Quale battaglia avrebbe combattuto Peppino nel 2015?

Articolo pubblicato il 11 maggio 2015
Articolo pubblicato il 11 maggio 2015

Ogni anno migliaia di ragazzi il nove maggio si ritrovano a Cinisi, ma se Peppino Impastato fosse ancora con noi, che battaglie condurrebbe? Cosa ci resta davvero oggi del suo insegnamento?

Trentasette anni dopo, il corso principale di Cinisi è pieno di persone, persone da tutta Italia, si sente anche qualche accento straniero, ragazzi con lo zaino in spalla, famiglie con bambini piccolissimi. Uno striscione guida il corteo che da “Radio Aut” arriva alla casa di Peppino, c’è scritto “Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo”. Dal giorno di quel funerale, trentasette anni fa, lo striscione è sempre lo stesso. Ma chi siamo noi? Quali sono le idee di Peppino? Cosa rimane di queste nella Sicilia, nell’Italia, ma soprattutto nell’Europa di oggi?

Peppino nacque come comunista, «su basi puramente emozionali» più che spinto da convinzioni politiche, per arrivare a candidarsi con Democrazia Proletaria, passando per “Lotta Continua” di Mauro Rostagno, sempre bersagliando la politica affarista, rappresentata dalla DC, sempre denunciando il malaffare e la politica torbida, insozzata dalla vicinanza contagiosa della mafia. Oggi, la società è davvero così cambiata?  Le idee e il coraggio di Peppino sono davvero in mezzo a noi?                                                                                                                                     Ho voluto immaginare un Peppino Impastato del 2015: cosa farebbe oggi? Sarebbe renziano o civatiano? Forse, visto che aveva una mentalità aperta, avrebbe guardato all’Europa, probabil-mente simpatizzerebbe per Syriza, chissà come avrebbe reagito a uno stato cambiato ma sempre uguale, dove la Dc contro cui tanto lottava, il cui nome è stato cancellato dalle liste elettorali, in realtà non è mai morta. Peppino, come sempre ha fatto, avrebbe difeso i più deboli, si sarebbe scagliato contro la pressione fiscale che soffoca i contadini, si sarebbe battuto per un’amministrazione trasparente, avrebbe difeso i diritti degli immigrati, sarebbe stato a Lampedusa a fare qualche manifestazione di piazza. Si sarebbe steso a terra come fece per protestare contro la terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi per i No Muos o per i NO TAV? Mi piace immaginarlo così, ancora, dopo 37 anni, a combattere, lottare per le sue idee, per una società egualitaria, in cui i diritti sono garantiti a tutti e non concessi come favore, mi piace immaginarlo a fare satira, una sorta di Charlie Hebdonostrano, dissacrante e pungente come solo lui e i suoi amici sapevano fare. Peppino però non c’è più.

Me lo dice un suo amico, pancia pronunciata da buon siciliano, capelli bianchi e sguardo vispo. Racconta di un tempo in cui il nemico era visibile, mi racconta di una Cinisi che sembrava il set di un film western. «Una volta arrivai prima io che il pretore, due morti erano per terra, uno aveva la bocca spalancata e il petto pieno di sangue, l’altro a pancia sotto sull’asfalto», mi racconta di una Cinisi in cui il boss camminava per il corso con tutti gli onori, tutti sapevano, pochi parlavano, parlava Peppino, parlavano i suoi amici. Oggi morti non se ne vedono più, i figli del boss si nascondono, la sua casa è ormai casa di tutti i cittadini («Entrate fate come se foste a casa vostra», ci dicono), ma il 9 maggio, gli abitanti di Cinisi stanno ancora dietro le persiane, un boss della vecchia guardia vive poco lontano da qui. Ha 100 anni e cammina con due bastoni, ormai è una storia passata.

Oggi il nemico è invisibile, o meglio porta vestiti più eleganti, uccide con le leggi, intimorisce nei ricevimenti: parliamo di fantomatici poteri forti e mafia nello stato. Se Peppino fosse stato vivo, sono certa, si sarebbe impegnato a dare un nome al nemico, a distruggerlo con la sua satira, avrebbe continuato a dire che, «qualsiasi vestito metta, la mafia rimane sempre una montagna di merda!»