Queer in Tunisia: "Ma che sei una checca?" 

Articolo pubblicato il 14 marzo 2014
Articolo pubblicato il 14 marzo 2014

Sono gio­va­ni, queer e sof­fro­no. In Tu­ni­sia, 3 anni dopo la Pri­ma­ve­ra araba, bi­ses­sua­li­tà e omo­ses­sua­li­tà  ri­man­go­no dei con­cet­ti tabù. La co­mu­ni­tà Queer vuole com­bat­te­re per i pro­pri di­rit­ti, ma manca una stra­te­gia co­mu­ne, oltre al co­rag­gio di pren­de­re l'i­ni­zia­ti­va.

Era un mo­men­to par­ti­co­la­re, quel­lo del gen­na­io 2011. Du­ran­te le di­mo­stra­zio­ni con­tro il dit­ta­to­re Ben Ali i gio­va­ni tu­ni­si sven­to­la­va­no la ban­die­ra ar­co­ba­le­no. Era la prima volta che ac­ca­de­va in pub­bli­co. Un segno del cam­bia­men­to.

Ràm’y ha una foto sal­va­ta sul suo por­ta­ti­le. Me la mo­stra con or­go­glio in un café di La Marsa, il quar­tie­re più chic di Tu­ni­si. Che qual­cun altro nel bar possa ve­de­re le sue foto non lo di­stur­ba: non è un luogo dove si deve na­scon­de­re. Il caffè nel quale ci tro­via­mo po­treb­be be­nis­si­mo es­se­re un punto di ri­tro­vo di Pa­ri­gi o Ber­li­no, dallo stile hip­ster: gio­va­ni­le, be­ne­stan­te e in­tel­let­tua­le. L’u­ni­ca dif­fe­ren­za è che dal mare Me­di­ter­ra­neo spira una fre­sca brez­za ma­ri­na. 

Ràm’y è se­du­to e fuma men­tre rac­con­ta la sua sto­ria. Sua madre sa che è omo­ses­sua­le. Suo padre no. A lui non im­por­ta: vive la sua vita. Su fa­ce­book pub­bli­ca foto e ar­ti­co­li sul­l’es­se­re omo­ses­sua­le, bi­ses­sua­le, o le­sbi­ca. Seb­be­ne i suoi post diano fa­sti­dio a molte per­so­ne, lui non si fa pro­ble­mi. A volte ri­ce­ve dei com­men­ti del tipo: "Ma che sei una chec­ca?". "Vo­glio che le per­so­ne si abi­tui­no. Con il tempo l’o­mo­ses­sua­li­tà di­ven­te­rà qual­co­sa di 'nor­ma­le' ", dice Ràm’y. Per avere 20 anni mo­stra un'at­ti­tu­di­ne estre­ma­men­te ri­fles­si­va. Ha gran­di pro­gram­mi per la sua vita e si au­gu­ra che nel fu­tu­ro, in Tu­ni­sia, le con­di­zio­ni della co­mu­ni­tà Queer mi­glio­re­ran­no. "Mi pia­ce­reb­be go­de­re della li­ber­tà: avere la pos­si­bi­li­tà di or­ga­niz­za­re un Gay Pride, un grup­po di au­to­so­ste­gno ed es­s­se­re ac­cet­ta­to dagli altri". In gioco c’è il fu­tu­ro di molti gio­va­ni, la cui iden­ti­tà ses­sua­le viene bia­si­ma­ta dallo Stato e dalla so­cie­tà. Esi­ste an­co­ra una vec­chia legge che pre­ve­de fino a 3 anni di car­ce­re per chi ha rap­por­ti ses­sua­li con lo stes­so ge­ne­re ses­sua­le, anche se viene ap­pli­ca­ta di rado. No­no­stan­te ciò, Ràm’y ri­cor­da che po­ten­zial­men­te chiun­que po­treb­be es­se­re per­se­gui­to pe­nal­men­te per la sua iden­ti­tà ses­sua­le. Per­ché que­st’ul­ti­ma ri­ma­ne an­co­ra un tabù, anche nella Tu­ni­sia po­st-ri­vo­lu­zio­ne.

Spo­sar­si an­co­ra

Methi (il nome è fit­ti­zio, ndr.) vive la stes­sa si­tua­zio­ne di Ràm’y, ma ha già alle spal­le un ma­tri­mo­nio ete­ro­ses­sua­le. Abita a 2 ore e mezzo di di­stan­za da Tu­ni­si. Ha bi­so­gno di re­sta­re a di­stan­za dalla fa­mi­glia, "per re­spi­ra­re". Dal suo mo­no­lo­ca­le am­mi­ra la spiag­gia di una lo­ca­li­tà tu­ri­sti­ca della costa orien­ta­le del Paese. Nel suo ap­par­ta­men­to sono ap­pe­si qua­dri che raf­fi­gu­ra­no fo­re­ste verdi. Sono fo­re­ste te­de­sche. Methi ama la Ger­ma­nia, dove ha vis­su­to per 7 anni e stu­dia­to ger­ma­ni­sti­ca. È stato il pe­rio­do della sua vita in cui si è sen­ti­to più li­be­ro. Oggi ha 35 anni, ma della sua omo­ses­sua­li­tà era già co­scien­te du­ran­te la pu­ber­tà. Come al­lo­ra, anche oggi, un co­ming-out è fuori di­scus­sio­ne: "Sa­reb­be trop­po pe­ri­co­lo­so", af­fer­ma.

La ri­vo­lu­zio­ne ha cam­bia­to di poco la vita di Methi e quel­la degli altri omo­ses­sua­li e bi­ses­sua­li tu­ni­si­ni di 30 anni. "Sotto Ben Ali la si­tua­zio­ne non era così pro­ble­ma­ti­ca; le no­stre ri­ven­di­ca­zi­ni non di­stur­ba­va­no il suo po­te­re", rac­con­ta Methi. Ades­so in­ve­ce, Methi ha paura che le cose pos­sa­no peg­gio­ra­re. So­prat­tut­to nel caso in cui la coa­li­zio­ne tra con­ser­va­to­ri e salafi­ti do­ves­se gua­da­gna­re con­sen­si. Per lui una cosa è chia­ra: si spo­se­rà di nuovo e vivrà an­co­ra "da ete­ro­ses­sua­le". Sa­ran­no le nuove ge­ne­ra­zio­ni ad apro­fit­ta­re della ri­vo­lu­zio­ne: "In­ter­net non ha sol­tan­to por­ta­to il cam­bia­men­to, ma ha anche unito i gio­va­ni e le loro co­scien­ze: è que­sta la vera ri­vo­lu­zio­ne!", af­fer­ma.

Il web, casa queer

Il word wide web è il luogo dove si in­con­tra­no i queer. Il sito Pla­ne­tro­meo fa­vo­ri­sce gli in­con­tri fra uo­mi­ni, che sia per crea­re un’a­mi­ci­zia o una re­la­zio­ne. Su fa­ce­book i queer hanno pro­fi­li in gran parte ano­ni­mi. On line ope­ra­no anche Kelm­ty, la prima or­ga­niz­za­zio­ne LGBT tu­ni­si­na e la ri­vi­sta Gay­Day­Ma­ga­zi­ne. Dopo il suc­ces­so ini­zia­le però, que­st’ul­ti­ma viene ag­gior­na­ta solo di rado. Da quan­do il mi­ni­stro per i Di­rit­ti Umani ha messo alle stret­te il sito, il fon­da­to­re vive nel ter­ro­re: "Si tra­sfe­ri­sce ogni 2 mesi per non es­se­re rin­trac­cia­bi­le", con­fes­sa Alì. Lui ha 25 anni e, tra le altre cose, la­vo­ra come am­mi­ni­stra­to­re web del ma­ga­zi­ne, oltre a es­se­re un mem­bro at­ti­vo di Am­ne­sty In­ter­na­tio­nal. È uno di quei gio­va­ni che fanno di in­ter­net la loro arma e che si im­pe­gna­no per la de­mo­cra­tiz­za­zio­ne del Paese. Piut­to­sto che pas­sa­re la se­ra­ta da­van­ti alla te­le­vi­sio­ne, fre­quen­ta i di­bat­ti­ti dei cen­tri cul­tu­ra­li di Tu­ni­si. Con i suoi amici vuole cam­bia­re lo stato at­tua­le dei di­rit­ti dei queer, ma ci vuole tempo. Lui aspet­ta il "mo­men­to buono": quel­lo per pas­sa­re al­l’a­zio­ne. Ciò lo dif­fe­ren­zia da chi, dopo la Ri­vo­lu­zio­ne dei gel­so­mi­ni, preso dalla fret­ta e dal­l’en­tu­sia­smo, ha co­min­cia­to a crea­re ini­zia­ti­ve su ini­zia­ti­ve: "Tutti hanno co­min­cia­to a fare qual­co­sa, senza ca­pi­re dove vo­les­se­ro ar­ri­va­re!".

Al con­tra­rio, Alì ri­flet­te prima di agire. Stu­dia una stra­te­gia per poter aiu­ta­re al me­glio la co­mu­ni­tà Queer. È in con­tat­to con at­ti­vi­sti tu­ni­si­ni e di altri Paesi con cui di­scu­te e dai quali ri­ce­ve con­si­gli. Tutto ciò non è scon­ta­to. Molte per­so­ne hanno paura che il loro at­ti­vi­smo debba con­dur­re a un ine­vi­ta­bi­le co­ming out. Inol­tre, non esi­ste an­co­ra una vera e pro­pria co­mu­ni­tà. Se è vero che nei di­ver­si quar­tie­ri di Tu­ni­si esi­sto­no dei grup­pi in­for­ma­li di omo­ses­sua­li e le­sbi­che, que­sti a volte sono ad­di­rit­tu­ra in com­pe­ti­zio­ne fra di loro. "Se non siamo uniti fra di noi di­ven­ta im­pos­si­bi­le ot­te­ne­re so­li­da­rie­tà dal resto delle per­so­ne", sen­ten­zia Alì. È per tutte que­ste ra­gio­ni che, se­con­do lui, a 3 anni di di­stan­za dalla ri­vo­lu­zio­ne, il mo­vi­men­to Queer è an­co­ra al punto di par­ten­za. Man mano che il tempo passa però, sem­pre più per­so­ne si com­por­te­ran­no come Methi: si sen­ti­ran­no co­stret­te a spo­sar­si di nuovo e vi­vran­no per iner­zia a causa dello stes­so tabù di prima.