Repubblica ceca: protezionismo vuol dire comunismo?

Articolo pubblicato il 28 aprile 2009
Articolo pubblicato il 28 aprile 2009
Mercato, politica e Unione europea: punti di vista fuori dal coro in un Paese che ancora si divincola tra il suo nuovo ruolo di centro produttore europeo e un netto rifiuto di ogni forma di comunismo. Reportage da Praga.

«Se diamo finanziamenti al fine di rianimare l’industria automobilistica, non è per poi sentire che è stata aperta una nuova fabbrica nella Repubblica Ceca». È con questa manciata di parole che lo scorso febbraio Nicolas Sarkozy, Presidente europeo uscente ha aperto il vaso di pandora. Sembra infatti che la crisi economica abbia ribaltato lo status quo: nazionalizzazione di banche, aiuti pubblici diretti a imprese private ed ex Presidenti dell’Ue che virano contro le norme del mercato europeo… non sarà che l’Unione europea, liberale dalla nascita, svolta verso il comunismo? Teoria abbastanza ridicola se vista dalla prospettiva dei 15 paesi che disegnavano la bandiera europea, così lontani e alieni dalla “minaccia” sovietica. Ma per un amplio settore della società ceca, che ancora conserva un fresco ricordo del comunismo, qualunque intervento statale nel libero flusso delle leggi dell’offerta e della domanda, è inaccettabile. In Francia l’intervento dello Stato non solo viene atteso, ma addirittura preteso. Al contrario la Repubblica Ceca lo associa al comunismo e, quindi, lo respinge.

Sarkozy, il comunista

Miroslav Ševčík, responsabile del dipartimento di Economia e Politica Sociale dell’UniPedro Picónversità di Praga, è secco e diretto: «Non esiste il libero mercato tra i cittadini dell’Ue», riferendosi in particolare ai “discriminanti” aiuti all’agricoltura e all’apertura dei mercati (l’Austria ancora mantiene le quote per i lavoratori cechi). E addirittura afferma che l’entrata della Repubblica ceca nell’Unione europea fu contraria ai suoi interessi. Fiducia nelle elezioni europee, poca. «Non cambia molto la formazione politica in Parlamento (europeo): questo Governo non ha relazioni con la realtà e non rappresenta nessuno. Lavorano a progetti lobbisti, seguendo i loro interessi e non quelli della gente. È’ un burocrazia che non serve a nulla se non a deformare il mercato». E con pochi peli sulla lingua parla anche del Presidente della repubblica francese: «Sarkozy è stupido. Anche Hugo Chávez ha parlato di lui come un grande amico del Venezuela!», il che significherebbe per Ševčík, la sua chiara tendenza comunista. Ševčík risponde alle mie domande dal suo ufficio vicino alla piazza di Venceslao, simbolo dell’orgoglio patriottico. Nonostante io non capisca il ceco, è facile percepire la sua indignazione. L’interprete stessa s’imbarazza quando Miroslav Ševčíl scivola nell’informalità, che deduco traduca con vari eufemismi e una voce più soave per attenuare in maniera gentile il tono della conversazione. E ne ha per molto altro. Dal libero mercato dipende almeno il 75% del Pil ceco, che proviene dalle esportazioni dei prodotti della Repubblica Ceca divenuta una delle fucine dell’Ue. Una cifra impressionante che, trasportata nella vita di un cittadino medio, si traduce in lavoro, stipendi e benessere.

Foto: Antoine Le Roux

Un sindacalismo tranquillo

Klára Bacova e Jan Zlámal lavorano in una delle fabbriche citate da Sarkozy, la TPCA, con capitale giapponese (Toyota) e francese (Peugeot), nella periferia della città di Kolín, a un’ora di treno da Praga, e formano parte del sindacato di questa fabbrica. Un sindacato alla ceca: niente a che vedere con un qualunque sindacato nostrano, in continua lotta. Forse un altro tassello che riconduce al totale rifiuto di qualunque cosa possa rassomigliare al comunismo. Solo 300 dei 3200 lavoratori della TPCA Kolín sono iscritti al sindacato e Klára e Jan, rispettivamente Presidentessa e vice presidente della comunicazione, si mostrano abbastanza docili. Dopo ogni domanda si consultano preparando meticolosamente le risposte, come se non volessero sbagliare. Non credono che verranno colpiti dalla crisi anche se riconoscono incertezza per il futuro. Per il momento non c’è aria di licenziamenti o di riduzione della produzione, solo alcuni problemi con l’importazione di materiali. E sulle dichiarazioni Sarkozy rispondono dopo un sorrisetto ironico: «Certamente l’atteggiamento del Presidente francese è ambiguo visto che mette gli interessi del suo Paese davanti a quelli dell’Europa dopo appena aver lasciato la Presidenza europea.. in ogni modo che la fabbrica torni in Francia è impossibile». Sebbene riconoscano i benefici delle imprese straniere nel loro Paese (migliori stipendi, aiuti nella regione in cui viene impiantata l’impresa con piste ciclabili, parchi giochi per bambini..) non possono evitare di manifestare un certo orgoglio patriottico: “Certo che c’è qualità nelle imprese straniere, ma anche le compagnie ceche hanno buoni prodotti” dice Klára. E perché quindi vanno nella Repubblica Ceca? «Semplicemente perchè la mano d’opera è altamente qualificata», conclude Jan.

Allergia al comunismo

Alla fine, anche se la tendenza generale del Paese sembra rivelarsi un capitalismo puro, non c’è da drammatizzare. E neanche dimenticare che la Repubblica ceca è a capo della Presidenza europea da gennaio a giugno 2009 e ciò implica una certa responsabilità nei confronti di tutta l’Unione. Martin Tlapa, Ministro dell’industria e del commercio della Repubblica ceca, questo lo sa e si mostra abbastanza conciliatore. Mi parla in un inglese veloce. Su Sarkozy preferisce non fare polemica. Quasi lo giustifica: «Bisogna pensare che alcuni politici subiscono molte pressioni interne». In ogni modo, nonostante riconosca una certa ondata di protezionismo dopo la crisi, cosa che considera «comprensibile ma pericolosa» non mette in dubbio il ruolo dell’Ue: «La reazione della commissione mi ha confortato». Ma non lascia spazio al controllo statale: «Alcuni ancora ricordano le dichiarazioni di Václav Havel (antico dissidente anticomunista e presidente della Cecoslovacchia tra il 1989 e il 1993 e presidente ceco dal 1993 al 2003, ndr) quando disse che il liberalismo è pericoloso tanto quanto il comunismo. Concetto un po’ ostico per la Repubblica Ceca, Paese in cui l’inefficienza dell’economia pianificata fu una delle ragioni del collasso del sistema».

Ševčík dice che «l’Unione Europea deve approvare una riforma più ampia se vuole sopravvivere e tornare ai suoi vecchi principi: meno burocrazia e più libertà per i cittadini». Tlapa aggiunge che «all’interno dell’Ue ogni paese ha la libertà di decidere quale sia il modello più consono ed efficiente. Ma nonostante ciò l’ambizione di controllo totale da parte dello stato si è dimostrata storicamente non valida». E conclude: «A volte le soluzioni a lungo termine sono dolorose», cosa che vale per molti di questi tempi.