Quando il lavoro "fa curriculum"

Articolo pubblicato il 20 marzo 2014
Articolo pubblicato il 20 marzo 2014

Il lavoro nobilita l'uomo

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Punto. Articolo uno della Costituzione. In molti abbiamo pensato a questa bella frasetta, dopo aver letto, nei giorni scorsi sul quotidiano “La Stampa”, dell’iniziativa dell’Arpa a proposito dell’offerta di un biennio di lavoro gratis, riservato esclusivamente a laureati di alto profilo. Subito Gianluca Nicoletti, attento ai fatti sociali e di costume, ha colto la palla al balzo per farne l’argomento della sua trasmissione radiofonica (Melog, Cronache meridiane, Radio24, puntata del 19 marzo). Quel che colpisce non è certo l’assurdità della proposta. In Italia ci confrontiamo ormai da decenni con il problema del “lavoro gratis”, anche se certamente l’aumento dell’offerta di stages non retribuiti è un fenomeno circoscrivibile agli ultimi anni. Il direttore Arpa Giovanni Agnesod si difende, precisando che non si tratta di “lavoro”, bensì di una “collaborazione senza vincoli di orario”. La fallacia del ragionamento sta nella richiesta di un personale altamente qualificato, con esperienze anche all’estero e la conoscenza di più lingue straniere. Se la “collaborazione”, come si ostina a definirla il Sig. Agnesod, è così “fluida”, così libera da qualsivoglia vincolo, che senso avrebbe puntare su un concorso per titoli, dove si cerca e si pretende un laureato iper-qualificato, con una pregressa esperienza nel settore, se poi il suddetto avesse davvero la possibilità di presentarsi sul posto di lavoro senza alcuna restrizione d’orario e senza nessuna obbligatorietà rispetto a scadenze e a risultati da ottenere? Non è strano, ripeto, che si facciano richieste di questo tipo. Il web, i giornali, sono pieni di annunci-farsa, dove in cambio di un’alta o bassa competenza, vengono offerti “lavori” più o meno seri, senza la benché minima allusione ad un compenso. Lo sanno bene i giovani laureati, i laureandi di tutte le categorie, gli specializzandi architetti, avvocati e così via, che consumano il loro tempo presso il tal studio o la tal azienda, senza nemmeno l’ombra di un buono pasto o di un magro rimborso spese, soltanto perché l’esperienza “è utile”, “fa curriculum”, “è un’opportunità”. Ciò che sconvolgente è la reazione pubblica. Certo, due sole candidature – perché è tale il numero dei dossier pervenuti fin ora – non sono un bel risultato e testimoniano della scarsa appetibilità di una simile proposta. Forse in tempi di crisi, con la fragile situazione delle famiglie, anche i genitori più generosi si trovano in difficoltà a finanziare il progetto “futuribile” di possibili figli-candidati. Eppure, durante la trasmissione di Nicoletti, i pochi ascoltatori intervenuti non hanno manifestato una particolare rabbia o disagio. Qualcuno ha rievocato la propria personale gavetta, raccontando di come anche “ai suoi tempi”, fosse normale lavorare gratuitamente, farsi le ossa, per poi raggiungere gli alti lidi dell’indipendenza nel mondo dell’imprenditoria moderna. Altri raccontano degli anni spesi in Università, a fare i “cultori della materia”, a scrivere articoli, tenere lezioni, interrogare durante gli esami, il tutto per “la gloria” di esser stato docente in Università, di aver varcato la soglia della scuola superiore per entrare nel regno che più di tutti, è depositario di cultura. Tant’è.

Quel che mi sembra triste non sono quei due curricula di disperati laureati, che pur di non restarsene con le mani in mano, preferiscono lavorare gratis. Ma mi sembra assordante il silenzio di tutti gli altri, dei pensatori, dei filosofi, dei sociologi del lavoro, dei sindacati, di chi il lavoro l’ha perso, di chi lo sta cercando, di chi chiede semplicemente di esercitare un proprio diritto, di ritrovare una perduta dignità poiché il lavoro nobilita l’uomo. Qualcuno aveva inciso a chiare lettere, sui cancelli di un luogo di perdizione e di morte che Il lavoro rende liberi. Oggi nemmeno più questo vale. Ci si è abituati all’assurdità del nostro paese, all’assurdità di biechi sfruttamenti travestiti da luccicanti “collaborazioni”. Penso così alle parole di Beckett, padre per eccellenza di quel teatro dell’assurdo di cui oggi, il nostro paese, si fa in ogni giorno che passa, il triste palcoscenico di una farsa senza fine: L’aria è piena delle nostre grida/ ma l’abitudine è una gran sordina.