Referendum Scozia: che implicazioni avrebbe avuto l'indipendenza?

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2014

Un'analisi sui possibili contraccolpi internazionali che la secessione scozzese avrebbe potuto determinare.

Dopo settimane di incertezze nelle proiezioni statistiche e nei primi exit poll i dati ufficiali del Referendum indetto per iniziativa del primo ministro indipendentista scozzese Salmond (Partito Nazionalista Scozzese) per l’uscita della Scozia dalla Gran Bretagna, parlano di una vittoria dei NO.

 Il 55.3% degli scozzesi degli aventi diritti al voto (che per la prima storia includeva anche i cittadini di età compresa tra i 16 ed i 18 anni) ha espresso la propria volontà di restare nel Regno Unito contro il 44% dei favorevoli e una residua ma significativa percentuale di schede bianche ed astenuti ( 383.937).

Analizzando quanto accaduto sia dal punto di vista del diritto internazionale sia economico, un’eventuale vittoria degli indipendentisti avrebbe forse rappresentato più problemi che vantaggi - prima che per la comunità internazionale per la stessa Scozia - sia dal punto di vista economico e monetario, che politico e, altro aspetto fondamentale, militare.

PROBLEMA 1: Le Risorse energetiche nel mare del Nord  Risulta doveroso iniziare l’analisi con un sintetico excursus storico. La Scozia fa parte del Regno di Gran Bretagna dal 1707, dopo che le camere inglesi e scozzesi ratificarono un accordo bilaterale di unione firmato l’anno precedente. Sin da allora, la Scozia è stata pervasa da focolai indipendentisti, che partirono quell’anno stesso da Edimburgo e Glasgow.

 Il 18 Settembre 2014, su proposta di Salmond, la Scozia, per la prima volta nella storia, si è trovata di fronte ad un referendum sul suo status internazionale, dopo l’avallo anche delle Camere di Londra, necessario per indire un referendum relativo allo status della Gran Bretagna. I sostenitori del SI supportavano la tesi secondo la quale la Scozia indipendente avrebbe potuto essere economicamente molto più fiorente, soprattutto per lo sfruttamento dei 24 miliardi di barili di petrolio nel Mare del Nord e del relativo gettito fiscale. Già questa tesi, però, presenterebbe alcuni punti critici. Infatti, come riferisce LIMES, gli scozzesi sarebbero stati costretti a tracciare nuovi confini marittimi con la Gran Bretagna. Il calcolo secondo il quale, dopo la divisione, alla Scozia sarebbe spettato il 96% del greggio e il 56% dei giacimenti di gas, è basato sul presupposto che la divisione avvenga secondo il criterio della “linea mediana”. La linea mediana è la linea che, in caso di due Stati con coste opposte o adiacenti, divide i due mari territoriali basandosi sull’equidistanza (articolo 15 UNCLOS 1982). In casi speciali, però, come proprio quelli relativi alla presenza di risorse energetiche sottomarine contese, nonostante nessuno degli Stati possa spingersi al di là della linea mediana, si è soliti applicare dei correttivi per garantire una ripartizione più equa dei diritti di sfruttamento. In questo caso, risulta plausibile immaginare, dato il peso internazionale e la forza contrattuale dell’Inghilterra, che sarebbero stati applicati tali correttivi, con effetti nefasti per le aspettative scozzesi o che, per lo meno, non si sarebbero certo ceduti i giacimenti senza frizioni significative.

La questione energetica sarebbe stato il primo problema potenziale. Passiamo ora a quello monetario, che avrebbe imposto tre alternative alla Scozia:

PROBLEMA 2: la moneta

1. Usare la sterlina inglese Lasciare, però, la gestione della politica monetaria alla Bank of England avrebbe significato rinunciare de facto alla sovranità monetaria e data la rivalità politica che sarebbe sorta con l’Inghilterra. Una tale decisione avrebbe avuto le caratteristiche dei fenomeni di "dollarizzazione" che hanno legato le valute di diversi paesi centro-americani al dollaro statunitense con risultati spesso negativi nel lungo periodo. Inoltre il paese rischierebbe di essere sottoposto con tutta probabilità a continue rappresaglie monetarie da parte dell'istituzione che gestirebbe l'offerta di moneta, ormai straniera.

2. Adottare una nuova valuta Questa sarebbe stata una soluzione  analoga a quella desiderata anche per Grecia dagli antieuropeisti con l’argomentazione che aumenterebbe le esportazioni a causa di una maggiore competitività all’estero. Sfortunatamente, però, gli effetti positivi della svalutazioni sono molto ridotti per i paesi le cui esportazioni pesano relativamente poco sul PIL (come appunto Scozia o Grecia) e sono ulteriormente compromessi dall’aumento del costo delle importazioni che ne deriva (vedi caso delle catene di Sushi Kaiten in Giappone). Il punto che in molti casi viene ignorato è che l’eccessiva svalutazione che seguirebbe all’istituzione della nuova valuta, salvo che la conversione avvenga senza preavviso (impossibile, salvo che non ci si trovi in una dittatura) è che sia indetto un blocco di tutti i capitali per un dato periodo successivo, porterebbe ad una fuga di capitali massiva e fatale.

3. Entrare nell’Euro Per spiegare i rischi che anche questa soluzione avrebbe potuto comportare è necessario passare alla spiegazione del terzo tipo di problema: quello dell’adesione ai trattati internazionali e alle Organizzazioni Internazionali.

PROBLEMA 3: Cosa accade ai trattati internazionali dopo una secessione?

Prima di parlare dei singoli casi, va però spiegato cosa accade ad uno stato dopo una secessione. Secondo il Diritto Internazionale Generale (quello non scritto che vale per tutti perché riconosciuto da tutti, salvo piccole precisazioni che tralasceremo), uno Stato che secede ottiene nuova indipendenza e, dunque, tutti i suoi trattati, ad esclusione di quelli di confine (localizzabili), vanno ridiscussi e considerati estinti ex nunc (a partire da quel momento). Pensiamo in breve all’ONU. Secondo l’articolo 5 la Scozia sarebbe stato un possibile candidato se avesse ottenuto il voto positivo di 2/3 dell’assemblea generale (ex art. 18) e del Consiglio di Sicurezza (ex art.27) dove si sarebbe andato incontro al veto di Gran Bretagna e probabilmente USA e Cina (infastidita dalle analoghe spinte centrifughe interne in Tibet e Xinjiang). Per la NATO, il problema sarebbe stato enorme e riguardante, principalmente, la parte della flotta inglese che, diventando scozzese, sarebbe uscita, almeno momentaneamente, dal cordone di Sicurezza del Patto creando enormi divergenze con gli Stati Uniti. Concludiamo proprio con l’Unione Europea ( e di conseguenza l’eventuale ingresso nell’eurozona). La Scozia, dunque, per essere ammessa come nuovo stato, avrebbe dovuto rispettare i criteri dell’art.6 TUE (politici, democratici ed economici) e avrebbe dovuto superare il lento e difficile iter previsto dall’articolo 49, che sancisce:

Ogni Stato europeo che rispetti i principi sanciti nell’articolo 6, paragrafo 1, può domandare di diventare membro dell’Unione. Esso trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previo parere conforme del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza assoluta dei membri che lo compongono.

Le condizioni per l’ammissione e gli adattamenti dei trattati su cui è fondata l’Unione, da essa determinati, formano l’oggetto di un accordo tra gli Stati membri e lo Stato richiedente. Tale accordo è sottoposto a ratifica da tutti gli Stati contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali.

Tutti gli Stati parte del Consiglio, quindi, avrebbero dovuto votare a favore dell’ammissione scozzese. La Gran Bretagna sebbene “mutilata” farebbe ancora parte del Consiglio. Questo implica che, in un’ipotesi realistica, la Gran Bretagna avrebbe votato per l’ingresso della Scozia ma di certo avrebbe usato la rinuncia al veto cui ha diritto per aumentare la sua forza contrattuale su altre questioni (come appunto quella energetica). Inoltre, non sarebbe stata solo la Gran Bretagna ad osteggiare la Scozia ma, con grande probabilità, la Spagna; e qui entriamo nel quarto problema.

PROBLEMA 4: la Spagna, la Cina e la Turchia e le loro lotte intestine

Come anticipato per la Cina, anche in Spagna si sarebbe adottata ogni sorta di ostracismo politico ed internazionale, data la situazione sempre più calda in Catalogna. Proprio in questi giorni si sono riaccese forti proteste nelle piazze, soprattutto a Barcellona, riattivate dai venti indipendenti scozzesi. La Spagna, quindi, così come l Cina e la Turchia (dove Cipro Nord chiede a gran voce la secessione) creerebbe un muro probabilmente invalicabile per la “Nuova Scozia”.

Per concludere, va detto che Cameron, il Primo Ministro Inglese, ha compiuto una eccellente mossa diplomatica alla vigilia del referendum. Promettendo un aumento dell’autonomia scozzese anche in caso di vittoria dei no, infatti, ha sì rinunciato ad alcuni vantaggi, ma ha permesso di far affluire nel piatto dei NO un’enorme fascia di incerti che probabilmente avrebbe potuto, in caso contrario, preferire il SI per questioni di emotività collettiva. La Scozia si trova oggi, dunque, a mantenere lo status di Unione con l’Inghilterra, ma con un significativo aumento della propria autonomia amministrativa e politica. Una vittoria a metà, forse, che ha però evitato la lunga serie di problemi che avrebbe potuto creare una vittoria dei SI.