Relazioni transatlantiche: un dialogo fondato sul diritto

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

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Estratti dal discorso di chiusura della Sig.ra Noëlle Lenoir, ministro francese con delega agli affari europei, al simposio « Le devenir des institutions européennes et les relations transatlantiques », organizzato dalla Fondazione Robert Schuman e dall’Università Parigi I - Pantheon Sorbonne venerdì 17 gennaio 2003.

Viviamo un paradosso. E’ nel momento in cui i valori di liberismo e di democrazia così cari ai nostri amici americani trionfano finalmente in tutta Europa, che le relazioni tra i due continenti sembrano imbrogliarsi. (…)

Il mio proposito è rivolto a mostrare che, in un mondo di incertezze e di pericoli globali, pace e stabilità possono riposare solamente su [un] equilibrio [multipolare]. E’ uno schema che, lungi dal metter in contrapposizione gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa, deve al contrario riavvicinarli nella ricerca di una complementarità.

VALORI COMUNI CHE NON PERMETTONO DI EVITARE CONFLITTI DI INTERESSI

Le stesse nutrici si son chinate sulla culla delle democrazie in Europa e negli Stati Uniti: la filosofia dei Lumi e i diritti dell’uomo. (…) Un principio chiave ne consegue. (…) Si tratta della preminenza del diritto. Questo principio che ha condotto a conferire oltre Atlantico un potere considerevole al giudice, è al centro del patrimonio di valori europei come testimoniato dal Preambolo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 in particolare. Quando nel 1989 crollò il comunismo furono questi stessi i valori ad essersi imposti sulle rovine dell’impero sovietico. E quando si è trattato nel 1993 di decidere delle condizioni d’ingresso nell’Unione europea (UE) dei paesi generati del blocco sovietico dell’Europa centrale ed orientale, sono a questi valori – conosciuti come criteri politici di Copenaghen – verso cui si son quasi spontaneamente indirizzati i paesi membri UE.

D’accordo sui valori che fondano le nostre democrazie, siamo dunque, americani ed europei in accordo sull’essenziale. Perché restiamo allora ingabbiati su “posture di recriminazioni reciproche” così come ha sottolineato Philip Gordon in un recente articolo? (…) Eminenti politologhi – come Francis Fukuyama, Charles Krauthammer o Robert Kagan - hanno recentemente costatato che lo zoccolo culturale e strutturale dell’alleanza atlantica starebbe per sfaldarsi. Il nostro differente atteggiamento in termini di pubblico e di media sul protocollo di Kyoto e sulle modalità con cui proteggere al meglio il nostro prezioso pianeta, non ne è uno dei segni? (…)

Queste dispute non costituiscono , ai miei occhi, una ragione sufficiente per iniziar a far cronaca sul declino annunciato delle relazione transatlantiche. (…) Fatte di rigetto e di fascino, di prese in giro talvolta e di ammirazione, queste relazioni hanno il carattere appassionato dei rapporti tra nazioni che sono molto vicine ed allo stesso tempo differenti perché non hanno né la stessa storia, né la stesse vicende politiche. Così, negli Stati Uniti, la nozione di “big government” è screditata come in Europa si contesta (…) il disimpegno dello stato verso un certo numero di responsabilità sociali. (…)

LE DISPUTE CHE RICHIEDONO UN ARBITRATO

Partendo dagli stessi valori, i popoli europei e quelli americani restano pertanto divisi sulla loro considerazione della realtà sociale e di quella geopolitica del mondo. Da qui le liti, da qui le dispute. Quale la soluzione? Non può ravvisarsi nel livellamento delle culture di un continente sull’altro. Si trova nel diritto, unico mezzo pacifico e ragionato di risoluzione delle nostre dispute. Contrariamente a ciò che spiriti brillanti han potuto scrivere, il diritto e la giustizia non sono soltanto l’arma dei più deboli. Sono la garanzia delle regole del gioco senza le quali non c’è organizzazione sociale, né ordine mondiale possibile. E’ proprio su questa base, del resto, che gli Stati Uniti ed i paesi dell’Europa hanno entrambi imbastito il proprio sistema politico e sociale destinato a proteggere i cittadini contro i possibili abusi da parte del potere centrale. (…)

E’ questa dimensione, al tempo stesso pragmatica e giuridica, che deve reggere le relazioni transatlantiche. Perché non c’è ragione alcuna che Europa e Stati Uniti, che dividono gli stessi valori, non riescano a trasformare la loro rivalità in complementarità. (…)

Pensiamo alla questione dei cambiamenti climatici in particolare o a quella degli OGM. È ammissibile che non si arrivi a trovare un accordo sul protocollo di Kyoto sul clima o su quello di Carthagene relativo alla biodiversita? Non credo. Americani ed europei, abbiamo la responsabilità congiunta di regolare questi grandi dossiers che interessano l’avvenire del pianeta. (…)

LA POLITICA ESTERA E DI DIFESA COMUNE (PESC), BASE PER LA RICOSTRUZIONE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE.

Accanto al buon funzionamento del mercato e dell’economia, addirittura della salute nel mondo, altre sfide ci attendono. Sono quelle relative alla pacificazione del mondo e della sicurezza. Per affrontarli, l’America non può agire da sola. (…) Nel suo interesse, e in quello della sicurezza collettiva. (…) [Occorre] approcciarsi alla questione della politica estera e di difesa europea come a un fattore di stabilità in Europa, ma anche nel mondo. (…)

Dopo l’istituzionalizzazione della PESC ad opera del trattato di Maastricht, il secondo atto della diplomazia europea è stato quello della personalizzazione di questa politica [NDLR: con l’alto rappresentante per il PESC]. (…) E’ venuto il tempo per un terzo atto. (…) [Il] contributo [franco-tedesco alla convenzione] (…) all’architettura istituzionale dell’Europa allargata.