Quando l’Ue esporta giudici e polizia

Articolo pubblicato il 29 maggio 2006
Articolo pubblicato il 29 maggio 2006

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Bosnia, Congo, Palestina: Bruxelles è ormai decisa ad investire concretamente nel miglioramento dei sistemi giudiziari nei Paesi in transizione.

Gli sforzi dell’Ue per incoraggiare giustizia e stabilità nel mondo non si limitano al sostegno che essa apporta alla Corte Penale Internazionale. Da alcuni anni l’Unione ha gradualmente rafforzato la sua politica di sicurezza e difesa con strategie civili di gestione delle crisi. Questi nuovi “eserciti europei”, composti essenzialmente da giudici ed ufficiali di polizia, sono inviati in Stati i cui sistemi sono collassati o in fase di ricostruzione democratica. Lo scopo? Diffondere le norme e gli standard europei in materia di giustizia e sicurezza.

Parallelamente alle missioni militari regolari come l’“Eufor Altea” in Bosnia-Herzegovina, l’Europa sta svolgendo altre sei operazioni. Queste ultime coprono tre settori di attività: le missioni di polizia (come quelle in Macedonia con Eupat, ed in Repubblica Democratica del Congo con la “Eupol Kinshasa”), le missioni “stato di diritto” (come quella in Iraq con Eujust Lex) e le missioni di assistenza alla gestione delle frontiere (in Moldavia con la “Eubam Moldavia-Ucraina” e in Palestina con la “Eubam Rafah”).

Successo per lo stato di diritto in Georgia

Una delle missioni dell’Ue che ha ottenuto maggiore successo è senza dubbio la missione “Eujust Themis” portata avanti da Silvie Pantz in Georgia.

In un solo anno un gruppo formato da una decina di giudici e magistrati europei ha lavorato fianco a fianco con le istituzioni di Tblissi. L’obiettivo è stato quello di realizzare riforme fondamentali come la riduzione del termine di detenzione cautelare o la decentralizzazione del sistema giudiziario georgiano.

Tali modifiche dovrebbero non solo rendere il sistema giuridico più conforme ai criteri democratici internazionali. Ma permetterebbero anche una cooperazione avanzata con Eurojust nelle questioni a carattere transfrontaliero, come quelle concernenti la criminalità organizzata ed il terrorismo.

Lotta al crimine organizzato nei Balcani

Un esempio decisamente meno glorioso è stata la missione di polizia in Bosnia-Herzegovina. Avviata nel gennaio 2003, essa costituisce la prima missione di polizia intrapresa dall’Ue nel quadro della Pesd (Politica europea di sicurezza e difesa). Un incarico troppo gravoso. Infatti malgrado il budget di 38 milioni di euro per due anni, i cinquecento poliziotti europei non sono riusciti a migliorare la preparazione della polizia locale. Secondo le statistiche ufficiali la criminalità è aumentata dal 20 al 30% tra il 2004 e il 2005.

È opinione unanime degli esperti della regione che pur di procurare in tutta fretta un primo, facile successo alla Pesd, l’Ue ha sottovalutato la vastità dell’incarico. Nel difficile contesto del post-Dayton, il compito affidato ai poliziotti europei di creare un corpo di polizia unico per le due entità che compongono il Paese (la Repubblica Srpska e la Federazione di Bosnia-Herzegovina), e di lottare contro il crimine organizzato, era fin troppo ambizioso per una prima missione. Una speranza è tuttavia ancora possibile. Il 5 ottobre 2005 è stato infatti siglato dale due parti un accordo sulla riforma della polizia conforme agli standard della Ue.

Diffusione dei mezzi di lotta

Queste operazioni hanno il merito di dare un’immagine dell’Unione Europea quale attore globale in favore della giustizia e della pace nel mondo. Ma la leggerezza con la quale alcune di queste sono state pianificate e condotte porta a chiedersi quali siano gli obiettivi reali dell’Ue. Agisce in nome di principi umanitari altruisti, secondo i quali la riforma del settore della sicurezza è una condizione indispensabile ad un processo verso una società pianificata? O forse ha come scopo inespresso la protezione del suo territorio da quelle che sono considerate ormai le nuove minacce del terrorismo, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, traffico di droga e di esseri umani?

Secondo Derek Lutterbeck, ricercatore presso il Geneva Centre for Security Policy: «Lo spiegamento di forze di polizia in regioni come quelle dei Balcani è spesso considerato come uno strumento per combattere il crimine organizzato a livello locale, ma anche per impedire che queste attività criminali attraversino le nostre frontiere». In effetti queste attività redditizie trovano nelle rovine delle società post-conflitto terreno fertile per il loro sviluppo. Il training delle polizie locali e il miglioramento dei sistemi giustiziari appaiono pertanto come un mezzo efficace per prevenire la diffusione di queste “nuove minacce” sul territorio europeo, diffondendo fuori dei suoi confini gli strumenti che permettono di garantire la sicurezza all’interno dell’Ue.