d’estate si è mantenuta. Proprio qua, tra Rezekne e Ludza, il politeismo pre-cristiano è radicato. In generale il revival del neopaganesimo è evidente in tutto il paese, la Dievturiba rappresenta la rinascita delle tradizioni popolari locali in materia religiosa. Vietata sotto il regime sovietico è risorta, insieme al cristianesimo, negli anni 90’. Diversamente dall’Estonia, quasi interamente atea o a-religiosa, Lettonia e Lituania hanno ritrovato il loro attaccamento alla natura ed ai riti che la celebrano. La lauki (campagna in lettone) è uno dei simboli nazionali in un paese così verde e ricco di natura ancora incontaminata.

La Lettonia è l’ultimo paese europeo a essere stato cristianizzato, nel XIII secolo. Il progetto non è riuscito del tutto perché, come scrissero alcuni gesuiti nel XVI secolo, “everyone here around Ludza and Rezekne is horrific Pagans. They make offerings to Pērkons, Ūsiņš and other fetish. Almost in every house a witchdoctor, shaman and other kinds of devil servants” e ancora “Livonian Pagans were devoted to many dreadful fetishes, like Sun, Moon and Stars, just as snakes and other creatures. They hold some brushwoods as holy sights, which were forbidden to cut down. Their superstition was so great that one who would cut down a tree in the holy place would be killed immediately” (Latvian history.com) Insomma il paganesimo resisteva e il latino non si conosceva. Solo nel XVIII e XIX secolo si cominciano a tradurre i testi cristiani nella lingua locale. Un secolo dopo inizia l’occupazione prima tedesca e poi sovietica.

Rarissime sono le religioni orientali, pochissimi gli ebrei sopravvissuti allo sterminio. A Rezekne il giudaismo era una delle religioni principali, purtroppo è rimasta solo la “sinagoga verde” a testimoniarlo. Inesistente l’islam e quindi la psicosi islamofobica tipica della nostra area.

Io, come sempre, metto il naso dove non dovrei e parlo di politica. Come della questione del Sahara Occidentale in Marocco. Una volta una donna su un taxi a Casablanca mi disse “Je les emmerde (les algériens) et là je t’emmerde toi aussi! Et après pourquoi ça t’intéresse tout ça, tu viens d’où en France?” Je suis pas français madame, life is too short not to be italian. Oppure con i rifugiati siriani in Giordania, mi ero messo in una situazione in cui sembrava difficile uscire con entrambi i reni, ma alla fine furono simpatici e mi insegnarono molte cose sugli equilibri (forse sarebbe meglio dire squilibri) geopolitici del middle-east. Ci scappò un bellissimo pomeriggio e sera con gelatino e tramonto sul mar morto, sporco come pochi altri posti al mondo. Credo puliscano solo la riva israeliana. Tralascio la paura a Gerusalemme, preferisco dimenticarla. Però ho imparato una cosa, che un sorriso, magari legato alle parole giuste (vedi mafi mushkila o Очень хорошо), può aiutare molto in situazioni pericolose. E poi la fortuna, bisogna averne tanta.

E così anche qua parlo di NATO, Putin e quant’altro, ma dicono che a loro i media occidentali non piacciono. Perché non siamo in Lettonia, siamo in Latgale, l’unica regione del paese ad aver votato sì al referendum del 2012 sul russo come lingua ufficiale. Niente Guardian o Le Monde. Su questo hanno ragione, noi crediamo di sapere tutto grazie a  internet, ma se leggiamo solo giornali francesi, inglesi, spagnoli…avremo sempre un punto di vista molto parziale. Detto questo bisogna pur dire che qua non li leggono perché non conoscono le “nostre” lingue. Ma il vero problema è il mélange linguistique locale (lettone, latgale e russo), perché non sai mai quale può far maggior piacere all’interlocutore di turno..

Una ragazza di qua dice che è la NATO a provocare la Russia. Perché se veramente rendesse un buon servizio ai paesi baltici non ci sarebbe bisogno di lodarla così tanto e non invierebbe continuamente nuove truppe provenienti da UK, Canada e Italia (sì ci siamo anche noi) ai confini orientali. E lei è 100%  lettone e non parla nemmeno russo!

E altresì vero che ancora tanti hanno il complesso di essere considerati eastern Europe, preferiscono dirsi central or northern, anche se sanno di non esserlo né geograficamente né storicamente. Il comunismo è stato terribile, basta guardare i palazzoni sovietici, l’alcolismo diffuso e la povertà per capirlo, ma forse negarlo non è la migliore cura.

Il mio progetto, finanziato dall’UE, è proprio quello di fomentare il sentimento europeo qua. Mettere in luce pregi e difetti dei principali paesi della parte occidentale del nostro continente. Parlare dell’Italia, del continuum di benessere e malessere che la caratterizza. Imparare sempre di più sulla cultura locale, dal primato di suicidi al wi-fi più potente che ci sia (insieme a Estonia e Romania). Un obiettivo interessante e affascinante. Insegnare inglese, spagnolo e francese. E questo è davvero molto bello, sto conoscendo tanti ragazzi più o meno giovani molto motivati e simpatici. Si applicano, c’è poco fare, vogliono imparare per poter avere l’opportunità di andare in UK. Molti di loro hanno l’idea di Londra come pivot du monde.

E una sensazione strana, si percepisce da un lato molta voglia di occidente, dall’altro nessun interesse nei confronti dello straniero. Mi ricorda la Polonia rurale di 10-15 anni fa; adesso è molto più aperta, molto più europea. A volte si palesa un’atmosfera di amicizia e collaborazione, altre un muro quasi invalicabile.

Per esempio quando dicono:

Why I have to speak english if I speak russian?

Alla fine hanno ragione, perché piegarsi ad un’altra lingua.

In realtà è una scelta, alcuni parteggiano per l’ovest (inglese, spagnolo, italiano, Europa…) altri per l’est (Russia).

Ma siamo poi sicuri che l’occidente sia meglio dell’oriente?

No perché

Privet, kak ty?

Ya Bernardo, iz Italii, ne govoryu po-russki!

Insomma sto muovendo i primi passi in russo..

Poka!