Quel collante a prova di Balcani

Articolo pubblicato il 28 luglio 2006
Articolo pubblicato il 28 luglio 2006

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Da anni l'Ue promette l’adesione agli Stati dell’ex-Jugoslavia. Ma alcuni politici ora frenano. Minacciando la stabilità dell’intera area.

Per portare a temperatura di ebollizione la Commissione europea non bisognava aspettarsi altro: in maggio Bruxelles aveva presentato una relazione secondo cui l’ultimo allargamento a est ha rappresentato, per Stati membri vecchi e nuovi, un vero e proprio «successo economico». Dappertutto in Europa nascevano posti di lavoro, senza soluzione di continuità, da Cracovia a Copenhagen. I nuovi Stati potevano già annoverare una crescita economica forte rispetto al periodo antecedente all’allargamento, ed i vecchi non avevano di che lagnarsi perché, insomma, il processo non era andato poi così male. Anche i timori relativi ad incontrollati flussi migratori da est ad ovest, si sono ben poco avverati.

È la globalizzazione che fa paura

Ma non sembra che un’ondata di euforia abbia segnato il post allargamento. Anche se quasi tutti gli Stati confinanti con gli Stati membri dell’Ue fanno parte della lista dei Paesi candidati e dei potenziali interessati all’allargamento. In Europa la gente si è sentita ripetere la storiella dell’allargamento fino allo sfinimento. E stanchi sono per primi i politici, che rispondono quasi tutti con sbadigli di noia non senza però programmare referendum circa eventuali allargamenti futuri, anche se il tema del rifiuto del trattato costituzionale in Francia e nei Paesi Bassi deve essere letto, stando ai sondaggi, più in base ad un "rifiuto della globalizzazione" che ad un "rifiuto dell’allargamento".

Alcuni politici, come l’europarlamentare popolare Elmar Brok, riflettono su nuove forme di collaborazione, un passo più in giù rispetto alla piena adesione, menzionando ben più volentieri concetti come “Spazio economico europeo plus”, “Partenariato privilegiato” o "Vicinato allargato". Su come andrebbe configurata una simile adesione di seconda classe, tuttavia, non ne parlano. Altri, infine, vorrebbero esaminare ancora più a fondo la "capacità di assorbimento" dell'Ue innanzi a nuovi allargamenti.

È già ben radicata un’idea circa i “criteri di Copenhagen” istituiti nel 1993, ai quali i Paesi candidati devono sottomettersi per potere aderire all'Ue. Nel corso dell’ultimo allargamento a est, l'Ue ha però posto un tracciato sempre più stringente. Criteri come democrazia, accettazione della legislazione europea o acquis comunitario e stato di diritto sono stati imposti come condizioni ai Paesi candidati: la loro piena accettazione è stata considerata determinante dall'Ue. Ed ognuno ha dovuto affrontare le sue brave riforme.

L’ostacolo vero per i candidati, finora, non è stato rappresentato dalla "capacità di assorbimento". E la Presidenza austriaca a ciò deve probabilmente imputare quanto non le sia stato possibile portare avanti nello scorso semestre.

Nel corso dell’ultimo vertice di giugno i capi di Stato e di governo dell’Ue hanno incaricato la Commissione di portare a termine, entro l'autunno, una relazione sulla "capacità di assorbimento" da discutere in dicembre. In seguito potrebbero anche nuovamente venir fuori i voti di coloro che vorrebbero tirare di traverso i confini dell'Ue all’ovest dei Balcani. La Croazia deve ancora essere accettata, possibilmente rimandando l’ingresso alla cordata Romania - Bulgaria.

Tra grandi interessi ed imperativi morali

Ed è proprio questo che potrebbe rivelarsi pericoloso. Mentre i paesi dell’ex Jugoslavia si sono separati soltanto dieci anni fa attraverso guerre e conflitti, la prospettiva europea è diventata nel frattempo il collante che li tiene insieme e li spinge verso riforme interne. Come già accaduto in passato l’Ue fa gola a milioni di persone sulla penisola balcanica.

«La gente sa che deve compiere uno sforzo per entrare nell'Ue. Ma questi sforzi hanno senso solo se possono raccoglierne i frutti anche nell'Ue» afferma Hannes Swoboda, vicepresidente supplente della delegazione dell’Europa sud-orientale presso il Parlamento europeo. Questo fenomeno potrebbe rapidamente volgersi in senso opposto, ritiene il parlamentare austriaco: «Senza questa prospettiva, in quei Paesi si piomberà in una fase di depressione economica e sociale. E l'emigrazione verso l’Europa aumenterebbe ancora».

L’europarlamentare tedesca Angelika Beer, dei Verdi, esperta in sicurezza, va ancora più avanti: «Se neghiamo la prospettiva di adesione alle popolazioni di Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia o Kosovo, possiamo già preparare le truppe per i prossimi interventi militari». Toccherebbe dunque all'Ue di superare quello spezzatino etnico dei Balcani, reso ancora più manifesto dagli Accordi di Dayton o di Ohrid .

Al di fuori del gioco degli interessi economici e di sicurezza, anche principi e valori svolgono un ruolo nella politica di allargamento. L’allargamento a est ha rappresentato non solo un vantaggio economico, ma anche, a detta di parecchi, un’«opportunità storica» per «riunificare l'Europa». Gli Stati membri hanno avvertito come un imperativo morale accogliere quei paesi nell’Unione. Anche se non corrispondeva appieno ai propri interessi: proprio adesso i nuovi Paesi membri dell’est sentono un vincolo di solidarietà verso i candidati del Sud-Est. «Non possiamo richiudere la porta ai nuovi Paesi candidati dopo che noi ci siamo appena entrati» sostiene un diplomatico di Bruxelles appartenente ad uno dei nuovi Stati membri.

Ultimo ma non per importanza, i capi di Stato e di governo dell'Ue hanno dato la loro parola ai paesi della ex Jugoslavia. Durante il vertice di Salonicco del 2003 hanno pronosticato piena adesione una volta soddisfatti i criteri d’ingresso. Una promessa, questa, che ha già molto irritato i piani alti nei palazzi di governo di Berlino e Parigi, come sostiene lo stesso diplomatico. E tuttavia, se oggi l'adesione degli Stati dei Balcani fosse rimandata alle calende greche, non solo si rivelerebbe pericoloso in termini di politica di sicurezza. Sarebbe anche assai immorale.