Relax, yoga e integrazione: accoglienza made in Germany

Articolo pubblicato il 10 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 10 gennaio 2017

"Come ci si può sentire bene in una nuova casa se non ci si sente bene nel proprio corpo?". La giovane berlinese Bettina Schuler vuole creare legami attraverso lo yoga, e lo fa lavorando con i rifugiati, coloro che per definizione sono stati costretti a lasciare la propria casa e la propria vita per saltare nel buio.

Bettina Schuler è giornalista, scrittrice e insegnante di yoga a Berlino.  Avvicinatasi allo yoga durante la gravidanza, scoprì gradualmente la sua passione per l'antica pratica indiana, fino a che non iniziò a condividerla con gli altri e a insegnarla. 

Nel 2014 Bettina avvertì il bisogno di trasmettere l'arte dello yoga non soltanto a coloro che hanno comunque facile accesso allo sport, ma anche a qualcun altro. Come tutti noi, Bettina vedeva le immagini della crisi migratoria scorrere sul teleschermo: «La mia impotenza mi faceva impazzire» ricorda. 

L'assioma da lei realizzato fu abbastanza semplice: gli effetti benefici dello yoga, sia per il corpo sia per lo spirito, avrebbero potuto aiutare anche (e soprattutto) quelle persone che vivevano una condizione di emergenza. Fu così che contattò un centro di accoglienza per rifugiati nella periferia berlinese, e in breve diede inizio al suo primo corso di yoga per donne rifugiate. Avvenne tutto molto in fretta: se lunedì stava telefonando ai responsabili del centro, il martedì aveva già un appuntamento e il mercoledì iniziava la sua prima lezione.

E poi arrivò Arwa

All'inizio le donne che frequentavano il corso erano poche, a volte non veniva nessuno. Ma Bettina perseverò. Col tempo Arwa Idrees, una delle sue prime allieve, di origine siriana, divenne sua amica. Il corso di yoga si trasformò quindi in un'occasione di scambio, un luogo dove l'umanità di ciascuno veniva riscoperta: si incontravano persone. Bettina aiutava le allieve non soltanto attraverso esercizi di respirazione e yoga, ma anche supportandole nelle complicate procedure burocratiche e in altre avversità. 

Accanto al corso di yoga, hanno preso vita poi nuovi progetti, come il concerto solidale con Missy Magazin (una rivista femminista per donne, ndr) e, non ultimo, il nuovo libro di Bettina: "Norahib bikom significa benvenuto", il cui sottotitolo è abbastanza eloquente: "Storia del volontariato per i rifugiati, di una famiglia siriana, e di me stessa. La storia di un'amicizia".

Il libro racconta l'incontro tra Bettina e Arwa. Tra le due donne si sviluppa presto un'amicizia: Bettina aiuta Arwa a districarsi negli uffici e, con lei, riesce a vincere la delirante burocrazia tedesca. Nel frattempo la famiglia di Arwa diventa come una seconda famiglia per la giornalista tedesca. «Le persone che arrivano qui non vogliono essere ridotte al ruolo di rifugiati. È chiaro che comprensione ed empatia per la loro situazione sono importanti, ma la compassione non deve venire da una posizione di presunta superiorità» spiega Bettina. 

Alla pari

«Molti si comportano come dei missionari nei confronti dei rifugiati, e ritengono di dover insegnare loro come debba vivere un giovane moderno. Forse non ce ne rendiamo conto, ma tutto ciò è estremamente sprezzante nei confronti della loro cultura e delle loro esperienze precedenti. L'ulitma cosa di cui uomini e donne che vivono condizioni come quella dei rifugiati e richiedenti asilo hanno bisogno è infatti qualcuno che li costringa ad abbandonare dall'oggi al domani tutte le loro convinzioni e abitutini, forse le uniche cose che ancora li fanno sentire vivi e li tengono in vita. Molto più urgente è il bisogno di persone che li aiutino a trovare un posto nella nostra società».  

Quello che Bettina Schuler sta cercando di creare è un posto come questo nel cuore di Berlino, un luogo per persone che sono state costrette a fuggire, dove le lezioni di yoga e gli altri corsi vengano proposti insieme al sostegno psicologico e alla consulenza lavorativa. Un posto dove uomini e donne costretti a fuggire possano ritrovare un porto sicuro, una casa. 

Per questo Bettina ha fondato l'associazione senza scopo di lucro Citizen2Be, e ha lanciato una campagna di crowdfunding per la realizzazione del progetto. «Molte persone aiuterebbero volentieri, ma hanno a disposizione solo due o tre ore la settimana. Attraverso il progetto i volontari potrebbero impegnarsi con regolarità. E poi ci dovrebbero essere serate dedicate al dialogo e all'incontro, dove soprattutto i giovani sarebbero i benvenuti» spiega.

La storia di Bettina fa riflettere su diversi degli aspetti fondamentali nella pratica dello yoga e nella vita: i legami che noi creiamo, il dialogo con noi stessi e con gli altri, e tutte le cose impagabili che si guadagnano nello scambio. 

Il progetto deve essere diffuso

Anche un'altra associazione, Flüchtlingshilfe Bochum, offre corsi simili. Qui Raphael Hummel ha ideato una proposta di yoga per rifugiati nello studio del suo istruttore di yoga iyengar. Qui egli tiene lezione, una volta alla settimana, a un gruppo di soli uomini. 

Sarah, insegnante di yoga ed ex attrice di soap opera nella tv tedesca, dà invece lezioni a un gruppo prevalentemente femminile. Unica eccezione di un uomo, che vive nei pressi di Colonia e viene a Bochum appositamente per il corso di yoga.  Frequenta anche un altro corso insieme a Jilan, una ragazza gesuita che alcuni anni fa lasciò l'Iraq per venire in Germania. Da qualche tempo Jilan ha completato i suoi studi in architettura, e si impegna per aiutare donne che, come lei, sono dovute fuggire dalla loro patria. 

Molte donne sono traumatizzate nel profondo, e questo le porta ad avere scompensi anche fisici, come il cattivo sonno. Anche Jilan a volte si sente sopraffatta dalle storie che le donne le raccontano. Ed è qui che il suo interesse per lo yoga diviene chiaro: si tratta di apprendere delle tecniche che possano aiutare a mantenere la calma in situazioni di panico, attraverso il rilassamento e la concentrazione sul proprio respiro. Gli esercizi che sposano movimenti corporei con tecniche respiratorie d'altronde possono aiutare a rimettersi in relazione con il nostro corpo. Piccoli esercizi che possono dare grandi risultati, come i piccoli gesti dai quali nascono grandi storie. Che è poi spesso proprio quello di cui abbiamo bisogno: un po' di azione e scambio, sopra e fuori dal tappetino.