Quando si va in pensione in Europa?

Articolo pubblicato il 09 dicembre 2008
Articolo pubblicato il 09 dicembre 2008
La speranza di vita si allunga e lo Stato Sociale non regge il ritmo. L’età pensionabile si allunga e il numero dei lavoratori in età attiva si abbassa. Un panorama nell’Europa delle pensioni

La pensione per tutti è stata introdotta per la prima volta dal cancelliere Bismarck verso la fine del Diciannovesimo secolo. Una mossa geniale nei confronti dei lavoratori? Sì, ma considerando che l'aspettativa media di vita era di 45 anni, appena l'1% della popolazione (sic!) aveva la possibilità di arrivare a 70 anni e di godere della meritata pensione. Nel Ventesimo secolo nei Paesi più sviluppati l'aspettativa di vita è notevolmente aumentata, ancora nel 1960 in Europa si viveva 8-9 anni in meno di adesso. Viviamo sempre di più, il che è una bellissima notizia, ma bisogna occuparsi della pensione.

Vecchia Europa o Europa che invecchia?

Secondo Eurostat il rapporto tra la popolazione di ultra sessantacinquenni e la popolazione attiva arriverà ad essere del 53% circa nel 2060. Per intenderci oggi è "solo" del 25%. Questo significa che tra cinquant'anni per ogni persona in età pensionabile ci saranno solo due persone che lavorano (attualmente sono quattro). È importante sottolineare che in Europa si accentuano le differenze demografiche: stando alle previsioni, nel 2060 la percentuale di persone in età pensionabile supererà il 60% in Bulgaria, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania, Slovenia e Slovacchia, ma non arriverà al 45% in Danimarca, Irlanda, Cipro, Lussemburgo e Gran Bretagna.

Il budget della maggior parte dei Paesi europei soffre il peso degli obblighi pensionistici. Per esempio in Italia la spesa pensionistica nel 1960 costituiva il 5% del Pil, quarant'anni dopo, già il 14%. In sintesi: invecchiamo e già oggi mancano braccia per pagare le pensioni dei futuri pensionati. Il basso livello di natalità in Europa non lascia molte possibilità di risolvere il problema. Quali soluzioni possono proporre i nostri governi? Per prima cosa, possono limitare l'accesso gratuito alle cure mediche e alla previdenza sociale in senso lato. In secondo luogo, possono aumentare le quote da pagare per la pensione. Possono anche aumentare l'età pensionabile o optare per il lavoro degli immigrati che possono pagare le tasse per la pensione. Ora chiediamoci, in quanti Paesi dell‘Ue c'è consenso da parte della società all'introduzione delle suddette?

Bisogna fare attenzione al fatto che gli anziani non vengano discriminati dai datori di lavoro e siano in grado di prendere l'iniziativa: pensare a lavoratori settantenni significa avere dei sistemi formativi adeguati. Confrontando il sistema universitario polacco e quelli finlandese o svedese si vede chiaramente che nei Paesi scandinavi si pone molto di più l'accento sulle abilità pratiche, per cui è più facile sviluppare abilità utili per portare avanti un'attività in proprio. Ma, come dice un proverbio polacco, “quello che Jas non ha imparato, non lo saprà fare Jan”.

Discriminazione positiva?

L'Unione europea lascia ai singoli Stati membri la libertà di decidere in merito all'età pensionabile, ma allo stesso tempo ha la facoltà di ingerenza nelle questioni relative alle pensioni. Il problema cruciale è la parificazione dell'età pensionabile per le donne e gli uomini. 

Atteniamoci alle decisioni del Tribunale Europeo di Giustizia del Lussemburgo. Nel 1990 il cittadino britannico Douglas Harvey Barber è stato licenziato prima di raggiungere l'età pensionabile. Si è rivolto al Trybunale sostenendo di aver raggiunto l'età pensionabile stabilita per le donne, e che il mancato diritto alla pensione sia discriminante. Il Tribunale gli ha dato ragione riconoscendo che gli uomini non sono obbligati a raggiungere un'età superiore a quella delle donne per godere della pensione. È noto che le donne vivono di più, e arrivando prima alla pensione, avendo pagato per meno anni, ottengono una pensione inferiore. D'altra parte il Tribunale europeo si dichiara favorevole all'impiego giovanile e ai fini di far assumere i giovani legalizza forme di prepensionamento per quanto questo abbia incidenza sul welfare.

Finora gli ultimi ad andare in pensione nell'Unione europea erano i danesi con 67 anni. Dal 2009, per iniziativa del Presidente Sarkozy, la Francia introdurrà l'età pensionabile facoltativa dai 65 ai 70 anni. La maggior parte dei francesi affezionati alla tutela sociale dello Stato non appoggia la riforma.

Però prendendo come criterio l'orario settimanale di lavoro, quelli che lavorano più a lungo sono i bulgari, i rumeni e gli inglesi (42 ore settimana), e i francesi quelli che lavorano meno (senza straordinari, per legge 35 ore a settimana). Lo Statuto dei lavoratori francesi si basa sul concetto: “bisogna lavorare tanto da non far mancare lavoro agli altri, ma allo stesso tempo lavorare tanto da non essere, in futuro, un peso finanziario per gli altri”. E convincere la società che le riforme sono inevitabili.

Alla fin fine, in un'epoca d’incertezza sul lavoro, come scrisse il sociologo tedesco Ulrich Beck già nel 1988, è una benedizione maggiore il lavoro che il riposo.