Prostituzione a Varsavia? Non parliamone

Articolo pubblicato il 19 luglio 2013
Articolo pubblicato il 19 luglio 2013

La prostituzione a Varsavia è diventato argomento tabù, almeno dal Campionato europeo di calcio che si è tenuto qui nel 2002.  La capitale del paese europeo che ha resistito meglio alla crisi vorrebbe forse, con la sua pudicizia, mostrare un altro volto all'Occidente.

Qui non c'è niente di tutto cio”, rivela Dawid timidamente, fissando lo sguardo sui suoi scarponcini vintage. I problemi della prostituzione e della tratta di persone sembrano restare argomenti di conversazione da evitare in Polonia. Questo ragazzo polacco di 22 anni si integra alla perfezione nel paesaggio che contraddistingue i dintorni del Palazzo della Cultura e della Scienza a Varsavia,  che si popola all'una del mattino di ragazzi abbigliati con vestiti H&M, su uno sfondo di tetti di cristallo, in cui lo stadio costruito per la Coppa Europea di calcio nel 2002 costituisce il punto di fuga. Le ombre di questa composizione sono attenuate dalle luci al neon: "Night Club" si legge poco lontano da Dawid, mentre attraversa il viale Jerozolimskie.

Prostituzione invisibile

Le prostitute non sono visibili”, ci dice Alexis Ramos. Questa giovane studentessa sta realizzando presso il Collegio d'Europa (con sede a Varsavia, ndr) la sua tesi sulla legislazione europea riguardo la tratta di persone, e ci assicura che "sebbene qui esista un traffico diretto ad Ovest, la Polonia ha smesso di essere un paese di origine, trasformandosi in un luogo di transito e anche di destinazione". 

Il 46% di questo crimine è alimentato dalla prostituzione. A guardare la lista dei paesi da cui parte la tratta di persone con destinazione la Polonia, è chiaro che le frontiere si sono allargate verso l'est: dal recente traffico che ha origine in Asiaprincipalmente in Vietnam— a quella che proviene dagli stati più vicini, come la Bulgaria, la Romania, la Moldavia - "attualmente il principale paese esportatore in Europa" secondo Ramos - e, naturalmente, l'Ucraina. Le relazioni tra quest'ultimo paese e la Polonia sembrano godere di una legislazione speciale. La Kiev più europeista, quella del primo ministro donna Yulia Timoshenko (ora in attesa di giudizio a casua di un presunto abuso di potere, ndr), aveva smesso di richiedere un permesso di soggiorno ai cittadini polacchi, in vista di un'adesione nell'Unione Europea. Parallelamente, "è più facile chiedere un permesso per la Polonia, che per qualunque altro stato membro dell'UE", afferma Marina, 22 anni. Questa ragazza nata a Rivne sa bene che significa essere un'immigrata ucraina in Varsavia

La caduta dell'urss

La prima volta che entrai in Polonia fu grazie ad un permesso da turista. Poi tornai come studentessa di un corso di estetica durante un anno. Ma non studiai affatto. Mi misi a cercare lavoro senza saper parlare polacco". Marina non solo riconosce la presenza di mafie nelle ambasciate che commerciano con le giovani ucraine, ma anche la diffidenza da parte delle autorità polacche verso i propri compatrioti: "Non mi è mai accaduto di prostituirmi. Dopo essermi presa cura di bambini e anziani, ho trovato lavoro nell'industria logistica. Tuttavia, ogni volta che attraverso la dogana, la polizia di frontiera lo sospetta".   

La caduta dell'Unione Sovietica nel 1991 e il conseguente impoverimento delle famiglie provocò un aumento della tratta degli esseri umani verso l'Europa più orientale: "Le prostitute bulgare e ucraine giungono in Polonia da più di 20 anni", precisa Joanna Garnier, rappresentante de La Strada, a Varsavia. Quest'organizzazione, che si trova vicino il campus del Politecnico di Varsavia, ha lavorato negli ultimi 18 anni per la prevenzione della tratta di persone nei Paesi Bassi e differenti zone dell'Europa dell'Est. “Dei 200 casi di traffico di esseri umani che arrivarono in Polonia nel 2012, il 90% erano donne. Per la maggior parte erano lavoratrici del sesso, originarie della Bulgaria e dell'Ucraina". 

Prevenzione e pregiudizi

Garnier, insieme al gruppo di La Strada, si impegna a promuovere un programma di prevenzione nelle scuole, orfanotrofi, altre ONG, e perfino negli ospedali psichiatrici. "Due settimane fa abbiamo organizzato una riunione nella chiesa ucraina di Varsavia, per fornire informazioni alle donne che hanno bisogno di aiuto. Nessuna di quelle presenti lo ha rivelato, ma sono sicura che alcune sono costrette a prostituirsi". Marina aggiunge: "Ci sono ragazze del mio paese che assicurano alle proprie famiglie di lavorare come donne delle pulizie quando in realtà sono prostitute. Per di più, a Rivne, la mia città, le persone sospettano che sono una prostituta, perché qui guadagno dei soldi". Pregiudizi che si incontrano anche nella capitale polacca: "Una proprietaria, quando si è accorta del mio accento straniero, si è rifiutata di affittarmi l'appartamento, sospettanto che lo avrei trasformato in un bordello". 

Nonostante le reticenze, vendere il proprio corpo non è proibito in Polonia. La prostituzione è legale nel paese, nella misura in cui i pagamenti non passino per un intermediario. "Si tratta dell'unica professione che non deve pagare le tasse", spiega Ramos. "Le lavoratrici devono darne prova di fronte l'amministrazione, tramite foto di clienti e testimoni". Tuttavia questa pratica non è molto diffusa: "Le ragazze purtroppo si fidano più della propria gente che delle istituzioni", ci spiega Garnier. "Da poco ci occupiamo del caso di una ventenne bulgara alla quale offrirono di lavorare qui nel campo dell'agricoltura. Era già stata in Grecia a raccogliere verdure. Un familiare la fece conoscere con un trafficante in Bulgaria, e una volta in Polonia l'hanno costretta a lavorare come prostituta per strada. Quando si negava, la picchiavano". 

Vittima del proprio silenzio, Varsavia cerca di evitare a tutti i costi di essere identificata come una meta di destinazione per il traffico di prostituzione. Lo dimostrano i controlli alla frontiera effettuati durante il Campionato di calcio Europeo nel 2002. E sebbene sia certo che attualmente i giochi in ombra sono visibili solo nelle vie adiacenti alla fermata della metro Politechnika, le insegne dei night club che popolano la strada centrale di Nowy Świat o il viale Jerozolimskie che porta allo stadio, imbrattano la pudicizia della Varsaiva dalle utopie mai realizzate.  

Questo articolo fa parte della serie di reportage “EUtopia on the ground”, progetto di Cafebabel.com sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito in collaborazione con il Ministero degli Esteri francese, la Fondation Hippocrène e la Fondazione Charles Léopold Mayer.

Foto : (cc) lucie_otto-bruc/flickr ; Code-barre (cc) iragelb/flickr. flyers © Jorge Mallen