Quei talebani all’arrembaggio del teatro polacco

Articolo pubblicato il 08 dicembre 2006
Articolo pubblicato il 08 dicembre 2006

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Fa discutere il licenziamento del direttore dell’Opera di Varsavia. Con lo zampino dei gemelli Kaczynski.

“Va osservato con preoccupazione quanto recentemente accade al mondo del teatro polacco. Non possiamo occultare che viene usato come un campo di battaglie ideologiche e non come uno spazio di libertà per la creatività”. Queste le parole che aprono la lettera aperta che personalità del mondo della cultura e della scienza hanno scritto in difesa della direzione uscente del Teatro Wielki, sede dell’Opera polacca nazionale. Il 4 settembre il Ministro per i Beni Culturali ha nominato Janusz Pietkiewicz

nuovo direttore per quella che viene considerata la più importante istituzione culturale polacca. Pietkiewicz succede a Mariusz Treliski col quale è prevista la rottura di ogni forma di collaborazione.

«Allora vado all’estero», la minaccia di Treliski

Sebbene non sia stato detto in modo esplicito, la ragione dell’avvicendamento è ampiamente nota. Treliski paga il prezzo dell’innovazione, dell’impegno senza tabù e della promozione di artisti come Krzysztof Warlikowski. Tutti fattori che non sono piaciuti al Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Come è noto il Governo polacco è infatti composto dai conservatori del PiS (Legge e Giustizia) e da compagini estremiste e populiste. Ciò è avvenuto nonostante vari inviti ricevuti dall’ Opera Bastille di Parigi. «L’Opera può essere arte aperta. Ma anche ricatto culturale, banalità urbana, quando magnifici candelabri coprono la noia e nascondono la mancanza di idee». Questa l’opinione di Mariusz Treliski, espressa in un’intervista al settimanale Polityka il cui titolo la dice lunga: ”Se non qui, all’estero”. Famoso per le sue opere presentate a Berlino, Los Angeles, San Pietroburgo e Washington, sarà sicuramente considerato una preziosa risorsa da utilizzare per numerosi gruppi artistici europei e del resto del mondo. E così la famosa domanda posta a Napoleone dalla patriota Contessa Walewska riguardo ai suoi piani per la ricostituzione della nazione polacca – «E la Polonia, signore?» – potrebbe essere oggi così riformulata: «E la cultura polacca, signore?»

Gli ultras si scandalizzano per un seno di legno. Ma il New York Times applaude

Ma non è solo la sempre più cosmopolita Varsavia a piegarsi alla contro-rivoluzione nell’arte voluta dai nuovi padroni della Polonia. In una delle regioni polacche meno sviluppate, a Bialystok, vicino al confine bielorusso, il Theatre Wierszalin sta combattendo per conservare i fondi statali che costituiscono le uniche risorse finanziarie che permettano la sopravivenza di un teatro comunque low cost.

All’interno di una stanza piccola e buia una platea ridotta segue lo spettacolo che ha vinto per tre volte il prestigioso premio Fringe First al Festival di Edimburgo. Spettacolo che ha deliziato anche la platea di New York. Ma lo scarso successo in patria è forse da spiegarsi col fatto che le autorità locali hanno protestato contro i contenuti omosessuali di alcune rappresentazioni. Anche l’intenso dialogo incentrato sulla religione, sul degrado dell’era moderna e sulla vita ha creato molti malumori. Uno dei più ridicoli rimproveri fatti a Wierszalin riguarda una figura di legno con un seno in evidenza esposto in uno degli spettacoli.

«La purezza teatrale è ciò che rende un pezzo di Wierszalin unico. Concentrazione fisica assoluta ed onestà emotiva», ha scritto il New York Times in una recensione.

È questa unicità che ha ispirato il giovane regista italiano che vive a New York, Francesco Carrozzini, a girare un documentario sul teatro. Che ha fatto riflettere in tanti nella cittadina: “come possono gli occidentali interessarsi a queste sciocchezze?”. Ma la Polonia amata all’estero non si riduce al suo passato. La nostra terra non deve essere un museo all’aria aperta. Ma conciliare i bei tempi andati con una modernità originale e tutta da scoprire.

Ci sono solo due esempi che illustrano bene uno stato mentale non solo verso il teatro, ma verso l’arte in generale. Sono entrambi un punto fondamentale se vogliamo parlare delle differenze tra il prima e il dopo la fine della cortina di ferro. Il paradosso nasce qui. Sia Mariusz Trelinski, che il direttore di Warlikowski, Piotr Tomaszuk, non provano a costruire un’identità nazionale usando un’arte ancorata all’eterno ricordo del passato, o copiando i modelli stranieri del presente. «Per anni abbiamo ritenuto che la tradizione artistica dovesse essere seguita fedelmente. Forse a causa di un mal celato senso d’inferiorità tipico della provincia», sostiene Trelinski.

Liberté, égalité e multisala

Ma non illudiamoci. La presenza di multisale a Poznan, Varsavia, Madrid, Parigi o Berlino non prova l’esistenza di un pubblico europeo omogeneo. Un film o una pièce che funzioni a Varsavia può suscitare sbadigli tra i parigini. Certo condividiamo tutti delle radici comuni e i classici europei sono costantemente suonati sui palchi di tutti i teatri polacchi. Ma l’opera polacca non diverrà più europea prendendo a prestito gli spartiti dalla Scala come vorrebbe fare il nuovo direttore dell’Opera Pietkiewicz. L’uniformità delle esperienze artistiche non certifica l’integrazione.

Lasciate che la Francia sbadigli di fronte al teatro polacco, che i berlinesi critichino l’opera polacca: questi sono gli esempi migliori di dialogo. La libertà dell’arte è e rimarrà sempre una caratteristica della democrazia e dell’identità europea.