Radovan Ivsic, surrealista europeo

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2006

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Maestro del surrealismo, Radovan Ivsic ha attraversato il Ventesimo secolo tra poesia, drammaturgia e impegno politico. Il tempo di una pausa a Bruxelles e questo parigino d’adozione ritorna sulla sua vita europea, con i suoi alti e bassi.

«I colori mi accerchiano e mi sollevano». Parola e motto di Radovan Ivsic. Illuminato da una cravatta giallo fluorescente, che fa l’occhiolino alla sua apparente eterna giovinezza, il poeta franco-croato ha appena partecipato a Bruxelles ad una manifestazione culturale dedicata alla Romania. Dopo essersi disfatto a fatica di amici e ammiratori ansiosi di salutarlo, mi invita a sedermi al suo tavolo. Nel suo serio vestito nero, è un uomo longilineo che ostenta tuttora, a ottantaquattro anni, un’audace capigliatura di media lunghezza. Poeta e drammaturgo apprezzato da Breton, «il maestro», come alcuni lo chiamano, appartiene ad una «specie in via d’estinzione», all’altezza del suo famoso amico di origine rumena, Eugène Ionesco, padre del teatro dell’assurdo.

Artista decadente

Nato a Zagabria nel 1921, Radovan Ivsic scopre Parigi all’età di sedici anni. L’anno seguente, nel 1938, mentre è studente a Grenoble, si reca ad Orange per assistere al festival delle Chorégies. Una rappresentazione di Sofocle, messa in scena dalla Comédie Française «l’incanta al punto che decide di dedicarsi anima e corpo al teatro». Rientrato in Iugoslavia, tenta di mettere in pratica il suo progetto, ma la Seconda guerra mondiale glielo impedisce ben presto. Dal 1941 al 1945 il regime nazionalista neofascista Ustascia dirige la Croazia come uno Stato fantoccio nazista. E per le autorità, Ivsic incarna un «apostolo dell’arte decadente». Il suo poema Narciso è proibito a partire dal 1942 e la sua rappresentazione teatrale Il Re Gordogan (del 1943) dovrà aspettare più di dieci anni per essere recitata. Perché Radovan Ivsic non avrà molta più fortuna con la Repubblica federale socialista di Tito. «Se i fascisti hanno reso palese la mia proibizione, i comunisti sono stati molto più abili, riuscendo per la maggior parte del tempo a proibire senza proibire», glissa. Impossibilitato ad esprimersi direttamente, Ivsic ripiega nella traduzione in croato di classici della letteratura francese, prima di partire definitivamente per Parigi, nel 1954. «Ho lasciato con gioia la Iugoslavia di Tito, perchè aveva adottato il sistema jdanoviano, stalinista, il realismo socialista, chiamatelo come preferite… ci sono mille nomi per descrivere lo stesso orrore».

Parigi, 1950

Una volta trasferitosi nella capitale francese, Ivsic ha «l’immensa fortuna di incontrare di nuovo, senza cercarlo, uno dei più grandi poeti surrealisti, Benjamin Péret». Entusiasmato da Il Re Gordogan, André Breton lo invita a prendere parte a questa corrente artistica. Ivsic frequenta ormai personalmente, oltre a Breton e Péret, la pittrice ceca Toyen e lo spagnolo Miró. Nella Montmartre degli anni Cinquanta, il Le Cyrano café diventa la sede dei ritrovi quotidiani del Gruppo surrealista. Questo fino al 1969, data di fine, o piuttosto di “sospensione” del movimento. Quando gli si chiede se si sente bene nella pelle dell’ultimo grande surrealista, Ivsic confida disincantato e melanconico: «Non posso definirmi surrealista quando tutto il mondo pretende di esserlo da quando il movimento è scomparso».

Europeo della prima ora, il nostro invitato riserva tuttavia all’Ue uno sguardo tanto attento quanto inquieto: «Non ho paura dell’Unione Europea, anche se non bisogna dimenticare che dall’Europa hanno avuto origine numerose catastrofi» e ricorda che gli europei hanno sterminato, rubato, colonizzato, nonché inventato la bomba atomica. L’atteggiamento dell’Ue verso la guerra in Croazia e in Bosnia-Erzegovina non è certo esente dal suo giudizio. «Come si può non condannare un’Europa che non ha agito di fronte ai massacri di Vukovar e di Srebrenica?», s’inalbera Ivsic. E che dire poi della posizione attuale della Croazia, ai margini dell’Unione Europea? «I croati sono europei e mi sembra semplicemente anormale che non facciano ancora parte dell’Europa. Veramente un’ingiustizia!». Agli occhi del poeta il mito di un’Europa pacificatrice sembra aver perduto la sua aura.

Nessuna schiavitù

Ivsic si rifiuta d’altra parte di ridurre il mondo all’Europa. Iugoslavo d’origine, oggi franco-croato, parla diverse lingue, tra le quali l’italiano, il tedesco, l’inglese e il russo. «Un piccolo popolo deve necessariamente conoscere le lingue», sottolinea. Quanto al suo impegno di cittadino, pur affermando di «fuggire i politici», riconosce che nell’insieme la sua opera è profondamente politica, sull’esempio del Il Re Gordogan, scritto sotto l’occupazione tedesca e che pone la questione del potere e della schiavitù volontaria. Rifiutando gli onori e altre distinzioni letterarie, arriva ad ammettere: «trovavo indegno da parte di Ionesco che sedesse all’Académie française. I nostri incontri sono cessati da allora». In definitiva, è il posto dell'uomo nell’universo moderno che interessa ad Ivsic più di ogni altra cosa. «Ciò che sta avvendo in Iraq, l’ecologia, la bomba atomica… sono questi i veri problemi. Non bisogna desistere a questo mondo». Gli anni pare non abbiano affatto scalfito la rivolta di Ivsic il ribelle: «in Croazia le persone muoiono di fame e vivono con pensioni miserabili, come in molti altri paesi dell’Est, dove lo scarto tra ricchi e poveri non fa che aumentare. Per non parlare della Cina, poi». Inquieto e rassicurante allo stesso tempo, Radovan Ivsic vuole ancora credere al solo potere di dire no, ricordando che «la libertà di parola è essenziale».