Quando la fiction diventa realtà

Articolo pubblicato il 23 settembre 2009
Articolo pubblicato il 23 settembre 2009
Articolo di Michele Marra “Horror”: questa la categoria in cui buona parte della critica ha posizionato Videocracy, documentario di produzione svedese del regista italiano ma trapiantato a Stoccolma Erik Gandini, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia.
85 minuti di pellicola che raccontano la profonda e desolante trasformazione della società italiana indotta da 30 anni di crescente esposizione alla televisione commerciale made in Italy.

Un graduale e inarrestabile processo di manipolazione mediatica che, attraverso l’esaltazione di un mondo fittizio in cui a chiunque abbia una “immagine adeguata” o “una personalità ilare” è prospettata la rassicurante illusione di un rapido accesso alla celebrità e un’altrettanto veloce uscita dall’affanno quotidiano, avrebbe convertito la società italiana in una massa mediocre e acritica di veneratori del dio Apparire. Un culto che raccoglie adepti e consensi soprattutto tra i più giovani, che individuano nel piccolo schermo una facile possibilità di realizzazione personale e una scorciatoia verso il successo economico. E poco importa se la percentuale di aspiranti che approda al nirvana televisivo è minima: anno dopo anno in Italia migliaia di persone pronte a tutto continuano ad affollare casting, nella speranza di sconfiggere la concorrenza agguerrita.

Perdenti&vincenti

Emblema di questo paradigma è Ricky, operaio milanese che, disprezzante del proprio mestiere, vive da anni nella vana costruzione di un personaggio televisivamente appropriato. «Bisogna apparire per essere qualcuno, soltanto se vai in tv conti qualcosa, continuerò ad allenarmi per migliorare» mormora in seguito all’ennesima audizione fallita e lamentandosi della concorrenza scorretta delle donne («Per loro è molto più facile» suggerisce, alludendo alla loro prosperità fisica e al semplice modo per acquisire consensi tra i produttori).

Ma nell’horror di Gandini c’è spazio anche per la presentazione di due “vincenti”, che dallo sfruttamento dell’immagine hanno tratto il proprio successo. Il primo è Lele Mora, ex parrucchiere inventatosi manager e oggi agente di molte delle personalità più note della televisione, ripreso nella sua lussuosa villa in Sardegna in compagnia di alcuni rampolli quanto insignificanti rampolli televisivi. Il secondo, Fabrizio Corona, titolare dell’omonima agenzia fotografica, racconta senza alcuna vergogna di aver ricattato per migliaia di euro celebrità televisive colte in scatti fotografici compromettenti, definendosi una versione moderna di Robin Hood: «Rubo ai ricchi, non per dare ai poveri ma a me stesso». Ed entrambi, pur con le loro discutibili esternazioni, rappresentano nell’immaginario collettivo del volgo italiano un’icona di successo.

Ma di chi è la colpa?

In Videocracy il riferimento a Silvio Berlusconi quale uno dei principali responsabili della rivoluzione (o regressione) culturale della società italiana è esplicito. Sotto accusa è il Berlusconi imprenditore, titolare del vasto impero mediatico sorto a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80 con la nascita delle prime emittenti private. Ed è proprio sulle sue reti che appaiono per la prima volta tre paradigmi tuttora dominanti: un nuovo modello televisivo, innovativo e sfacciatamente esibizionista, in contrasto con l’austera programmazione pubblica che a sua volta ne ha lentamente mutuato i principi; un nuovo modello estetico, basato sull’idolatria dell’immagine; infine, un nuovo modello sociale, basato su una visione esasperata di liberalismo ed individualismo, in cui la realizzazione personale supera qualsiasi raggiungimento di benessere collettivo.

Tuttavia rimane un interrogativo importante: per quale ragione in Italia la Televisione ha avuto un impatto così devastante? Molti dei formati trasmessi hanno in realtà origine straniera e in terra natia ottengono ottime audience, spesso diventano casi mediatici e talvolta innescano tendenze sociali ed emulazioni collettive. Ma soltanto in Italia si è assistito all’annullamento della ragion critica e il rimpiazzo dei valori collettivi con un nuovo ordine sociale retto dalle leggi imperanti nella logica televisiva.

Anche in questo caso sul banco degli imputati vi è Berlusconi, ma questa volta nelle vesti di leader politico che dalla seconda metà degli anni ’90 domina l’agenda pubblica nazionale. Anche grazie alla imperizia dei brevi governi d’opposizione rivelatisi incapaci di porre un freno legislativo all’evidente conflitto d’interessi, Berlusconi ha fatto della comunicazione la propria strategia politica vincente. In Italia - dove l’80% della popolazione utilizza la tv come unico mezzo di informazione - il leader del Partito delle Libertà ha utilizzato la televisione come canale per diffondere e inculcare nei cittadini la propria visione rassicurante della realtà, in cui basta “una risata e una donna” per allontanare i problemi quotidiani. Ha adottato anche nella vita pubblica il linguaggio della comunicazione: significativa è la dichiarazione che il 50% del suo mandato istituzionale lo occupa nel curare e migliorare l’immagine dell’Italia all’estero. Molti cittadini italiani, dopo anni di educazione mediatica, recepiscono il messaggio che la vera priorità del Paese è la sua immagine, come verità assoluta.

Tendenzialmente, in un Paese democratico chi è al potere è espressione politica del suo elettorato, di cui condivide visione del mondo e i cui interessi porta nell’arena parlamentare. Oggi in Italia avviene il contrario. Buona parte dell’elettorato è espressione culturale del proprio leader. Spesso, in casi come questo si parla di indottrinamento e, invece che di governo, di regime. Nel caso italiano, di regime mediatico, e quindi, di videocrazia.

Il trailer di Videocracy