Radiodervish, “L'incontro crea un linguaggio culturale che ha un effetto benefico”

Articolo pubblicato il 15 settembre 2011
Articolo pubblicato il 15 settembre 2011
“Mettere tra parentesi un po' il proprio mondo per ascoltare il mondo dell'altro, offrirsi per essere esplorato e per esplorare se stessi”, è il modo di pensare di Radiodervish, il gruppo musicale fondato da Nabil Salmeh e Michele Lobaccaro. Nella loro musica cercano di sperimentare creando un linguaggio che congiunge diversi orizzonti sonori del Mediterraneo.
Arabo, italiano, inglese, francese, spagnolo sono le lingue che alternano nei testi poetici cantati.

di Ilona Nukševica

L'immigrazione è il tema centrale non solo nella musica ma anche nell'esperienza personale vissuta: Nabil è di origini palestinesi nato a Libano e vive in Italia, Michele di origini pugliesi nato a Ventimiglia e tornato in Puglia. Ma i musicisti non cercano di accennare la chiusura che sta nei radici delle piccole terre di provenienza. Invece credono nel potere creativo dell'incontro. Secondo Radiodervish un linguaggio culturale universale che unisce popoli può presentare una soluzione anche ai conflitti politici. Nell'Italia di oggi è ancora più importante rendersi conto della realtà del fenomeno dell'immigrazione e scoprire quali possono essere le sue potenzialità che spesso non vengono correttamente rappresentate nello spazio dell'informazione.

Siete sradicati o mettici? Non appartenete a nessun luogo o rappresentate diversi luoghi insieme? Nabil Salameh: Sradicamento è anche una questione di spostamento, di come l'abbiamo vissuta, è   presente nella nostra musica. Siamo le nostre radici ma al tempo stesso non lo siamo.

Michele Lobaccaro: Sul piano personale se ci chiedono “Chi sei? Di dove sei?” Io non lo so. Sono nato in Liguria in famiglia pugliese, ora sono di nuovo tornato giù. È un esperienza continua. Non c'è un identità forte. Per Nabil penso sia lo stesso. Ogni volta che mi chiedono “Chi è Nabil?” A volte dico palestinese, a volte – libanese, poi è anche italiano.

N. S. Nella musica diversi riferimenti sono tradotti in una sperimentazione, un'esplorazione.

M. L. In un'attitudine. Non abbiamo mai avuto voglia di andare ad esplorare partendo dalle radici forti. Avremmo potuto fare musica etnica araba o pugliese, però sono orizzonti che non ci interessano. Ci interessa, invece, l'incontro e quello che nasce dall'incontro.

N. S. È una somma di sradicamento, che cercando un'identità s'imbatte in delle forme d'espressione che quando ci emozionano gli portiamo sul palco e sui dischi. Sperimentazione è anche in difficoltà di collocarci non soltanto a livello di radici ma anche a livello di gusti musicali o di orizzonte culturale e sonoro. Quando ci chiedono: “Che musica fate?” troviamo delle difficoltà a rispondere. Ultimamente abbiamo concordato più o meno che si tratterebbe di cantautori mediterranei, non di musica world o musica etnica. È pieno di spunti e di confusione dove poi riusciamo ad accogliere dei pezzi e a sperimentare quale possa essere la loro interazione.

Cos'è un incontro e come viene creato? N. S. Radiodervish crea un incontro, in delle occasioni – anche uno spogliamento. C'è un offrirsi all'altro per essere esplorato e per esplorare se stessi, partendo dal punto di vista dell'altro e viceversa.

M. L. Mettere tra parentesi un po' il proprio mondo per ascoltare il mondo dell'altro, quindi mettere le basi del dialogo. È un esercizio continuo. Non esiste una regola o un metodo ben preciso. È una specie di arte che si affina man mano che si va avanti. Poi l'incontro è il destino dell'umanità. Oggi, in questa fase storica più che mai bisogna farsene una ragione e arrivare con un atteggiamento un po' diverso da quello che generalmente si arriva, quello con le paure, la voglia di conservare quel poco che sia. Piuttosto – imparare ad educarsi, ad aprirsi, a convincersi che nell'incontro tra le cose differenti nascono cose belle, le nuove possibilità.

Italia è pronta ad aprirsi e a superare le paure? N. S. L’Italia lo sta sperimentando adesso, altri paesi hanno fatto passi in avanti, perché la storia di questa immigrazione là è molto più vecchia, per cui è molto più strutturata. Le società dei paesi come la Germania e la Francia hanno più esperienza, ma non è detto. I problemi ci sono, perché l'essere umano di per sé è un formula da decifrare a prescindere dalla propria provenienza o dalla propria radice. L'Italia possa essere un capofila in questo universo dell'incontro perché conserva ancora questa reminiscenza di quello che è stato questo paese – un paese di passaggio di navigatori, di emigranti... Quindi ha ancora questo ricordo nel proprio codice genetico. Purtroppo spesso si gioca sul piano della paura per speculare politicamente. Poi l'informazione spesso depista oppure descrive con dei modi spesso non esatti e non onesti a rigore di cronaca. Ne esce fuori il clima di paura, di inesperienza e di ignoranza.  Ci hanno detto “il cunami dell'immigrazione” quando sono iniziati gli avvenimenti in Nord Africa. Ma in realtà arriviamo a delle cifre che non sono assolutamente differenti ne dalle previsioni, ne di quelli che erano già stati prima negli stessi dati o nella stessa circostanza. L'Italia non si rende conto della propria importanza come un paese capofila del Mediterraneo, se non riscoprisse questo ruolo importante come un paese leader, non si riuscirebbe capire quale sia la realtà del fenomeno dell'immigrazione e quali potrebbero essere le potenzialità di un paese come l'Italia in quest'ambito.

M. L. Bisogna capovolgere la visione in Italia e in Europa. A livello Europeo anche se ci sono state le esperienze multiculturali, alcune sono state dichiarate esplicitamente fallite (multiculturalismo inglese, tedesco etc). Sinceramente non so da che punto di vista sono fallite. Solo che ora siamo tornati a guardarci solo l'ombelico. La crisi economica ancora di più rischia ad esaltare dei nazionalismi, le piccole patrie, le appartenenze. È un discorso che è estraneo alla realtà. Purtroppo noi siamo una piccola luce nel buio culturale. Il discorso di Radiodervish è abbastanza tollerato, ma non è mainstream. A noi va bene così. Il nostro è un piccolo laboratorio, si vive questa realtà. Ci fa piacere che per molti è anche un esempio, un punto di riferimento. Noi crediamo che questi piccoli laboratori in una società come questa italiana che sta sempre diventando più multiculturale. Nelle scuole sempre di più ci sono bambini che hanno provenienze diverse, che stanno diventando cittadini italiani di una nuova tipologia dell'italianità. Alla fine creeranno sia artisticamente, sia in altri campi della vita delle esperienze multiculturali e questo sarà un fattore di arricchimento. Malgrado invece vogliono tenere separate le culture, tendere a 'integrare' nel senso di far perdere le origini e imporre una cultura unica. Però anche quella cultura unica non è mai stata unica. È sempre stata una cultura che si è formata dall'innesto delle altre culture, di altri incontri precedenti. Manca una memoria storica.

L'Occidente ha paura dell'Oriente? N. S. Penso che c'è stata una speculazione. C'è anche un Occidente innamorato dell'Oriente. Nei giochi di potere se non c'è il mostro, bisogna sempre far sì che le persone vengono spaventate, almeno nell'immaginario. Perché se c'è la paura almeno uno ha una marcia in più per mettergli argine, magari imporre alle persone dei comportamenti speciali che fanno bene al sistema del potere. Prima quando c'era il blocco dei paesi dell'Est, il comunismo era quel mostro. Caduto questo... se ne fa un altro. Il mostro adesso si è spostato in altri luoghi. E quando finirà anche questa fase chi avrà il potere, farà lo stesso uso del mostro, perché gli permette di fare delle cose senza dover dare delle spiegazioni o delle giustificazioni. Perché c'è contingenza della situazione. Quante leggi speciali sono state  fatte dopo l'11 settembre? Quante persone sono incarcerate ingiustamente a Guantanamo e altri posti? Questo avvenimento era già la proclamazione del nuovo nemico ufficiale dell'Occidente. La gente spesso si attiene a quella pillola dell'informazione che le viene data, spesso non approfondisce la notizia, non analizza, perché preferisce delegare.

M. L. Problema è che siamo molto addormentati. È un problema umano in generale. In realtà anche l'Oriente ha paura dell'Occidente o il Nord ha paura del Sud, Sud del Nord. Ognuno ha un proprio Sud di disprezzare a qualsiasi latitudine si vive. Dovremmo uscire come l'umanità da questa idea da vedere in maniera dualistica, di non vedere le sfumature. Allora le pillole di cui parla Nabil sono quelle – è facile subito soddisfare il bisogno primordiale del nemico o di sapere subito questo è bene e questo è male. L'informazione tende a dare queste semplificazioni. Quindi cercare a ragionare con una visione più complessa, non accontentarsi della verità preconfezionata è il salto che dovrebbe fare tutta l'umanità. Questo discorso è al di là della cultura, è interculturale.

I media mainstream sbagliano con le semplificazioni? N. S. Semplificano la notizia e  non fanno vedere la sfumatura, che è spesso la cosa che fa la differenza, ma anche il punto di vista che ti permette di conoscere quello che è accaduto. La maggior parte delle volte i media maintream preferiscono la semplicità meno carica di verità. Spesso nella semplificazione si perde l'essenza, che secondo noi non sta nella semplificazione ma nella descrizione della sfumatura, nel particolare che ti dà un idea più ampia dell'evento, di quello che vuoi osservare o approfondire. I mainstream fanno un discorso piuttosto commerciale di audience.

Adesso si sta creando un nuovo ordine nel mondo con i cambiamenti e rivoluzioni? N. S. Noi speriamo di sì. Nessuno ci avrebbe mai scommesso. Eppure i ragazzi in Egitto sono stati capaci di rovesciare un regime che durava da decenni. Quindi qualcosa è accaduto lì, mentre l'Occidente era distratto nei fatti suoi. Lì c'è tutta una generazione che è cresciuta e che è riuscita ad acculturarsi e a scoprire le proprie potenzialità. Partendo dalle cose più popolare come l'uso della rete Internet al fatto stesso di una generazione che è stata dilaniata e violentata per tanti anni e non ne può più. È un regime che poi non è riuscito a contenerli e a rinnovarsi. Eppure questi regimi stessi era “la prima vera scorsa” del mondo arabo ma hanno deluso la popolazione. Speriamo potesse andare a buon fine, perché c'è sempre un rischio che queste rivoluzioni di gelsomini possono essere dirottate dal sistema del potere ancora più subdolo di quello che era dichiarato. Speriamo che siano loro i pionieri di questa primavera, di un mondo pieno di ricchezze culturali, di forza e vitalità giovane che può dare molo a tutti, anche all'Europa.

M. L. Se ci pensiamo non sono neanche sei mesi che è cominciato tutto. Penso che sono degli epifenomeni, manifestazioni dei movimenti storici profondi. Anche quello che sta accadendo in Europa è un qualcosa che va prevedere dei grandi cambiamenti. Proprio per la loro profondità è difficile dire cosa saranno. Sarebbe bello che questo potesse diventare una rivoluzione non araba, ma una specie di rinascita Mediterranea. Qualcosa si vede un po' con il movimento di indignados in Europa, sopratutto in Spagna. È un segnale che il potere e la narrazione del potere che finora ha funzionato,come quella neoliberista stanno perdendo gli appeal. Perché sta venendo fuori che cosa è in realtà sotto forma della crisi, del malessere piuttosto che benessere. È un po' anche quello che è accaduto nei paesi arabi sotto una forma più violenta quando questi regimi hanno promesso il progresso e poi hanno portato una miseria, che a un certo punto ha creato una reazione tanto forte. Ci sono le basi perché possa accadere qualcosa del genere anche in Occidente e che possa diventare un movimento mondiale. Questo significa che deve nascere un'altra cultura, un nuovo modo di pensare. Questo pian piano stanno nascendo altri valori che non sono oggi mainstream. Noi come progetto culturale non possiamo fare altro che percepire questo come delle antenne e cercare di restituirlo attraverso la musica e delle nostre piccole narrazioni. Pensiamo di intercettare dei movimenti che ci sono.

Nabil, ci sarà lo stato di Palestina all'interno dei cambiamenti attuali? N. S. Lo si spera ovviamente. Cambiamenti? Politicamente ci credo poco, perché non c'è una leadership capace di fare la differenza, sopratutto dalla parte israeliana. Dalla parte palestinese di quanto possa fare siamo sempre al limite dell'azione perché sono la parte più debole, sottomessa e occupata. Se ci deve essere una volontà politica per risolvere questo problema deve venire sopratutto da chi determina queste cose, quindi dagli israeliani stessi e anche dagli americani che sono una potenza mondiale determinante. Noi crediamo anche a un linguaggio culturale che potrebbe alla lunga scambiare le cose. La nostra speranza è proprio lì. È il nostro orizzonte che in questo intreccio culturale potrebbe generare un pensiero. Se il pensiero si rigenera diversamente e la considerazione di se stessi e dell'altro cambia, c'è una possibilità in più per dribblare la politica e  arrivare a una situazione di convivenza umana tra i popoli che stanno sullo stesso etto di terra – palestinesi e israeliani. Politicamente e militarmente non ne parliamo, perché si è tentato diverse volte e sono rivelati dei fiaschi totali. Ultima è quella schiacciatura avventura israeliana a Gaza e tante altre. Visto che non hanno portato a nulla, quindi militarmente non si può considerare una via percorribile. Quindi il nostro profondo credo è che nella cultura c'è una possibilità immensa. Se la si sfrutta in questa situazione, le possibilità possono aumentare considerevolmente per arrivare a una risoluzione definitiva e dignitosa per tutte e due i popoli. Noi nel nostro piccolo lo facciamo e penso ci sono tanti altri. La nostra speranza sta proprio lì che ci siano i gruppi che credono nell'effetto benefico e nella potenzialità della cultura che può raccontarti l'altro in una maniera diversa. È un canale attraverso cui puoi raccontare anche te stesso all'altro in una maniera completamente diversa. Tutto sta nel racconto di se stesso e nel racconto degli altri che ci arriva. Noi guardiamo sempre nella zona del racconto che può dare una nuova speranza.

M. L. Anche nei paesi dell'Est è accaduto qualcosa del genere. Sembrava questo grande apparato di potere militare e politico che sembrava invincibile. Poi alla fine si è svuotato perché ha perso di credibilità rispetto alla gente. Sono le popolazioni che la pensavano in un'altra maniera. Quello che sembrava un dissenso delle “mosche bianche”, dei dissidenti alla fine è diventato una convinzione della gente che pian piano ha fatto sgretolare il potere. Ogni volte le rivoluzioni hanno questa dinamica. L'importante è far credere alla persone di essere potente ma quando loro non credono più nella tua potenzialità non ti danno la credibilità e i valori cambiano. Allora anche i poteri più grossi cominciano a sgretolare. Questo può essere un modello della speranza che possiamo vedere nella situazione molto più complessa come quella della Palestina e Israele. Quando la gente si stancherà di credere ai racconti da parte israeliana o dall'altra parte. Comunque la responsabilità è dalla parte israeliana perché loro hanno il potere. Quando si fa la mediazione, chi ha il più potere, deve fare il passo. Tra un adulto è un bambino, la mediazione deve essere l'adulto a guidarla. Purtroppo c'è una situazione d' “infantilizzazione” del popolo palestinese, perché gli sono stati tolti tutti gli strumenti. Quando si stancheranno di seviziare bambini ci sarà la soluzione. Noi abbiamo anche molti amici israeliani che hanno già questa nausea, ma ovviamente vengono tenuti in secondo piano, tenuti nascosti da chi è prepotente.