Putin troppo energico? Meglio l’energia georgiana

Articolo pubblicato il 15 marzo 2004
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Articolo pubblicato il 15 marzo 2004

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La Russia ha rappresentato finora un partner energetico d’obbligo per l’UE. Ma il gas georgiano può riaprire la partita. E far cambiar volto a Mosca.

Porte aperte alla Georgia in Europa: la città di Poti conosce uno sviluppo senza precedenti. Da quando la provincia di Adzarskij è in stato di quasi-secessione, tutte le ricchezze dell’Asia centrale convergono qui, in questo agglomerato dove i serbatoi di petrolio spuntano come funghi. Attraverso autocisterne o tramite l’oleodotto che collega Baku a Supsa, l’oro nero inonda letteralmente la città prima di partire verso l’Europa. Dal 29 gennaio il porto vanta nuove tubature: quelle del gasdotto che collegherà Baku ad Erzurum in Turchia. In Georgia, questo cantiere conta almeno quanto l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), già in costruzione. E come conseguenza, se si suppone che ciò segni l’avvicinamento diplomatico verso gli Stati Uniti, il gasdotto, chiamato SCP, assicurerà l’indipendenza energetica del paese e l’avvicinamento economico tra il Caucaso, la Georgia e l’Europa.

La ferrovia? Un regalo della Zia Europa

Da quando l’allargamento europeo è tangibile, le repubbliche transcaucasiche candidate all’adesione, rappresentano un interesse strategico per Bruxelles, particolarmente in rapporto alla Russia.

L’attività di Poti non è dunque per niente insignificante. La ferrovia che trasporta il petrolio? Un frutto del programma europeo Traceca che mira a creare un corridoio per i trasporti transeuropei. L’oleodotto Baku-Supsa? Figlio di una partnership tra americani ed europei che agiscono sulle reti energetiche in Caucaso tramite il programma INOGATE. Il BTC, promosso dagli americani, che sbocca in pieno Mediterraneo a Ceyhan, beneficia del sostegno politico degli europei. E diversamente dal gasdotto che l’accompagna, il SCP la cui vocazione europea non è in dubbio: il sito internet di INOGATE, presenta la promozione di un nuovo corridoio tra la regione caspica e la Turchia, includendo nel suo insieme, come obiettivo primario, un’interconnessione con la rete greca, e dunque europea. L’anno scorso, Turchia e Grecia si sono messe d’accordo per unire le loro reti nel 2005. Il SCP, invece, sarà ultimato nel 2006.

Perché tanto attivismo da parte dell’UE sulla questione energetica? Un libro verde, adottato nel 2000 dalla Commissione, tenta di valutare i bisogni energetici dell’Europa allargata e ci consegna alcune risposte.

“Verso una strategia europea di sicurezza dell’approvvigionamento energetico” – così il titolo del documento – conferma il carattere prioritario dei progetti realizzati nel Caucaso: “bisogna mostrarsi attenti allo sviluppo delle risorse petrolifere e di gas dei paesi del bacino del mar Caspio, ed in particolare delle vie di transito destinate al trasporto delle produzioni di idrocarburi”.

2030: il 40% dell’elettricità verrà generata dal gas

Certo, è allarmante constatare come “la politica di diversificazione geopolitica dell’approvvigionamento europeo non abbia liberato l’Unione dalla piena dipendenza dal Medio Oriente per il petrolio e dalla Russia per il gas naturale. Alcuni Stati membri, ed i paesi candidati in particolare, sono interamente dipendenti da un solo fornitore di gas”. Leggi: Russia. Le economie dei paesi candidati, per ragioni storiche, funzionano essenzialmente grazie al gas del vicino gigante russo. Più pulito del petrolio e del carbone, il gas è destinato a svilupparsi come energia alternativa nelle centrali termiche e nella rete di trasporto europeo. Secondo il rapporto, la dipendenza energetica globale dell’UE dovrebbe accentuarsi di nuovo e dovrebbe raggiungere il 70% in venti o trent’anni. E l’allargamento non farà altro che rafforzare questa tendenza. Le importazioni di gas naturale potrebbero passare dal 60 al 90%. Ciò significa che fra il 2020 e il 2030, il 40% dell’elettricità UE verrà generata dal gas.

Un paradosso dunque: tentando di diversificare le energie, si crea così un’altra dipendenza, di natura politica. In prospettiva dunque, grazie alle più grosse riserve mondiali, la Russia sarà, salvo sorprese, l’unico paese capace di provvedere alla futura crescita della domanda europea di gas. La diversificazione degli approvviggionamenti di gas auspicata dal Libro Verde non considera dunque le altrettanto preoccupanti implicazioni legate al rapporto con Mosca: nel 2002, Romano Prodi firmò una partnership energetica con Vladimir Putin. Quale libertà d’azione potrà avere l’UE in un contesto simile?

Partenariato con le repubbliche transcaucasiche

Spinta in particolare dai nuovi paesi entranti nell’Unione, l’UE manifesta dunque la volontà di emanciparsi da una partnership troppo compiacente rispetto alle frequenti violazioni delle libertà fondamentali e della democrazia, alla questione cecena... Il 26 febbraio davanti al Parlamento europeo Chris Patten, il Commissario per i rapporti esterni, ha affermato le sue intenzioni di stringere una partnership con la Russia basata su una condivisione di valori e su un maggiore conivolgimento politico dell’UE.

Da questo punto di vista, la posta in gioca a livello energetico sarebbe quindi estremamente alta ma dovrebbe permettere una politica estera ambiziosa, alternativa alla Russia di Putin. Coincidenza o no, proprio dopo questo dibattito, venne approfondito un rapporto dell’europarlamentare Gahrton sulla necessità di stabilire una partnership stretta con la regione transcaucasica. Proprio per difendere gli interessi energetici dell’UE in quel territorio, pregiudicati a suo dire da Chris Patten, un partenariato del genere permetterebbe la promozione di un ammodernamento politico, dello sviluppo economico e del dialogo tra i tre Stati, soprattutto con quell’Armenia sempre più emarginata.

L’allargamento a sud negli anni ’80, verso Grecia, Spagna e Portogallo aveva aperto un’era di cooperazione euro-mediterranea. Quello all’est dovrebbe logicamente far volgere lo sguardo dell’UE verso il Caucaso, in modo che la regione possa aprirsi all’Occidente come all’Europa, come dimostra la recente ascesa alla testa della Georgia di Mikhail Saakashvili, letteralmente “cresciuto” al Consiglio d’Europa. La città di Poti lo dimostra: l’avvenire della Georgia è sull’altra sponda del mar Nero e l’UE rappresenta un vero e proprio polo di stabilità e di prosperità nella regione, di fronte al duopolio esplosivo della Russia di Putin e degli Stati Uniti.