Radovan Karadžić è stato condannato, ma le ferite restano aperte

Articolo pubblicato il 26 marzo 2016
Articolo pubblicato il 26 marzo 2016

Il 24 marzo il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aia ha pronunciato il verdetto contro l'ex Presidente della Repubblica serba di Bosnia: Radovan Karadžić è stato condannato a quarant'anni di prigione per il genocidio di Srebrenica. Cafébabel era lì quando è stata pronunciata la sentenza. 

«Mio padre era in un campo di concentramento a quell'epoca, questo processo è estremamente importante per la nostra famiglia». È con queste parole che si esprime Ajdin Cehic poco prima dell'annuncio del verdetto finale davanti al Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ), situato nel cuore dell'Aia, che ha condannato Radovan Karadžić a quarant'anni di prigione per il genocidio di Srebrenica. Come Ajdin, diverse decine di persone sono venute direttamente dalla Bosnia Erzegovina per esprimere un'ultima volta la propria collera e ricordare al mondo intero i giorni bui della storia del proprio Paese. Questi manifestanti, bosniaci per la maggior parte, si sono muniti di cartelli e striscioni, con scritte parole come "genocidio" e "crimini di guerra", una lista (senza dubbio non esaustiva) di nomi delle oltre 8mila vittime del massacro di Srebrenica e un vessillo con sei gigli, antica bandiera della Bosnia Erzegovina.  

"Mi ha cambiato la vita"

Tutti non attendevano che una cosa: il riconoscimento di ognuno degli undici capi d'accusa imputati all'ex Presidente dei serbi di Bosnia. In particolare ci si aspettava che il Tribunale riconoscesse Karadžić come responsabile del genocidio contro le popolazioni musulmane nelle diverse municipalità del Paese, tra cui Srebrenica. Azmir Husić, originario di questa località, è venuto proprio da Srebrenica per essere presente in questa giornata: «Abbiamo fatto un viaggio di quasi 1.650 chilometri e speriamo che Karadžić sia punito per ciò che ha fatto a quelle centinaia di migliaia di persone,» ha affermato. Da oltre vent'anni le famiglie aspettano che giustizia sia fatta, e ciò rende questo giorno molto importante per loro. «È una giornata storica. Avevo 7 anni all'epoca dei massacri. Quello che è successo mi ha cambiato la vita. Da vent'anni sono alla ricerca della verità,» dice Elmina Kulašić.

La manifestazione si è svolta in maniera abbastanza serena fino all'arrivo di Florence Hartmann. L'ex giornalista di Le Monde, nonché ex portavoce della procura generale del TPIJ, qualche anno fa ha pubblicato un libro, Paix et châtiment (Pace e castigo), in cui denuncia le disfunzioni della stessa corte internazionale, tra cui un accordo segreto fra gli Stati Uniti e Radovan Karadžić. Era giunta per pronunciarsi nuovamente sull'argomento, ma è stata richiamata dalle forze dell'ordine. Dopo qualche minuto di quiproquo, la polizia presente sul luogo l'ha arrestata e portata in tribunale. Il motivo? Nel 2009 la Hartmann era stata condannata per «aver ostacolato il corso della giustizia» con le sue rivelazioni, e tale sentenza non era stata ancora mai applicata. 

Il fatto illustra la polemica e la forte tensione presente per anni intorno al processo. La Bosnia Erzegovina è ancora divisa dopo anni di guerra, e l'incertezza che circonda la sentenza contro Radovan Karadžić lascia alcuni manifestanti piuttosto scettici. Ajdin Cehic nota anche che «potrebbero verificarsi manifestazioni. Che abbia ricevuto una condanna o no, da un lato o dall'altro si protesterà. È una questione molto delicata»

Delusione dopo il verdetto

Dopo quasi due ore di monologo e di fronte all'impassibilità dell'ex leader serbo, il giudice annuncia il verdetto: Radovan Karadžić è colpevole di crimini contro l'umanità, di crimini di guerra e del genocidio di Srebrenica. Tuttavia, non è stato ritenuto colpevole di genocidio nelle altre cittadine bosniache. La sentenza lo condanna a quarant'anni di carcere. 

Le persone accorse a manifestare, stavolta più numerose, si sono riunite davanti al Tribunale, aspettando le famiglie delle vittime che avevano assistito al processo. Elmina Kulašić ha affermato di essere entusiasta perché si tratta di un giorno molto importante per lei e per tutta la Bosnia Erzegovina. Tuttavia, come molte delle persone presenti, si dice delusa dal verdetto. Lei crede che «tutte le prove sono state raccolte per riconoscere Karadžić colpevole anche del genocidio nelle altre municipalità bosniache»Per lei, Srebrenica non fu che il culmine di una politica di terrore portata avanti per anni dall'ex Presidente e dai suoi seguaci. Elmina avrebbe sperato che l'imputato fosse condannato al carcere a vita e non a quarant'anni. Una scelta che non avrebbe fatto molta differenza, vista l'età del condannato, ma che avrebbe avuto un valore simbolico importante. Questi stessi sentimenti sono stati largamente condivisi dalla folla. 

Visibilmente tale sentenza non soddisfa nessuno. Quanto l'avvocato di Radovan Karadžić, Peter Robinson, esce attorniato da numerosi giornalisti, non nasconde il suo disappunto: «Ho parlato con Karadžić dopo la sentenza. È deluso e sorpreso per il verdetto. Sperava di non essere condannato per genocidio ed è estremamente sorpreso di essere stato riconosciuto colpevole di un tale crimine». La reazione dell'ex presidente della Repubblica serba di Bosnia s'inscrive nella logica di difesa che ha adottato dopo l'arresto nel 2008. Il giorno prima della sentenza, in un'intervista al Balkan Investigative Reporting Network, ha addirittura affermato di aspettarsi un'assoluzione. 

L'avvocato ha aggiunto che lui e il suo cliente avrebbero «fatto appello per i dieci capi d'accusa. Abbiamo trenta giorni per fare appello per questa sentenza. Ma l'intero processo durerà circa tre anni». Vent'anni dopo la fine della guerra, si dovrà attendere ancora qualche altro anno prima di poter mettere la parola fine su questa saga giudiziaria. Le ferite non sono, dunque, ancora pronte a richiudersi. 

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Bruxelles