Requiem dell’idealismo europeo

Articolo pubblicato il 24 marzo 2003
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Articolo pubblicato il 24 marzo 2003

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Può l'UE avere degli interessi strategici?

Quando la Presidenza greca aveva annunciato, nell’ottobre scorso, il lancio della Forza di Reazione Rapida (FRR) per il marzo 2003, è chiaro che l’Unione Europea non avesse fatto bene i conti. Tentennamenti, esitazioni e silenzi circodano oggi la creazione di quella forza, di ben 60.000 uomini, che avrebbe dovuto far valere all’estero la visione del mondo propugnata dall’UE.

Le cifre più ottimistiche sono deludenti: gli uomini già messi a disposizione della FRR sarebbero non più di 25.000. Anche se ciò che conta è ben altro, e cioè la mancanza di una genuina volontà politica in grado di dotare l’Unione di un braccio militare efficace.

La crisi irachena è molto interessante in questo senso. Le divisioni interne all’Europa evidenziano infatti una spaccatura ormai anacronistica tra i diversi Stati. Una spaccatura che però non si fonda su una reale divergenza di interessi, ma piuttosto sul diverso grado di dipendenza che ogni Stato ha rispetto a Washington, per quanto riguarda la sua sicurezza (caso della Spagna e dell’Italia) e per quanto riguarda (caso dell’Inghilterra) la propria sopravvivenza diplomatica in un mondo globalizzato nel quale la sovranità nazionale è indubbiamente in crisi.

E’ questo il paradosso dell’attuale situazione: le divisioni europee suggerirebbero un ritorno in gran stile dei particolarismi nazionali e della geopolitica, dell’autonomia diplomatica delle capitali, mentre la realtà internazionale non fa che sottolineare l’inverso: è sempre di più l’Unione Europea ad avere dei veri interessi strategici nel mondo, non gli Stati. Anzi, per dirla in modo diverso, gli interessi degli Stati membri sono ormai interdipendenti, vicinissimi, prossimi alla fusione.

Democrazia e interessi

Prendiamo il Medio Oriente, una regione definita di un’“importanza strategica vitale per l'UE” da Chris Patten, il commissario europeo alle Relazioni Esterne. Lì la situazione può riassumersi in tre parole: Schengen, Al Qaida e energia.

In effetti l’instabilità mediorientale si riflette sul Continente tutto sotto forma di flussi di immigrazione clandestina, perché l’immigrato che sbarca in Italia o in Spagna, ormai, può muoversi liberamente in tutta la zona Schengen. Non solo. Non passa un mese senza che i servizi segreti di Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia o Spagna non lancino allarmi sull’eventualità di attentati ad opera di un terrorismo islamista che nel 2002 ha ucciso ben 14 tedeschi a Gerba e 11 francesi a Karachi, per non parlare dell'attentato alla petroliera Limburg a largo dello Yemen.

Che dire poi della dipendenza energetica? Se attualmente il Medio Oriente costituisce il primo fornitore di greggio all’Unione Europea con un tasso del 27%, nel 2020 la regione nel suo insieme dovrà soddisfare da sola i tre quarti del fabbisogno mondiale. D’altronde nel giro di un decennio le risorse petrolifere del Mar del Nord sono destinate ad esaurirsi portando velocemente Londra alla stessa dipendenza esterna di cui soffrono già tutti gli altri mercati europei.

Certo, dire che l’UE ha degli interessi comuni in Medio Oriente non vuol dire che la posizione sulla guerra in Iraq debba essere per forza negativa: ad esempio, si può tanto sostenere la necessità di un attacco per « aprire » i mercati del secondo paese al mondo per riserve di petrolio, tanto schierarsi contro una guerra destinata ad alimentare gli attentati terroristi allargando il suo campo di battaglia alle metropoli occidentali.

Il riconoscimento di interessi europei dovrebbe semplicemente sottolineare come una eventuale politica estera e di difesa dell’UE debba appoggiarsi su una riflessione strategica da cui i cittadini europei non potrebbero che trarre beneficio. A condizione che sia gestita democraticamente.

Militarizzare l’UE ?

Ma quali sono le chances per l’utilizzo di una possibile FRR europea in Medio Oriente? Secondo il Consiglio Europeo di Helsinki del 1999 si tratta di un’eventualità tutta da considerare. Almeno da un punto di vista teorico.

La politica mediorientale costituisce infatti la prima voce, dopo l’allargamento, nel budget delle relazioni esterne dell’Unione, e la regione tutta, in quanto “periferia immediata”, rappresenta – dato che la stabilizzazione dei Balcani è oramai ben avviata – la priorità numero uno per Bruxelles. Soprattutto nel quadro di operazioni cosiddette out of area, cioè di operazioni condotte al di fuori del continente.

Certo, gli Stati Uniti vi sono ostinatamente opposti. Ma l’impiego del potere militare non può non rientrare nel ventaglio degli strumenti messi a disposizione di un’Unione che rappresenta l’unica sintesi politica che sia davvero in grado di far rispettare, oggi, una certa visione del mondo che gli europei, tutti gli europei, hanno.

Non si tratta di “militarizzare” l’UE. Che gli Stati Uniti ed i vari sovranisti di casa nostra stiano tranquilli: nel futuro l’Unione potrà benissimo ricorrere soltanto raramente al potere militare, dato che la sua influenza in quanto “potenza civile” non è più da dimostrare.

Ma gli strumenti civili, nel mondo caotico di oggi, non bastano. L’Unione Europea ha bisogno di un braccio armato e di una concezione strategica basati su degli interessi democraticamente definiti e trasparenti. L’idealismo, se assolutizzato, non può che nuocere ad una potenza in fieri.