Qui Svezia. «Non vorrete mica farci diventare la Malta del Nord?»

Articolo pubblicato il 08 agosto 2007
Articolo pubblicato il 08 agosto 2007

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La crisi dei rifugiati iracheni è planetaria ma solo il 4% ha cercato riparo in Europa. Principalmente nel Paese scandinavo.

Per la prima volta da cinque anni il numero di rifugiati nel mondo è in crescita. L'allarme arriva da António Guterres, l’Alto Commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite e già Presidente del Portogallo. Le cifre sono contenute in un rapporto pubblicato il 20 giugno 2007, Giornata mondiale per i rifugiati. Gli esperti avvertono che il numero dei richiedenti asilo in Europa raddoppierà arrivando a 40mila nel 2007. Causa principale dell'esodo, la guerra irachena. L’invasione guidata dagli Stati Uniti e la seguente guerriglia hanno spinto quattro milioni di iracheni lontano dalle loro case. Circa la metà di questi trova comunque sistemazione nel proprio Paese nonostante la guerra civile. Altri hanno trovato riparo nelle vicine Giordania e Siria.

Iraq-Svezia solo andata. In cerca di pace

Nella speciale classifica dei rifugiati gli iracheni detengono il terzo posto nel mondo e il primo in Europa. Nel solo biennio 2005/06 la richieste di asilo da parte di iracheni sono cresciute del 50%. In questo scenario la Commissione europea riapre la spinosa questione della politica d’asilo comune a tutti e 27 gli Stati membri. Le notizie dal confine Sud-Est dell’Unione non sono incoraggianti. Paesi come Malta rifiutano di ammettere il flusso continuo delle carrette del mare piene di migranti e richiedenti asilo. Le organizzazioni umanitarie rispondono condannando queste politiche.

Voli di linea quotidiani permettono agli iracheni in fuga di raggiungere la generosa Svezia dalla città di Erbil, nell'Iraq settentrionale. Il Paese scandinavo era già diventato un autentico paradiso già dal 1997 al 2003, quando accoglieva i perseguitati dal regime di Saddam. Molti beneficiarono delle generose politiche per l’integrazione destinate ai rifugiati. Altri si riunirono alle loro famiglie grazie all'accogliente atmosfera delle già ben inserite comunità irachene, come a Sodertalje, città a sud di Stoccolma o la città portuale di Malmö. Dopo i finlandesi, gli iracheni sono il secondo gruppo etnico più numeroso nel Paese.

E Stoccolma chiede di condividere il fardello

La stampa europea considera tutto questo un problema dell'Europa del Sud, che non riuscendo a fronteggiarlo rende sempre più preoccupati i pacifici e generosi Paesi del nord Europa. Stoccolma teme che il crescente numero di rifugiati iracheni: oltre 18mila, infatti, hanno richiesto l'asilo dal 2006, più di ogni altro Paese europeo. «Non vorrete mica farci diventare la Malta del Nord?» scherza André Nilen del Dipartimento svedese per l’immigrazione. Nel febbraio 2007 il Ministro per l’Immigrazione e le Politiche europee Astrid Thors chiese agli altri Paesi Ue di condividere il fardello svedese. Un tema sottolineato anche dal Commissario europeo alla Giustizia Franco Frattini nel giugno 2007. Dal 6 luglio, il Governo svedese ha adottato una politica che si ispira a quella dei Paesi del Sud Europa e si appresta così a riconoscere meno rifugiati. Il Dipartimento per l’immigrazione ha annunciato che solo coloro chi è esposto a minacce specifiche, e non più generali, riceverà asilo. Ciononostante il futuro di questa proposta è incerto, avendo scatenato le proteste dei legali dei rifugiati e degli immigrati iracheni.

Servono soluzioni innovative

«Sono 200 anni che il nostro Paese non è in guerra» afferma Nilen. «La nostra unica esperienza con la guerra, in tutti questi anni, è stato dare rifugio a chi ne stava scappando». Fedele al suo carattere, la Svezia spera che si possa trovare una soluzione alternativa che permetta di accogliere come sempre i rifugiati iracheni. «Ci lamentiamo solamente perché a Bruxelles l'argomento non è trattato in modo creativo e utile. La Svezia vuole sollevare la questione il più possibile e anche prendere l’iniziativa in materia.»

Proposte innovative potrebbero far diminuire in Svezia la richiesta di dislocare i rifugiati in altri posti. La concentrazione delle famiglie irachene a Sodertalje o Malmö ha spesso come conseguenza la disoccupazione e il sovraffollamento, due delle principali ragioni usate per chiedere il taglio dei sussidi e diminuire il numero di rifugiati. Alcuni chiedono la linea dura e pretendono che la legge definisca con precisione le zone adibite ai rifugiati: «Gli studi sui profughi arrivati in Svezia durante le guerre balcaniche degli anni Novanta dimostrano che se gli immigrati si stabiliscono città piccole, come Malmö, possono trovare maggiori opportunità di lavoro e un'istruzione sicura per i figli», spiega Nilen.

PORTE CHIUSE AGLI IRACHENI. È POLEMICA IN SVEZIA

"Pace", "No alla violenza", "Sì all’amore". Questi gli slogan degli iracheni di religione cristiana residenti in Svezia che il 30 giugno 2007 hanno partecipato alle manifestazioni pacifiche in diverse città, tra cui Göteborg e la città meridionale di Linköping. Le proteste, con le quali si chiedeva al Governo svedese una maggiore disponibilità nel concedere asilo, sono nate dopo la recente delibera del Dipartimento svedese per l’immigrazione, secondo cui sarà possibile offrire asilo ai soli iracheni provenienti dal Sud e dal Centro del Paese in caso di reali violenze.

«Se gli iracheni cristiani non si convertono all’Islam, vengono espulsi» ha spiegato Suham Dawood, portavoce della Chiesa Assira d’Oriente nella sua dichiarazione al quotidiano liberale conservatore Östgöta Correspondenten. Il deputato di sinistra Hans Linde ha affermato a Göteborg che la violenza «ha ormai raggiunto dimensioni tali da poter essere definita pulizia etnica. È giunta a un livello così estremo che, da cittadino svedese, non riesco proprio a comprendere».

Il Dipartimento per l’immigrazione sostiene fermamente che, al momento, in Iraq non vi sia alcun conflitto armato. Paradossalmente, sul quotidiano di Stoccolma Dagens Nyheter il 13 luglio 2007 si leggeva che il Dipartimento aveva appena rifiutato di mandare inviati a Baghdad per verificare la situazione attuale, poiché la loro sicurezza non poteva essere garantita. Delle indagini sul posto si è presa carico la Giordania.

Articolo di Waldemar Ingdahl, cafébabel.com Stoccolma

Scheda tradotta da Antonella Iecle