REGNO UNITO: EUROFILI E EUROSCETTICI A CONFRONTO SULLA POLITICA ESTERA COMUNE EUROPEA 

Articolo pubblicato il 14 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 14 febbraio 2014

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A Noémie Schoen, Traduzione Olalla Pastor Del Valle.

Il tema principale del dibattito- può la politica estera dell’Unione Europea produrre effetti concreti- è stato analizzato da un vasto gruppo di esperti britannici provenienti da settori diversi, come mass media, politica e il mondo accademico.

ILSERVIZIO EUROPEO PER L’AZIONE ESTERNA: UNA IMMAGINE CONTRADDITTORIA

Nell’Unione dei 28 Stati membri, con priorità e interessi a volte divergenti, non sempre è facile raggiungere quell’accordo che nell’ambito della politica estera europea è richiesto. Sul tema i relatori della suddetta conferenza hanno esposto il loro punto di vista. Tra questi Emma Reynolds, membro del Parlamento Europeo ed esponente del Partito Laburista, nonché responsabile per gli Affari Europei, che ha messo in risalto il lavoro svolto tanto da Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Comune, quanto dal nuovo Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) a partire dalla sua istituzione, avvenuta con il Trattato di Lisbona nel 2009 .

Tra i risultati conseguiti sono stati ricordati la lotta contro la pirateria in Somalia, il ruolo svolto da Catherine Ashton nella cura dei rapporti tra Serbia e Kosovo ma anche nell’organizzazione, nel bel mezzo della crisi, di una tavola rotonda per i negoziati tra iraniani, americani e russi.

John Peet, editor della sezione “Europa” della rivista The Economist, si è mostrato invece molto più incerto circa i risultati conseguiti dal SEAE. Da una parte, a causa dello stallo in cui si trovano da molti anni i negoziati tra la UE e la Turchia e per via del mancato intervento dell’Unione in merito ai tumulti della Primavera Araba; dall’altra parte, secondo Peet sarebbe stato preferibile curare di più i  rapporti con i paesi più vicini ai confini dell’Unione(Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Moldavia, Giorgia o Ucraina).

Si autodefinisce come un “euroscettico moderato” il conservatore Sir Malcom Rifkind, ministro durante il governo di Margaret Thatcher e segretario degli Affari Esteri dal 1995 al 1997.

 Sir Rifkind distingue tra una politica estera unica che vincoli i 28 Stati membri e una politica estera comune; mentre la prima avrebbe scarse possibilità di riuscita, considerato quanto difficile sia coordinare tutti paesi membri verso una stessa politica estera, la seconda ha molte più possibilità di riuscita perché presuppone l’esistenza di un interesse comune autentico.

Piuttosto pessimista si è rivelato essere Anand Menon, professore di politica europea e affari esteri alla nota università del King’s College di Londra, , che ha colto l’occasione per sottolineare il quasi inesistente sviluppo della politica estera europea dai tempi dall’anelito comune del presidente Chirac e del Primo Ministro Blair, alla fine degli anni ’90, di dotare l’Unione Europea dei mezzi necessari per svilupparsi in tale ambito. “Non si tratta di mancanza di investimenti finanziari” piuttosto il problema risiede nella reticenza da parte dei paesi membri a far convergere i propri interessi in una stessa direzione oltre che all’incapacità dell’Unione a risolvere questo problema a livello europeo.

LA UNIONE EUROPEA COME PORTAVOCE DEGLI INTERESSI BRITANNICI

In un momento in cui l’Unione Europea è oggetto di continue critiche nel Regno Unito, è interessante notare come da questo dibattito emerga che tanto gli eurofili quanto gli euroscettici sono concordi nel riconoscere i vantaggi di una politica estera e di sicurezza comune, nonostante la pensino differentemente sul modo in cui tale politica dovrebbe essere condotta.

Considerato il posto che occupa il Paese a livello internazionale, non sarebbe irragionevole pensare che il Regno Unito possa decidere di ritornare a gestire tale settore autonomamente. Stimao parlando, infatti, della settima potenza  economica del mondo, al quarto posto per investimenti nel campo della difesa nazionale. Il Paese è, inoltre, presente in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed è membro della OTAN e del G8, oltre ad essere a capo del Commonwealth e godere di una relazione privilegiata con gli Stati Uniti d’America.

Nonostante ciò, sembra prevalere la voglia di mettersi alla prova con sfide comuni, di credere ancora nella cooperazione internazionale, e l’Unione- nonostante la politica esterna debba ancora consolidarsi-  gode di un peso e di una influenza che va ben oltre quella di un solo paese. L’Unione diventa così portavoce degli interessi britannici espandendo la sua influenza oltre i confini nazionali. Inoltre, differentemente da altri settori in cui il Paese si mostra più reticente a partecipare, la politica estera dell’Unione Europea risulta essere un ambito in cui il Regno Unito continua a impegnarsi. Il Paese rappresenta il 22,4% della spesa in materia di difesa europea e insieme alla Francia costituisce quasi la metà della spesa complessiva.

E’ possibile che quando sarà il momento di scegliere tra il sì o no alla Unione Europea, proprio il SEAE- nonostante debba ancora migliorarsi- costituirà esso stesso uno spazio di dibattito tra i pro-Europa e gli euroscettici. Per quanto concerne la politica estera, è possibile affermare che l’Unione svolge oggigiorno un ruolo chiave nel successo britannico. Continuare a partecipare influirebbe (e molto) sul Regno Unito che, piuttosto che rimanere solo, godrebbe della posizione dell’Unione Europea, portavoce degli interessi nazionali in ambito internazionale.