Religione e laicità: il dibattito è aperto

Articolo pubblicato il 04 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 04 febbraio 2016

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Le due giornate di conferenze e dibattiti sulla religione a Bruxelles, organizzate dal giornale Le Soir, hanno dato l’opportunità ai cittadini di riflettere sulle grandi problematiche legate alla fede e alla laicità in un contesto di crescente radicalismo. La capitale belga, così come tutta l’Europa, deve trovare un equilibrio tra il rispetto della fede dei suoi cittadini e la laicità.

“Il compromesso. Questa è l’essenza stessa del dibattito e del Belgio”. Così un’anziana signora che aspetta in fila per un caffè, riassume la discussione appena terminata allo studio 4. Siamo al teatro Flagey, dove Le soir e la RTBF hanno organizzato la due giorni di dibattiti e conferenze “La religione nella Città”. La signora mi porta a riflettere. In un Paese che cerca ancora l’equilibrio tra francofoni e fiamminghi, lo sforzo di trovare un compromesso per una coabitazione civile e democratica sembra l’unica soluzione possibile. Primo dubbio: questa divisione alla maniera di Salomone, che crea ancora molta tensione a livello politico, potrebbe essere una soluzione nel discorso religioso?

Cerchiamo di sciogliere la matassa per capire meglio. Il rapporto 2014 pubblicato dall’osservatorio sulle religioni e la laicità mette in luce la moltiplicazione dei culti sul territorio belga e soprattutto nella regione di Bruxelles. Il bisogno di credere è diffuso soprattutto nelle comunità africane e latino americane. Il Belgio riconosce solamente sei religioni ufficiali sul suo territorio, ma girando per le strade, soprattutto in quartieri come Anderlecht, Saint-Gilles e Molenbeek, non è difficile scoprire una galassia di luoghi di culto nascosti. Questi luoghi di culto, non riconosciuti ufficialmente, sono capaci di creare un senso di comunità molto forte. La divisione manicheista che vuol vedere un’opposizione musulmani-cattolici semplifica un po’ troppo il contesto in cui il divino è protagonista.

È anche vero che, a partire dal 2011, i discorsi sull’Islam giocano un ruolo di primo piano. Come mostrano le statistiche esposte a Flagey, l’Islam è divenuto protagonista assoluto sui giornali e le riviste francofone. E in seguito la religione islamica è stata messa in relazione con parole come attentati, paura, radicalismo. Secondo Hervé Hasquin , presidente dell’Università libera di Bruxelles e “fervente anticlericale” il radicalismo è più evidente nel mondo musulmano ma oggi c’è una “tendenza integralista in ogni religione”. Non mancano gli estremisti cattolici, gli intransigenti evangelisti o gli ebrei intolleranti. Ed esiste anche il rischio di trasformare la laicità in un’altra religione che nega la possibilità ai suoi cittadini di credere ed esprimere la propria spiritualità.

Spiritualità che, come sottolinea l’islamologo svizzero d’origine egiziana Tariq Ramadan, non può essere confinata alla sfera privata. Sarebbe riduttivo e fuorviante. Infatti le religioni si occupano spesso di regolare le relazioni sociali, i rapporti familiari, offrono una morale e delle norme per ciò che concerne  il modo di vivere, di sposarsi, di gestire la morte così come le nascite. Per Ramadan il confine è segnato dal dogmatismo. Relativizzare la parola di dio e non viverla come una verità inconfutabile, è il solo atteggiamento possibile per accettare gli altri e le regole di convivenza  comuni a tutti, credenti e non. Se la religione rischia di invadere la sfera pubblica, secondo l’attivista “radicalmente laicaNadia Gaerts, lo Stato è chiamato a regolamentare lo spazio di libertà con la sua neutralità. Ma per definirsi neutrale, è sufficiente proibire alle donne il velo integrale nelle amministrazioni pubbliche, come ha imposto il Belgio dal 2011? Nel mondo francofono, come sottolineato da Ramadan, i discorsi si riducono spesso a questioni come il velo o le proibizioni a tavola. I simboli, come spesso accade, generano discussioni più forti dei dati.

E a proposito di dati, in termini di finanziamento pubblico, la Chiesa cattolica gioca ancora un ruolo dominante, con più di centomila euro destinati alle sue attività in Belgio. Istituzioni musulmane, evangeliche, anglicane ed ebraiche ricevono una parte minoritaria di questi aiuti. Un sistema che rivela la debolezza dello Stato piuttosto che la sua neutralità. In questo quadro, non dimentichiamo che più di 80mila euro sono destinati alle associazioni laiche. Una circostanza unica a livello europeo. Come ricorda il presidente del Centro d’Azione Laica Henri Bartholomeeusen, “laicità significa emancipazione: essa permette alle persone di scegliere in autonomia chi essere”.

Chi siamo probabilmente non è scritto in alcun testo sacro ma piuttosto nella nostra memoria. Dopo la seconda guerra mondiale, come segnala l’antropologa del diritto Marie-Claire Foblets, la maggior parte degli europei ha assorbito una memoria pubblica: di fronte agli orrori della guerra e dell’intolleranza, i dogmi politici e religiosi hanno perduto la loro forza. Oggi questa memoria rischia di essere un po’ troppo diluita.