Reality show: pillole di falsa gloria

Articolo pubblicato il 02 maggio 2006
Articolo pubblicato il 02 maggio 2006

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Loana, Pietro e Zlatko vivono in un appartamento a Berlino, Parigi o Roma, sotto l’occhio vigile delle telecamere. Oltre all’esibizionismo, ad unirli c’è qualcosa di più: sono le celebrità dei poveri.

Nel 2003 Endemol-Francia lanciava sul canale TF1 il programma Nice People. Dodici giovani provenienti da ogni angolo d’Europa sono rinchiusi in una lussuosa villa di 450 metri quadrati, filmati 22 ore su 24 per un periodo di tre mesi. L'audience poco soddisfacente non ha convinto del tutto gli autori ad investire in questo programma stile “appartamento spagnolo”.

I reality show forse non amano l’Europa, ma di certo non si può dire l’inverso; dopo l’acquisto del programma Big Brother (il nostro Grande Fratello), creato dall’imprenditore olandese John de Mol, le catene televisive del continente hanno immediatamente compreso il valore che queste cavie catodiche rappresentavano. In Spagna la prima edizione del Gran Hermano ha conquistato l’attenzione di 12 milioni di spettatori, cioè circa un terzo della popolazione.

In Francia il programma intitolato l’Ile de la tentation (“l’isola della tentazione”) ha radunato di fronte al piccolo schermo il 60% dei giovani con un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni. La ricetta del “tele-marketing” rimane identica: il fatto di essere rinchiusi, sorvegliati e la speranza di vincere il premio. Possiamo comunque distinguere differenti categorie di programma: la gabbia per topi stile Dwa swiaty in Polonia, il concorso in televisione tipo Amici in Italia e il gioco amoroso stile Bachelor in Inghilterra.

La tirannia del reale

La falsa vita della gente vera riscuote dunque successo. «Esiste, da una ventina d’anni a questa parte, una forte tendenza della televisione a considerare la realtà come definita dalla quotidianità, dall’anonimato», afferma François Jost, semiologo specializzato nello studio della televisione. Dopo il fenomeno soap-opera alla Dallas e alla Beautiful, e dopo i in quiz televisivi, eccoci giunti nell’era dell’autenticità. E le virgolette sono d’obbligo, poiché spesso la manipolazione è pressoché totale, «sia registrando il programma, sia diffondendo le sequenze secondo un canovaccio ben delineato, sia lasciando scivolare il programma sul terreno ludico, a somiglianza di quanto accade durante Fear Factor, per evitare critiche… In tutti i casi non è che un gioco ben inscenato», chiarisce Jost. Per spiegare il successo travolgente di questa tipologia di programmi Damien Le Guay, autore del saggio L’Empire de la télé-réalité (“l’impero del reality show televisivo”), parla di «processo di liberazione della parola di perfetti sconosciuti. Un tempo si permetteva che si esprimessero unicamente persone il cui talento era riconosciuto». Secondo Le Guay l'infatuazione generale per questi “attori loro malgrado” può spiegarsi con il «rilassamento dei nostri comportamenti sociali. Questi protagonisti – che si struggono sia psicologicamente che fisicamente – esasperano la nostra tendenza al voyeurismo».

Voyeurismo, processo di identificazione con i protagonisti, perversione… La lista delle motivazioni che spingono i telespettatori a seguire i reality è lunga e complessa. Per questo è impossibile determinare se Reality Run in Germania sia solo una sorta di nascondino o magari una caccia all’uomo. Altro fattore determinante è la crescente diffidenza nei confronti dei personaggi “più o meno noti” invitati nei programmi di intrattenimento, che spinge il pubblico a privilegiare “l’uomo comune”.

Il ritorno del proletariato

I reality show, molteplici nelle loro origini, portano all'indentico risultato della fabbricazione di una gloria mordi e fuggi. Secondo Jost, la reality-tv «mette in scena due mondi: quello sacralizzato dei Vip, e l’altro, quello degli anonimi. Il semplice fatto di comparire sullo schermo può far divenire celebri. Peraltro questi programmi a volte mostrano delle star che si confrontano con compiti umilianti». Il sociologo insorge contro questa specie di «esigenza di democratizzare ad ogni costo la celebrità. Tutti avrebbero diritto, come diceva Andy Warhol, al proprio quarto d’ora di celebrità. Il fenomeno dei “reality show”, lungi dall’essere innovatore, non fa altro che riprendere l’idea secondo la quale la vita stessa può divenire un’opera d’arte. Può essere essa stessa degna di osservazione, persino nella sua quotidianità».

Damien Le Guay preferisce parlare della «creazione di un nuovo proletariato ad opera della televisione. Le fiabe catodiche nascondono la nostra banalità e ci permettono di passare dall’altra parte dello specchio. Saltando la tappa dell’impegno o del lavoro. Chiunque ormai può accedere alla celebrità». Quest’ultima dunque non è più segno di riconoscimento di un talento, qualunque esso sia, ma un fine in sé. Nonostante ciò gli specialisti sono d’accordo nell’affermare che si sta facendo strada, tra le fila del pubblico, una certa stanchezza nei confronti di questo universo di futilità. Le quotazioni di queste false star tende ad abbassarsi nella stampa specializzata e l’audience realizzata da questa “tv spazzatura” è in drastico calo. «In Europa i format dei programmi sono sempre gli stessi, c’è poca innovazione nel campo», precisa Le Guay. «La gente comincia a provare una forma di rigetto per queste vuote banalità. E ciò è all’origine del rinnovato interesse per la fiction. Lo dimostrano serie di successo come Lost o Desperate Housewives». George Orwell può tornare a dormire sonni tranquilli. Magari a Wisteria Lane.