Realtà parallele in Ungheria

Articolo pubblicato il 09 agosto 2017
Articolo pubblicato il 09 agosto 2017

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Sembra che i media Ungheresi stiano costruendo realtà parallele. In che misura la percezione delle persone è influenzata dal modo in cui vengono comunicate le notizie e perché gli agenti e gli informatori dei regimi comunisti sono ancora  a piede libero?

Il famigerato termine ‘post-verità’ è stato tristemente eletto come parola dell’anno del 2016. Tutto ciò non ha rappresentato una novità in nessuno dei paesi post-comunisti, in cui il senso di sfiducia nei confronti del governo e dei media è profondamente radicato nelle proprie vicende storiche. Per quanto riguarda i media, la sfiducia sta dilagando parallelamente alle teorie critiche, rintracciabili nelle accademie e nei principali media, che invitano alla prudenza proprio nei loro confronti. Non è difficile immaginare il secondo fine nascosto dietro alcuni videonotiziari; in ogni caso, un importante fattore da tenere in considerazione in maniera similare è la mancanza di notizie riguardo specifiche problematiche. Nel momento in cui una persona utilizza il maggior numero di sensi a sua disposizione per avere una visione più ampia e completa del mondo, allo stesso modo la persona ha bisogno di essere informata e di attingere notizie da diverse fonti e diverse pubblicazioni. Nonostante tutto ciò non venga annoverato tra i maggiori problemi dei nostri giorni, oggi in Ungheria questo fenomeno è diventato sintomo di qualcosa di più serio.

Il giornale Magyar Nemzet, di proprietà del Primo Ministro Viktor Orbán, pubblica un articolo in data 29 Aprile 2017. Questo articolo rivela che il direttore-presidente László Lehel del Hungarian Ecumenical Aid Service, lavorava dal 1983 per l’ Autorità per la Protezione dello Stato (ÁVH), la polizia segreta ungherese. L’articolo descrive nel dettaglio la vita dell’agente sotto copertura, il cui compito era di riportare le attività dei cosiddetti ‘controrivoluzionari’ all’interno della propria chiesa. Inoltre, László Lehel era entrato a far parte del ÁVH per ‘ragioni patriottiche’ e in precedenza riportava informazioni riguardanti gli studenti universitari anche ad un’altra divisione. Ironia della sorte, l’organizzazione, guidata in precedenza da un informatore comunista, aveva ricevuto miliardi di Fiorini Ungheresi dal governo ‘nazional Cristiano-conservatore’, Fidesz. László Lehel abbandona la propria posizione dal momento che non ha ancora dato una risposta a queste accuse.

La storia ha fatto la propria apparizione su numerosi media: IndexHVGNépszava, persino Blikk (l’equivalente ungherese di The Sun) ha scritto riguardo l’ex-informatore. Ancor più interessante, è la mancata apparizione di questa storia su tutte le pubblicazioni collegate in qualche modo al governo: nessuno degli strumenti media governativi, nazionali o pubblici hanno raccontato della vicenda. Soltanto una testata giornalistica ha fatto menzione dell’incidente, dedicandogli tuttavia soltanto un piccolo paragrafo.

Una fonte che lavora nel giornalismo politico da decenni ormai, ha definito questo fenomeno come normale. ‘Ci sono sempre argomenti di cui non si discute se si lavora nel giornalismo politico. Non è come essere censurati riguardo un fatto di cui non puoi scrivere, è più sottile. Sei solo cosciente del fatto che di alcuni argomenti è meglio non trattare. Non fraintendetemi, questo fenomeno è presente ovunque! Non solo in Ungheria, ma in tutto il mondo, il giornalismo politico ha delle preferenze. Prendete gli USA ad esempio. Perché pensate che il New York Times abbia premuto così tanto contro Trump? Perché un miliardario messicano lo aveva acquistato nel 2015, perciò quando Trump esprimeva le proprie teorie riguardo i Messicani criminali, ci sono state delle ovvie ripercussioni’.

Questa mancanza di polarizzazione di media riguardo la scelta degli argomenti da trattare è espressione di un male più grande. Il caso dell’Ungheria dimostra come il fenomeno può degenerare se viene portato troppo avanti. La mancanza di reportage su una storia di tale importanza può essere spiegata dal fatto che i cosiddetti ‘agent-files’ rappresentano un argomento molto scomodo per il governo. Ciò risulta evidente nella maniera in cui hanno gestito il problema finora, maniera chiaramente non in linea con quella adottata dal resto dei Paesi post-Sovietici, come la Polonia o la Repubblica Ceca. Il governo (dal cambio di regime), ogni volta in cui l’opposizione aveva provato a rendere pubblici questi file, aveva votato contro la loro apertura e diffusione. La commissione, composta ad hoc dal governo attualmente in carica, aveva il compito di investigare su tali file, ma si era dichiarata incapace di recuperare una lista completa degli agenti. Nonostante ciò, il governo promette di rendere disponibili alcuni di questi file per i ricercatori, ma soltanto dopo le elezioni del 2018. Questi segni dimostrano come l’argomento sia incredibilmente scomodo per i partiti al governo, e come preferirebbero non discuterne affatto. Questa è la ragione per cui i media, più o meno collegati al governo, mantengano il silenzio riguardo László Lehel, non rendendosi conto della catastrofe che potrebbero causare con la propria obbedienza.

Se diamo per certa l’esistenza del silenzio stampa su argomenti scomodi, non solo in questo caso, dobbiamo anche venire a conoscenza di un nuovo fenomeno riguardante i media governativi, associato con Facebook e i social media: le echo chamber. Il fenomeno, chiamato anche Bias di conferma, può essere definito come fenomeno in cui si cercano e selezionano pezzi di informazione quanto più possibile simili alle proprie preesistenti opinioni, visione del mondo, preferenze politiche. Il fenomeno è largamente conosciuto e studiato nel mondo dei social media, ma sembra che in Ungheria sia salito al livello superiore. In ogni caso, si tratta di un problema internazionale.

Abbiamo domandato a Balázs Weyer, presidente della ONG Editor’s Forum Hungary, il cui scopo è proteggere gli standard del giornalismo professionale, cosa pensa del fenomeno. ‘E’ molto difficile non focalizzarsi su un solo media’ afferma. ‘La polarizzazione è presente in tutti i Paesi, ma in Ungheria si esprime in una maniera moto forte’ aggiunge. ‘Ma se guardate alle elezioni statunitensi, alla Brexit o alle recenti elezioni britanniche, potete vederla ovunque’.

E’ importante notare come i social media influenzino incredibilmente la stampa. ‘Le persone consumano i media in maniera meno diretta, per esempio su Facebook gli articoli non appaiono nel contesto per cui erano stati creati. Questo contesto cessa di esistere su Facebook’ dice Mr Weyer. ‘Se lo stesso articolo viene condiviso da due amici, uno commenta con un cuore e l’altro commenta con un “andate a quel paese’, beh, ciò crea un contesto molto forte’. Il social media porta cambiamenti non solo per l’editore, ma anche per i lettori. ‘Per quanto riguarda la competizione tra velocità e precisione, ad oggi il vincitore è chiaramente la velocità’ aggiunge. ‘E ancor più importante, né la stampa né i lettori si sono ancora adattati a questo cambiamento’.

Il problema, quindi, risiede sia nella stampa che nei lettori. Tutte le società devono affrontare questa problematica, dal momento in cui realtà alternative distruggono le radici e le basi del dibattito, e dal momento in cui non c’è nemmeno una base comune per fatti o eventi. Non sorprende dunque il fatto che l’esistenza di queste echo chambers causi una guerra tra le due parti, che si fanno male a vicenda. Come afferma Mr. Weyer nella nostra intervista: ‘Se i media cessassero di rappresentare una fonte sicura d’informazione, perderemmo uno dei pilastri più importanti della democrazia stessa’.