Quando gli aiuti non bastano

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 25 gennaio 2005

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Il maremoto può aver riportato all'ordine del giorno la question della povertà e degli aiuti. Ma quel che serve è una riconsiderazione dei rapporti fiscali tra nazioni ricche e nazioni povere.

Lo tsunami nel sud-est asiatico e la copertura mediatica dei problemi in corso in paesi africani come il Sudan, hanno smosso governi, organizzazioni internazionali e singoli cittadini ad impegnarsi e donare contributi in favore di queste cause. Gli Stati membri Ue e la Commissione hanno dato insieme nel 'fondo assistenziale tsunami' qualcosa come 2,26 miliardi di euro, e nel frattempo anche i cittadini si sono mossi donando ulteriori 830 milioni alle organizzazioni di beneficienza incaricate di prestare assistenza alle vittime. In concomitanza, l’uscita del singolo ‘Band Aid 20' nel Regno Unito è stata accoppiata con l’elaborazione da parte di Tony Blair di una serie di obiettivi da proporre per il prossimo G8 ospitato in UK, e la Presidenza Ue ha rimesso l’Africa, se è il caso di prestar fede alla retorica, al centro dell'agenda politica. Ma dietro tutta questa pubblicità e tutti questi appelli, quale realtà si cela nella distribuzione di aiuti e nell’assistenza ai debiti in alcuni dei paesi più poveri del mondo?

Retorica contro realtà

Mentre i nostri statisti ci ricordano l’urgenza con cui dover portare aiuto ed assistenza alle zone disastrate ed insieme il loro impegno verso i problemi del mondo, è importante invece separare la retorica dalla realtà. Per esempio, successivamente allo tsunami, molto fu in effetti fatto dal Governo britannico quanto ad assistenza prestata nelle aree segnate dal disastro. E tuttavia in seguito, il precedente International Development Secretary Clare Short rivelò pubblicamente che i costi extra derivanti dall’assistenza militare nelle aree colpite veniva preso direttamente dalla voce di bilancio relativa agli aiuti, e non da quella relativa alla difesa – sicchè quel che sta realmente succedendo non è proprio quel che in genere si è indotti a credere. Un'altra distinzione va fatta tra aiuti finanziari promessi ed aiuti effettivamente erogati in favore dei paesi poveri. Lo tsunami dell’oceano indiano è giunto ad appena un anno dal terremoto di Bam, e nonostante ci si fosse impegnati a donare 1,1 miliardi di dollari per le vittime di quella tragedia, a dodici mesi di distanza, soltanto di 17,5 milioni si è effettivamente usufruito. Kofi Annan, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha stimato in dieci anni circa la ripresa per i paesi colpiti dallo Tsunami. Resta la questione se i governi più ricchi continueranno ad offrire con zelo denaro e risorse appena il disastro scomparirà dai nostri teleschermi, o se i paesi più poveri dovranno ulteriormente indebitarsi con la Banca Mondiale per rinvigorire le loro economie ed dar da mangiare alla propria gente.

Cancellare il debito

In una simile prospettiva, Band Aid nel 1984 e Live Aid nel 1985 raccolsero in totale 150 milioni di sterline per l'Etiopia, il che tuttavia impallidisce in termini di esiguità considerato che è l’equivalente del pagamento all’interesse minimo del prestito per l'Africa da parte del Fondo Monetario Internazionale (IMF). Prendiamo come esempio lo Zambia, paese che ha l’aspettativa di vita più bassa nel mondo intero: lo 7,35% del suo prodotto interno lordo (PIL) seguita ad esser destinato al pagamento degli interessi del proprio debito anziché andare dove dovrebbe andare, e cioè in cibo, sanità ed istruzione. Inoltre, il sistema di assistenza verso le ‘nazioni povere altamente indebitate’ richiede lo sviluppo da parte di questi paesi di una ‘strategia di riduzione della povertà’. Chiaramente, come chiunque si sia recato in banca per ottenere un prestito ben sa, di rado il denaro viene dato senza opportune garanzie di restituzione, ma quando 30.000 bambini in Africa muoiono ogni giorno non c'è molto spazio per la burocrazia. Il debito nei paesi più poveri, e specialmente il quelli colpiti dai disastri naturali, dalle carestie e dalle malattie, necessita di un colpo di penna da parte delle nazioni più benestanti per motivi di basilare umanità e di equità.

Il club di Parigi, un gruppo informale di nazioni ufficialmente creditrici, ha recentemente fatto un appello per una moratoria sui debiti dovuti loro dai paesi coinvolti dallo tsunami. Ma Oxfam ed Action Aid hanno contestato quanto sia controproducente una simile moratoria poiché profittando dell’iniziativa del club di Parigi, in futuro simili nazioni verranno considerate ad alto rischio d’investimento. Realisticamente, per trovare una soluzione di lungo termine ai problemi che affliggono Asia, Africa ed America latina, le nazioni ricche devono prepararsi a compiere passi in avanti notevoli e a cancellare insieme i debiti delle nazioni povere. Far così non rappresenterebbe certo la panacea per tutti i problemi e per le sfide che simili paesi si trovano a fronteggiare, ma sarebbe un passo nella direzione giusta e dimostrerebbe quanto realmente i leader mondiali riescano a poggiare la propria retorica su delle azioni concrete e positive.