Quando le lobby frenano la democrazia

Articolo pubblicato il 23 febbraio 2004
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Articolo pubblicato il 23 febbraio 2004

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Dalla lobby militare-industriale alla democrazia transnazionale: il “regime change” possibile a Bruxelles e nel resto del mondo.

Non sono gli agricoltori la lobby più pericolosa per gli equilibri ed il futuro dell’Unione europea allargata. Certo, ogni vacca frisona, lombarda e bavarese riceve da Bruxelles più di quanto guadagni mediamente un onesto cittadino del Mali. Ma non possiamo dire che il problema dell’Europa siano gli agricoltori e le vacche.

In Cina la pena di morte è targata Italia

Abbiamo visto il presidente cinese Hu Jintao a Parigi accolto come un imperatore. Ma non abbiamo visto la firma dei contratti che assicureranno al consorzio a guida francese Airbus la costruzione di 30 aerei. Non sappiamo neanche cosa si siano detti Jacques Chirac e Hu Jintao sulla prossima costruzione in Cina di quattro centrali nucleari e della linea ferroviaria a grand velocità Pechino-Shanghai. Sappiamo solo che di diritti umani non si è parlato. Non conveniva a nessuno dei presenti.

Sappiamo anche che la Fiat ha alcuni stabilimenti in Cina, dove immaginiamo non sia applicato l’art. 18. E sappiamo anche che le vetture Fiat vengono utilizzate nelle condanne a morte di massa emesse dal regime comunista cinese. Ma la Fiat non ce lo ha detto e nemmeno Hu Jintao: lo denuncia l’Ong “Nessuno Tocchi Caino”.

Sappiamo pure degli ottimi rapporti vantati dall’Italia con il regime iraniano. Khatami - che sarà pure riformista, ma in cinque anni non ha riformato un bel niente. Sappiamo anche che l’ENI ha solidi interessi sullo sfruttamento delle risorse energetiche dell’Iran. Non sappiamo però che fine abbiano fatto le centinaia di studenti iraniani scomparsi dopo le retate dei Pazdaran. Ma sono dettagli, giusto?

Diritti umani: quando i governi dicono “rien ne va plus”

Solana, Patten e Patana ce lo consentano: è questa la politica estera europea! Nulla si decide a Bruxelles. Tutto è nelle mani dei governi nazionali, che si spartiscono le briciole del mondo: la Cina a me, l’Iran a te, l’Iraq a Total-Fina... Sempre che non intervengano gli americani. Ed in questo poker mondiale vincono sempre le lobbies del complesso militare-industriale, mentre restano in mutande il rispetto dei diritti umani e la democrazia. In Europa e nel mondo.

Il 17 gennaio del 1961 nel suo discorso di congedo il presidente degli Stati Uniti Dwight David Eisenhower detto Ike, ex generale, ex comandante supremo delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale, ex cattivissimo, ex nemico di tutti i pacifisti, mise in guardia il proprio paese: “l'America fare in modo che il complesso militare-industriale non acquisti un'ingiustificata influenza”. Solo che – grazie a Eisenhower – l’America era ed è rimasta una spietata democrazia e l’Europa era ed è rimasta una fluida e consensuale non-democrazia.

Si mangia bene al Crocodile di Strasburgo

Le lobbies svolgono un ruolo decisivo nelle democrazie. Permettono una circolazione capillare delle informazioni, fanno pressione, spingono affinché i problemi siano affrontati, sbattono la realtà in faccia al re.

Ma quando le lobbies operano in sistemi politici ed istituzionali non democratici si trasformano semplicemente in parassiti e foraggio del potere. Non si renderà mai conto a nessun giornale delle decisioni prese, non ci sarà nessuna elezione che potrà revocare il mandato al politico che ha favorito indebitamente l’interesse questo o quel settore industriale. Tutto resta dentro il palazzo, tra Bruxelles e le altre capitali nazionali.

Le lobbies dell’apparato militare-industriale, che pure sono state il motore dell’integrazione settoriale e funzionalista di Schuman, Monnet & Co., sono oggi il più grande freno alla nascita di una democrazia europea. Con il sistema attuale di spartizione delle influenze sui governi nazionali che mercanteggiano nei corridoi vuoti delle istituzioni europee senza nessun tipo di controllo democratico, perché mai gli interessi economici dovrebbero battersi per una maggiore “accountability” del potere? Perché mai dovrebbero favorire lo svolgimento di vere elezioni europee per designare un presidente, un parlamento ed un programma politico preciso per cinque anni? Perché mai dovrebbero permettere ad un forte centro decisionale europeo di realizzare quel programma che crei competizione quando possono tranquillamente spartirsi la torta tra amici viaggiando tra le capitali nazionali e mangiando una volta al mese al Crocodile* di Strasburgo?

Abbiamo bisogno di un autentico “regime change” a Bruxelles. Bisogna farla finita una volta per tutte con l’integrazione funzionalista e settoriale delle economie, delle lobbies e dell’antidemocrazia. Bisogna dare la possibilità agli europei di scegliere un’Europa federale e democratica, un Europa con i propri scandali e le proprie lobbies alla luce del sole, un Europa con chiare responsabilità politiche. Un’Europa decisamente più americana: con un presidente eletto ed un parlamento “costituente”.

Abbiamo bisogno da subito di una politica transnazionale alternativa alla obsoleta “politica estera” delle polverose diplomazie nazionali. Una politica estera alla luce del sole, leggibile. Ma noi europei abbiamo soprattutto bisogno di lanciare un grande mass-media, sul modello di Voice of America, in grado di diffondere il messaggio democratico, in grado di restituire il diritto alla parola agli oppressi di tutto il mondo e di destabilizzare con la più potente delle armi di attrazione di massa i regimi cinesi, iraniani, vietnamiti & Co., che destabilizzano tutto stabilizzando solo se stessi. Per gli europei sarebbe la ciliegina sulla torta (pe runa volta indivisibile) di una politica estera nuova ed efficace. Per il resto del mondo sarebbe il pane della verità, della conoscenza e della libertà. E scusate se è poco!

* Ristorante molto “in”, noto ritrovo di eurodeputati.