Quello che le immagini di guerra dicono di noi

Articolo pubblicato il 28 aprile 2015
Articolo pubblicato il 28 aprile 2015

Un dramma che colpisce i territori del Terzo Mondo, del Medio Oriente o dell'Occidente, non trova la stessa eco, a seconda dell'esperienza di vita di ciascuno di noi. Lo sguardo che posiamo su un evento e l'effetto che se ne produce sono diversi. E la scelta di diffonderlo o meno potrebbe anche fare parte di una strategia.

Del sangue coagulato che cola da un canaletto di scolo. Dei corpi riversi ammucchiati su fredde piastrelle, in quello che sembra essere il corridoio di un istituto universitario. Ecco l'immagine del massacro di 148 studenti nel campus di Garissa, in Kenya, il 2 aprile scorso. L’immagine è circolata sui social network e sulla stampa. L'attacco è stato rivendicato dai qaedisti somali di al-Shabaab.

La morte a chilometri zero

Abbiamo forse visto le stesse immagini dei corpi dei vignettisti di Charlie Hebdo, decimati dai fratelli Kouachi l'8 gennaio 2015? Abbiamo visto le immagini della sparatoria che ha avuto luogo, qualche giorno più tardi, a Copenaghen? Se tornassimo ancora un po' più indietro nel tempo, ci ricorderemmo della sparatoria avvenuta in una scuola materna di Newton negli Stati Uniti: ben 28 morti di cui 20 bambini. Era la fine del 2012. Avremmo potuto sopportare di vederne le immagini? Perché ci è più facile vedere - o ai media è più facile mostrare - dei Kenyoti, dei Somali, dei Ciadiani o dei Centrafricani decimati piuttosto che degli Europei o degli Americani?

Perché è la legge di prossimità - o morte a chilometri zero - a costringerci. In giornalismo si chiama "notiziabilità": una nozione che spiega perché siamo più sensibili a un omicidio avvenuto alla fine della nostra strada rispetto all'esplosione che ha causato centinaia di morti dall'altra parte del pianeta (in Siria, per esempio). Gli attentati dell'8, 9 e 10 gennaio a Parigi hanno fatto 20 morti, di cui tre terroristi. Nello stesso momento, il 10 gennaio, in Nigeria, Boko Haram rasava al suolo 16 villaggi con il risultato di 2.000 persone decimate, 20.000 sopravvissuti fuori dalle proprie case. Il "peggior massacro" del gruppo terroristico secondo Amnesty International. E ancora, da una semplice ricerca in Google Immagini potrete approfittare di una profusione di carneficine viste da tutti gli angoli.

Che lo si voglia o no, molti si interrogano in questo senso: la pelle di un occidentale vale di più di quella di un abitante del Terzo Mondo? Per il sociologo dei media, Jean-Marie Charron, la domanda è legittima. Lo schianto della Germanwings ha fatto 148 morti mentre a Garissa si contano 149 studenti uccisi. L'incidente aereo si è verificato sul territorio della quinta potenza mondiale. Non era il caso di Boko Haram, in Nigeria e peccato anche per il Kenya.

Secondo Jean-Marie Charron, è l'aspetto culturale a entrare in gioco: « Il continente africano è geogra-ficamente più vicino all'Europa e ciò nonostante siamo più sensibili ai drammi che avvengono negli Stati Uniti. È la dimensione culturale americana che primeggia. Ci si proietta o ci s'identifica meglio nelle vittime americane che in quelle africane. La complessità dei sistemi socio-culturali, di tribù, di caste e la mancanza di una divulgazione di esperti e di giornalisti, impedisce l'identificazione del pubblico in un fenomeno o in un fatto di cronaca che ha luogo in Africa. È la stessa cosa che accade in Irak, in Mali e in Libia con i loro sistemi militari e i cliché quasi colonialisti dell'informazione». Per quel che corcerne la Nigeria e il Centrafrica la difficoltà dei giornalisti e delle Organizzazioni Non Governative (ONG) di lavorare sul posto indispone le redazioni a inviarvi i propri giornalisti. Per quanto riguarda il Nord della Nigeria, Reporter Senza Frontiere qualifica il territorio come un "buco nero dell'informazione". In realtà, i soli testimoni delle azioni di Boko Haram o dei somali di al-Shabaab restano le vittime stesse.

Mostrare o non mostrare: una scelta consapevole

I qaedisti di al-Shabaab se la sono presa con degli studenti: l'élite e il futuro del Paese. Un simbolo tanto importante e prezioso quanto quello che hanno toccato i fratelli Kouachi attaccando Charlie Hebdo. La questione è sapere perché le immagini di mazzi di fiori e di raccoglimento bastano a salvaguardare la dignità di vittime di un dramma in Occidente, quando i mucchi di corpi e altre carneficine sono volentieri rese pubbliche quando si tratta dell'Africa.

In un'intervista del 18 gennaio scorso Élise Lucet, presentatrice del telegiornale delle 13h di France 2 e di una rivista d'indagine, racconta una conversazione telefonica con un collega arrivato sui luoghi dell'attentato di Charlie Hebdo prima di tutti gli altri. Il giornalista è stato incapace di filmare la scena del crimine tanto faceva orrore. Élise Lucet, insisteva e il cameraman si sforzava di spiegarle: «Élise, (silenzio) è una carneficina». In quel momento, la giornalista ha capito che si trattava di un attentato. Se il suo collega non ha potuto filmare è perché è stato toccato dall'orrore, quell'orrore è eccezionale e inedito che non succede a Parigi.

Eccola che torna, la nozione di "morte a chilometri zero", dove i nostri limiti non sono più gli stessi a seconda del fatto che il dramma avvenga sotto i nostri occhi o dall'altra parte del mondo. Bisogna sapere che è proibito, in Francia, pubblicare una foto, diffondere le immagini video o illustrare con disegni una scena del crimine. Lo stesso problema, ovvero mostrare o no l'esecuzione di Amedy Coulibaly (complice dei fratelli Kouachi) all'Hyper Casher in diretta, si è posto il terzo giorno dopo l'attentato di Charlie Hebdo.

Il gruppo Daish ha capito che giustiziando James Foley l’impatto emozionale sul mondo occidentale sarebbe stato molto forte. Perché mostrare o no le immagini è una scelta strategica militare. Jean-Marie Charron spiega che «dopo la guerra del Golfo, la scelta di non mostrare i corpi delle vittime civili ha contribuito a mostrare l'efficacità di un intervento militare. L'arrivo dei droni nei contingenti militari americani ci ha portato al principio degli "attacchi chirurgici". Mostrare l'esecuzione di un cittadino americano da parte dell'ISIS, svela le decisioni politiche e le debolezze tattiche di una grande potenza mondiale». Entrambi i casi sono una scelta di messa in scena e di comunicazione.