Quando Schengen impone le sue regole

Articolo pubblicato il 25 aprile 2005
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 25 aprile 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Il 1° maggio 2004, l’Unione Europea si è allargata a dieci stati dell’Europa centro-orientale. Se questo ampliamento ha riunificato il continente, è anche vero che ha riacceso numerosi timori. Pronti all'invasione?

La creazione di una nuova frontiera all’estremo est del continente, in seguito all’allargamento dell’Ue, viene percepita, sia come un’altra “cortina di ferro” dai nuovi stati membri, sia come un pericolo per i vecchi Stati dell’Unione. Tale nuova frontiera, porosa e confusa, ha ulteriormente rinforzato in questi ultimi le paure di fronte al rischio d’immigrazioni e le conseguenze che ne derivano: la destabilizzazione di un mercato del lavoro già in crisi, lo sviluppo della criminalità e l’aumento nel numero di clandestini. La conseguenza diretta di tale situazione, è stata l’integrazione degli accordi di Schengen al Trattato di Amsterdam del 1997, vincolando l’accesso dei candidati all’Unione Europea all’applicazione rigorosa delle sue disposizioni. Queste ultime, pur consacrando la libera circolazione delle persone entro i paesi sottoscritti, ed abolendo di fatto i controlli alle frontiere interne, richiedono allo stesso tempo un rinforzo dei controlli alle frontiere esterne, essendo la sicurezza di tutti dipendente da tali controlli.

Paure infondate

Nonostante ciò, è ormai palese che la temuta ondata d’immigrati non si riverserà sui nuovi paesi membri, dal momento che questa si è già verificata negli anni ’90: con lo smantellamento del regime sovietico, le frontiere politiche del continente si sono movimentate, avviando centinaia di diaspore. Inoltre, quaranta milioni di russofoni si sono improvvisamente ritrovati fuori dal loro paese, conducendo un’importante migrazione all’interno dell’ex-area sovietica. Le crisi economiche in Ucraina e Moldavia hanno inquadrato una vera e propria emorragia della gioventù e della mano d’opera qualificata. Grazie alle frontiere, rese permeabili dalla conclusione degli accordi di libera circolazione in seno ai paesi stessi dell’Europa centro-orientale (PECO), è iniziato un quotidiano andirivieni tra ovest ed est. Il numero di persone valicanti le frontiere orientali della Polonia è aumentato da 11 milioni nel 1990 a 30 nel 1997. Durante gli ultimi 15 anni, il totale di persone transitate dall’est all’ovest è 3,7 milioni.

Malgrado ciò, la Commissione Europea stima che tale immigrazione, proveniente dall’Europa centrale e diretta verso i “15”, non rappresenti che 150.000 persone, corrispondenti solo al 12% dell’ufficiale immigrazione annuale verso l’Ue. Inoltre, essa si è concentrata in Germania e in Austria e corrisponde ad un aumento molto limitato nella popolazione attiva, nell’ordine del 2% in Austria, dell’1% in Germania e appena dello 0, 1% in Francia.

Applicazione difficoltosa di Schengen

In un contesto di sfiducia nei loro confronti, i nuovi Stati membri hanno assunto l’incarico di “sorvegliare” la nuova frontiera esterna dell’Ue, la quale si estende su 5000 km da Kalingrado alla Croazia, passando per la Bielorussia, l’Ucraina e la Serbia-Montenegro.

Nonostante gli importanti investimenti per la formazione di personale e per la sicurezza nei posti di frontiera, questi sono spesso ancora obsoleti e mancano decisamente dei mezzi per mettere in opera il nuovo Sistema d’Informazione Schengen (SIS II), il quale dovrebbe permettere lo scambio dei personali dati biometrici.

La rigorosa applicazione degli Accordi di Schengen, ed in particolare del regime per il visto europeo, con l’imposizione ai nuovi stati membri della lista Schengen per i pesi dove i residenti all’estero devono possedere un visto per entrare nell’Unione, si è rivelato particolarmente amara per la PECO. Molti legami vitali socio-economici, nati dai movimenti di popolazione nelle regioni di frontiera, sono stati spezzati. Oggigiorno più di 7 milioni di ucraini sopravvivono grazie agli impieghi che trovano in Polonia. Le conseguenze dell’imposizione di un severo regime di visto sarebbero disastrose per loro come per l’economia dei due paesi.

Un altro esempio di tali difficoltà proviene dalle natura stessa dell’Europa, composta da diversi stati plurietnici. Le frontiere dell’Ungheria colla Romania, da un lato, e con la Slovacchia, dall’altro, sono sempre state un concetto di relativa importanza per la diaspora magiara (di origine ungherese) installatasi negli altri due paesi. Nel 2002 erano 1.430.000 in Romania e 521.807 in Slovacchia. In tali condizioni, sembrerebbe difficile dividere intere famiglie rendendo di nuovo le frontiere completamente ermetiche.

Pertanto sono state accordate delle facilitazioni e gli accordi bilaterali di libera circolazione sono stati conservati. All’interno della Polonia e dell’Ucraina il sistema Schengen ha dovuto ammorbidirsi nella sua applicazione con la firma nel febbraio 2003 di un accordo che permettesse agli ucraini di ricevere visti gratuiti dalle autorità polacche.

La conseguenza di tali accordi e dei deficit nei posti di frontiera è che i nuovi stati membri dell’Unione non completeranno il regime Schengen prima del 2007. Le frontiere nazionali precedenti all’allargamento vengono mantenute e i cittadini della PECO non beneficeranno della libertà di circolazione verso i 15 vecchi stati membri fino al 2010.

Una politica europea per le frontiere esterne

Se siamo in grado di criticare la pessima preparazione dell’Unione Europea in vista dell’allargamento di Schengen verso l’est, bisogna notare che tale espansione ha comunque permesso l’emergenza di un reale e comune problema politico riguardo la sorveglianza delle frontiere.

Mentre per molto tempo i vecchi stati membri si sono rifiutati di accomunare tale competenza, il 1° maggio 2005, l’agenzia per la gestione delle frontiere esterne è entrata in funzione in Polonia. Disporrà di 15 milioni di euro nel primo anno per l’acquisto di materiale tecnico: avrà come missione coordinare la cooperazione operativa tra gli stati membri per i controlli di sorveglianza delle frontiere esterne, garantire una formazione a livello europeo per i doganieri nazionali e assisterli in caso di situazioni difficili.

L’istituzione di tale agenzia costituisce un passo innegabile verso la creazione di un effettivo corpo di doganieri. Tutto ciò lo dobbiamo a l’allargamento.