Rajko Grliç:" basta film politici", il regista croato si racconta

Articolo pubblicato il 12 febbraio 2013
Articolo pubblicato il 12 febbraio 2013
Padrino del festival di quest’anno, Rajko Grliç, regista croato sul filo tra derisione e gravità, si racconta in occasione della 35 edizione de Les Rencontres Henri Langlois, kermesse cinematografica di Poitiers, che quest'anno ha reso omaggio alla settima arte balcanica.

Uno sguardo ridente. Un viso rotondo. Sotto l’austero mantello nero che gli cade sino alle ginocchia, Rajko Grliç nasconde una franca bonomia. Anche sullo schermo il contrasto è pungente. In ognuno degli 11 film che ha realizzato il cineasta croato si impegna a mescolare dramma e ironia. Soldato insubordinato, luogotenente ubriaco che offre ogni giorno il posteriore alle punture curative di una malattia sconosciuta, sessualmente trasmissibile: con The Border Post, film uscito nel 2006, Rajko Grliç conferisce a una postazione militare avanzata un’allure di campo vacanze per adolescenti depravati. Una leggerezza che rende la guerra più assurda e i suoi drammi più strazianti. Questo umorismo da Europa centrale, acido e grottesco, Grliç lo deve al suo Paese, la Croazia. "Mia madre ha cambiato sistema politico sette volte nella sua vita, mio padre era filosofo dunque sotto sorveglianza della polizia", racconta l’artista, "a casa nostra abbiamo imparato in fretta a ridere del nostro destino".

"Filmo la Croazia perché è ciò che conosco meglio"

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Questo gusto della derisione, Grliç lo traduce in immagine sin dall’adolescenza. A 14 anni, con la sua videocamera nuova di zecca, lasciata sotto l’albero di natale da un vecchio zio un po' folle, il ragazzo gira The Brick, il suo primo film, la storia di ragazzini che bighellonano nei giardini pubblici e terrorizzano le coppie. "In banda, si dirigono verso l’uomo con un mattone in mano e lo incitano a comprarlo. La vittima è costretta ad accettare, altrimenti viene riempita di botte". Insieme assurdo, comico e crudele, il racconto dà l’idea di quello che sarà il cinema di Rajko Grliç. 42 anni e 11 film più tardi, l’uomo non arriva a mollare la presa. Oggi, a 66 anni, il regista si lancia nella scrittura di un dodicesimo film. L’ultimo. "È il mio terzo ultimo film", confessa l’appassionato. L’avremo capito, l’uomo ha un debole per l’auto-derisione. Più che per l’auto-contemplazione. Una volta terminato, non riguarda ciascuno dei suoi film che una sola e unica volta: da solo in una stanza oscura, porta chiusa e imposte abbassate. Dopodiché non li rivede mai più.

Da Praga agli Stati Uniti

"Voglio conservare un’impressione intatta", spiega il regista, "se guardassi uno dei miei film con qualcuno proverei a guardarlo attraverso i suoi occhi e la mia opinione risulterebbe falsata", aggiunge. Per il regista ciascuno deve mantenere la propria libertà: "Questo vale nei due sensi: quando faccio un film voglio lasciare abbastanza spazio perché lo spettatore si formi la propria opinione". In Croazia, negli anni ’90, questo spazio di libertà non esisteva, la propaganda dettava il tono della settima arte. A quell’epoca Rajko Grliç aveva preso il largo da tempo. "A 18 anni ho messo la mia vita in una valigia", racconta sorridendo. Parte allora a vivere a Praga e, nel 1971, è diplomato all’Accademia del Cinema (FAMU). Poi torna a Zagabria, gira i primi lungometraggi e molti documentari.

Quando la guerra scoppia nella ex-Jugoslavia, Rajko Grliç è ben presto schedato. Fugge allora negli Stati Uniti. Senza mai rompere il legame con il suo Paese. Otto dei suoi undici film si svolgono a Zagabria. "Filmo la Croazia perché è ciò che conosco meglio", spiega il regista, "ma per fare un film occorre anche prendere la distanza". È senza dubbio per questo che Rajko non ha mai girato niente sulla guerra. "The Border Post è giusto l’attesa della guerra", sottolinea. Nondimeno, ciascuno dei suoi film è ispirato alla storia del suo paese. "Sono nato in un piccolo paese dove anche andare a comprare il pane era un atto politico", spiega il croato. Allora, sebbene aborrisca i registi cosiddetti impegnati, Rajko Grliç finisce per realizzare film politici.

Al posto di lottare contro il sistema politico, i miei personaggi lottano contro il loro proprio sistema, il loro matrimonio, la loro famiglia

Nel 1971 realizza un documentario televisivo intitolato All men are good men in bad society. Il messaggio è chiaro, la diffusione censurata. "Se fossi nato negli Stati Uniti, questo paese dove si può quasi dimenticare che la politica esiste, avrei evidentemente fatto dei film diversi", riconosce. Oggi il regista è più distaccato: "Rispetto al potere dei soldi, la politica non controlla più niente, non vedo più l’interesse di fare film politici". Avventure di una notte, doppia vita, erotismo e tradimento: Just between us uscito nel 2010 ha tutto per essere un film leggero. Eppure Rajko Grliç parla sempre di ribellione: "Al posto di lottare contro il sistema politico, i miei personaggi lottano contro il loro proprio sistema, il loro matrimonio, la loro famiglia".

Grliç ha sempre vissuto al ritmo dei suoi film e il regista s’ispira molto ai suoi amici. Cosicché quando il cineasta invecchia, invecchiano anche i suoi personaggi. "Sessant’anni è l’età della disillusione, l’età in cui si rinuncia per davvero a cambiare il mondo e in cui si ridiventa molto individualisti". Disillusi, angosciati, i personaggi di Just between us sorprendono per la loro sessualità sfrenata: "quando si invecchia è un modo piacevole di ricordarsi che si è vivi", avanza il regista.

Che importano gli anni, Rajko Grliç ride sempre in faccia al suo destino.

Foto: copertina © Darije Petković; testo© sito ufficiale di Rajko Grlic, video: The Border Post (cc) ContentRepublic/YouTube