Prix Lux, il cinema del diverso nelle sale dorate di Bruxelles

Articolo pubblicato il 12 novembre 2012
Articolo pubblicato il 12 novembre 2012
L´Europa che non è soltanto quella della crisi e dello spread ma è anche quella di culture e tradizioni differenti, che si mescolano - o almeno dovrebbero - per restituirne un'identità salda ma fatta di sostanze diverse”, lo ripetono gli organizzatori del Prix Lux, assegnato ogni anno dal Parlamento europeo al film che racconta con particolare sensibilità storie e volti dell'Europa di ieri e di
oggi. Si parla di questo al Bozar, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, dove una stagista del Parlamento Europeo ha assistito alla proiezione dei tre film finalisti. Queste le sue impressioni a caldo appena uscita dalla sala.

Non conoscevo il Prix Lux prima del mio arrivo a Bruxelles, nonostante avessi visto qualcuno dei bei film vincitori delle scorse edizioni, come “Welcome” di Philippe Lioret, e “Le nevi del Kilimangiaro” di Robert Guédiguian. Ma qui al Parlamento di Bruxelles, è quasi un obbligo seguire le proiezioni dei film finalisti. Stagiaire, bruxellesi, giovani e adulti: la sala del Bozar si è riempita di un pubblico eterogeneo proveniente da diversi paesi d'Europa. 

Sottotitoli nelle 23 lingue ufficiali dell'Unione europea e adattamenti della pellicola per i non udenti, per favorire la distribuzione, punto debole del cinema europeo a causa di crescenti difficoltà economiche ed evidenti barriere. Questo è il vero valore del Prix Lux. Nessun premio in denaro per il vincitore, annunciato il 21 novembre prima della plenaria a Strasburgo.

I rom d'Ungheria

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Tra le pellicole selezionate, "Just the Wind", dell'ungherese Bence Fliegauf, fa i conti con la questione dei Rom: e lo fa raccontando le vicende di una famiglia Rom nella campagna ungherese dalle coordinate spazio-temporali non definite. Un documentario crudo, realistico e scioccante: cosi è parso a me e ai miei due amici ungheresi presenti alla proiezione, che non hanno potuto evitare di ripensare agli attacchi razzisti contro cinque famiglie Rom commessi tra il 2008 e 2009, e che portarono alla morte di sette persone. Il pregiudizio e l'odio verso i Rom, la difficoltà di integrarsi nella società, nel lavoro, nella scuola, tra gli altri cittadini, coetanei e non, tutto raccontato attraverso una verosimile descrizione delle precarie condizioni economiche in cui vivono una madre che si divide tra due lavori pur di arrivare all'obiettivo Canada per poter ritrovare il marito e, chissà, dove il vento della discriminazione soffia meno forte, e una figlia adolescente che, come il fratellino, sembra non avere possibilità di staccarsi di dosso l'etichetta"Rom", interpretata dalla società circostante come segnale di insuperabile diversità.

Le lanterne del poeta Qu Yuan

Lo straniero è nemico o, nella migliore delle ipotesi, inevitabilmente diverso

Anche "Io sono Li" di Andrea Segre parla di integrazione, ma lo fa con un tocco leggero, quasi romantico. Shun Li è cinese. E non è facile per lei inserirsi e vivere in Italia, in una comunità chiusa come quella della fosca Chioggia in cui lo straniero è nemico o, nella migliore delle ipotesi, inevitabilmente diverso. Poche possibilità di avvicinare i due mondi, cinese e italiano, e anche qualora ci fosse la possibilità, il compromesso è sempre frustrante. Shun Li deve lavorare in un bar gestito da cinesi, affinché il capo le permetta di far venire suo figlio dalla Cina. A Chioggia ha un solo amico, Bepi, anche lui straniero ma ormai in città da trent'anni. I due si affezionano e si confidano. E la pesca e la poesia fanno da collante. Bepi è un pescatore che compone piccole poesie; Shun Li ha il nonno pescatore e celebra il poeta cinese Qu Yuan con la tradizionale cerimonia delle lanterne lasciate fluttuare nel fiume, (che da quando la donna è in Italia è diventato una vasca da bagno, o il pavimento del bar allagato dall'"acqua alta" di Chioggia), ormai il suo ultimo legame con la Cina. Quando Shun Li e Bepi, s-paesati e soli, dopo essersi ritrovati, devono separarsi, per ordine della comunità cinese, si consuma la tragedia.

Il bianco e il nero

Terzo finalista è "Tabu" del portoghese Miguel Gomes, un racconto in bianco e nero nella Lisbona dei giorni nostri. Due donne condividono lo stesso pianerottolo: Pilar e Aurora, quest'ultima anziana e sola, perseguitata da immagini deliranti e dalla convinzione di essere vittima della sua donna di servizio, Santa. Quando Aurora morirà, ecco svelato il significato di quelli che sembravano vaneggiamenti su coccodrilli e terre lontane, memorie di un’infanzia passata in un paese imprecisato dell'Africa, di una vita da donna bianca, ricca e sposata e di un amore adulterino altrettanto bianco e dall'epilogo tragico. Uscita dalla sala mi sono chiesta: ma che c'entra con l'Europa? E poi invece ho pensato che c'entra eccome: le referenze alla guerra d'indipendenza in questo imprecisato paese africano rimandano a quella del Mozambico, colonia portoghese che ottenne l'indipendenza nel 1975, a termine di una tremenda guerra. I neri costellano lo schermo e supportano le azioni di Aurora, come un riempitivo, non avendo altro ruolo che quello di personaggi di sfondo: cucinano e servono il caffè, mescolando anche lo zucchero in una tazzina che i bianchi devono limitarsi a bere. E la presenza di Santa all'inizio del film, la donna di servizio africana, riporta a questo passato fatto di ruoli stabiliti e colori diversi, il bianco e il nero, tanto che viene da chiedersi se sia corretto chiamarlo "passato".

Le luci si riaccendono. La sala si svuota. Gli organizzatori del Prix Lux hanno parlato di un "cinema felice". Sì, forse non nel senso più immediato del termine. Ma di certo una panoramica multiculturale che colpisce agil occhi e al cuore lo spettatore. E, per il tempo di una proiezione, ti fa sentire più vicina a un’Europa sempre più screziata di popoli e culture. Anche dalle stanze dorate di Bruxelles.

Foto: copertina (c) sito ufficiale del film "Io sono Li"; nel testo: "Just the Wind" (c) www.kwiff.com; "Tabu" (c) cinephile-uk.com. Video: Jolefilm/Youtube