Raneem Matouk: una testimonianza sulle prigioni siriane

Articolo pubblicato il 16 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 16 gennaio 2017

Secondo le ultime stime di Amnesty International, più di 18.000 persone hanno perso la vita nelle carceri siriane sotto il regime di Bashar Al-Assad. Raneem, rifugiata siriana in Germania dal 2015, ha trascorso quattro mesi della sua vita in una prigione dove le torture erano all'ordine del giorno.

A guardare i media, quello che balza immediatamente agli occhi riguardo al conflitto siriano sono i raid aerei e i flussi di rifugiati che fuggono dal proprio paese. Quello di cui non si parla mai abbastanza, invece, sono gli arresti arbitrari e le torture nelle carceri siriane. La Syrian Network for Human Rights, organizzazione indipendente e non schierata, ha dichiarato di possedere una lista di oltre 117.000 detenuti senza accuse a carico.

In una relazione pubblicata da Amnesty International lo scorso agosto è stata resa nota l'uccisione di oltre 17.723 persone. I sopravvissuti hanno reso testimonianza delle torture a cui venivano sottoposti in prigione: confessioni forzate, percosse "di benvenuto", stupri, scosse elettriche, isolamenti e altri tipi di maltrattamenti psico-fisici. Per fare luce sulle loro condizioni, Amnesty ha lanciato una campagna che prevede la creazione di un modello tridimensionale del famigerato carcere militare di Saydnaya, basato sulle testimonianze degli ex-detenuti.

Amnesty International ha dichiarato che molti degli arrestati sarebbero attivisti pacifisti, giornalisti, scrittori e difensori dei diritti umani. Raneem Matouk, studentessa venticinquenne di arti visive, tenuta sotto custodia dalle autorità siriane per quattro mesi, incarna questa descrizione. La sua unica colpa è quella di aver preso parte alle proteste pacifiste contro il governo, e di essere allo stesso tempo figlia di un noto avvocato difensore dei diritti umani.

L'incubo di Raneem iniziò con una visita inaspettata da parte di alcuni agenti di polizia. Trenta di loro fecero hanno fatto irruzione in casa sua per arrestare una ragazza di appena 1.60 m di altezza che si era rifugiata in casa con la madre e il fratello più piccolo. Fu poi portata in un centro di detenzione a Kafar Souseh, a Damasco, a più di due ore di auto da Homs, la sua città d'origine.  

Raneem, una giovane dagli occhi scuri e vivaci e i capelli ricci e mori, ha raccontato la sua esperienza in occasione di una conferenza tenutasi lo scorso a dicembre a Bruxelles e organizzata da una piattaforma cittadina locale per il sostegno dei rifugiati, dove erano presenti più di cento persone.

Una storia, un racconto, una vita

Raneem esordisce chiedendo se ci siano bambini presenti in sala: la storia che sta per raccontare non è adatta ai minori e ai soggetti particolarmente sensibili.

La ragazza appare imperturbabile mentre descrive la "cerimonia di benvenuto" che ricevette alla stazione di polizia. Il suo solito sorriso scompare quando inizia a spiegare come gli agenti la fecero mettere nuda contro il muro.  «Ci spogliarono e ci perquisirono. Poi iniziarono a picchiarci così, senza preavviso. Nel mio caso miravano al viso e alla testa. Si sfogarono su di me».

Racconta di aver condiviso una cella di otto metri quadri con altre nove donne, alcune delle quali erano incinte. Per terra c'erano solo cinque materassi, e per poter dormire dovevano fare a turno. O almeno provarci: «Dalla nostra cella riuscivamo a vedere le camere di tortura. Usavano anche la corrente elettrica». Grazie a un interprete, Raneem spiega come gli agenti le hanno aggredite e stuprate. «Sentivamo la gente urlare 24 ore su 24. L'incubo della morte non ci abbandonava mai. Passavamo tutto il tempo attaccate alla  porta di ferro per guardare dalla finestrella, con la paura di vedere qualcuno che conoscevamo, un parente, magari».

Raneem è convinta che lo scopo delle prigioni del regime vada ben oltre la semplice repressione: «Le persone venivano portate via dalle celle, gli agenti rimuovevano loro gli organi e poi li ributtavano in cella per lasciarli morire. A volte i corpi esanimi restavano lì dentro per giorni, in mezzo gli altri detenuti ancora vivi».   

Un giorno, stanca dei soprusi, ha iniziato uno sciopero della fame. Il direttore la chiamò nel suo ufficio, dove c'era già un'altra ragazza che aveva avuto la sua stessa idea. Raneem non leppoaracconta cosa le hanno fatto. Sembra che non voglia ricordare, ma racconta di come la sua compagna è stata stuprata, di come fu obbligata a sedersi su una bottiglia.

A giugno, dopo essere stata vicinissima alla morte per quattro mesi, Raneem fu convocata in tribunale, dove il giudice le chiese se avesse del denaro. Per sua fortuna lo aveva, e così tornò a casa.

Ad un tratto torna a sorridere. «A volte ridiamo o ironizziamo su quanto accade in quelle prigioni». Una volta mi ha spiegato che all'università aveva sentito dei colpi di mortaio. Un amico che era lì con lei le ha detto: «È meglio se andiamo a vedere se a qualcuno serve aiuto». E lei, con una risatina, rispose: «Ok, ma se moriamo è colpa tua».

"Non c'è altro posto che sia casa mia"

«Trasformiamo la paura in scherzo», racconta. «Ogni giorno, prima di andare a lezione, salutavo mia madre, mio fratello, i miei amici, senza sapere se li avrei mai più rivisti vivi. Ogni giorno poteva essere l'ultimo».

Dopo essere uscita di prigione, Raneem sapeva che era ora di scappare. Prese un taxi fino al confine con il Libano, a 20 km da Homs. E fu anche fortunata: anche il tassista era un oppositore del regime. Arrivata alla frontiera, fu fermata da un impiegato di dogana che conosceva un suo parente, e la lasciò andare. Una volta in Libano il tassista la fece scendere, facendole promettere di non tornare mai più in Siria. Pochi giorni dopo fece domanda di asilo presso l'ambasciata tedesca di Beirut per ottenere il permesso d'asilo. Ora è al sicuro e vive a Neubrandenburg, in Germania.

Raneem non sa se manterrà la promessa fatta al tassista. Vorrebbe tornare a casa, una volta che lo stato di diritto sarà ripristinato. «Dipende da come agiranno la Russia e gli Stati Uniti, e da quando questi decideranno di porre fine al regime di Assad. Non è semplice vivere in Germania. La Siria è un paese bellissimo e io non riesco ad immaginare nessun altro luogo dove vivere in casa mia».