Praga ostaggio dell’Occidente

Articolo pubblicato il 19 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 19 maggio 2003

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La “Firenze dell’Est” ha subito in alcuni anni una trasformazione velocissima, simbolo del brutale passaggio della Repubblica cèca dal comunismo al capitalismo. Nel bene e nel male.

“Praga è diventata Disneyland”, sospirava, già qualche anno fa, un intellettuale cèco intervistato dalla televisione. Dopo la Rivoluzione di Velluto, la città è rapidamente piombata in un altro mondo, quello dell’Occidente. In alcuni mesi non restava quasi più nulla dell’atmosfera “di prima”.

“Prima” la città di Kafka, intorpidita nella nebbia, aveva le movenze di una città leggendaria. Le strade selciate, poco illuminate, sembravano tutte dare ricovero a fantasmi di un altro secolo, sfuggiti da una taverna nascosta nel sottosuolo, dietro una botola appena visibile agli occhi dei passanti. Le statue del ponte Charles, annerite dall’inquinamento, sembravano pronte a risvegliarsi quando si attraversava il ponte nel bel mezzo della notte, o alla luce di un giorno brumoso, in inverno, quando i luoghi erano deserti. Solo il grido degli uccelli che volavano al di sopra del fiume rompeva il silenzio. La città, ammaliante, irresistibile, invitava continuamente alla contemplazione. Si cercava il rumore dei passi dei cavalli che trainavano i calessi dei secoli passati. Nessun negozio di souvenirs, nessun caffè messo lì a disturbare questa comunione con la città, per tentare di dischiuderne i segreti, di accedere alla sua anima. Certo, questa visione nostalgica e romantica della Praga d’antan nasconde una realtà meno sorridente, quella di un popolo schiacciato da un sistema, sottomesso, terrorizzato, anestetizzato.

Atmosfera da “1984”

Un visione che nasconde, in più, il contrasto delle periferie della capitale cèca che ricordano i romanzi di Orwell, e che si innalzano sempre come un’imponente muraglia quando si arriva dalla strada. Sono dei blocchi di calcestruzzo immensi, tutti uniformi e regolari, dove difficilmente si distingueva un segno di vita. La pesantezza dell’atmosfera era a malapena disturbata dai pochi passanti che rientravano a casa, le spalle curve, in mezzo ai viali invasi dal vento. “1984” di George Orwell è, d’altronde, un “best-seller” tra i libri samizdat cioè che circolavano illegalmente “sotto il cappotto”), prima del 1989.

Oggi le periferie non hanno acquistato nessun fascino; è la vita, invece, che è un po’ migliorata. Qua e là, alcune edicole sono spuntate agli incroci, vicino alle stazioni del metrò e degli autobus, alcuni negozi con articoli colorati hanno invaso i “centri di vita” versione comunista, dove prima si trovavano alcuni servizi (posta, farmacia). Si cominciano anche a costruire dei centri commerciali secondo la moda occidentale il cui stile si sposa perfettamente con quello di questi luoghi.

Agli inizi degli anni ’90, quando si fugge da queste periferie per raggiungere il cuore della città, il contrasto è totale. Tutto è in ebollizione.

Praga diventa una città brulicante, terreno dei giochi delle giovani generazioni. Un profumo di atmosfera “anni ‘60” fluttua nella città. Tutto sembra possibile, i giovani sono ottimisti, provano tutto, senza paura del domani. Aprono dei bar, delle gallerie, creano delle imprese, si lanciano, provano e riprovano. Molti tentativi diventano colpi da maestro. Il popolo, segregato per molti anni, ha sete d’uscire, di consumare i prodotti occidentali, di viaggiare, di imparare le lingue straniere. Le scuole di lingue private, le agenzie di viaggio, i clubs, i ristoranti e i bar si diffondono e prosperano poiché la carta numero uno da giocare, per una delle più belle città del mondo, per la “Firenze dell’Est”, è il turismo, dove tutto resta ancora da fare. Senza alcun controllo, la città si apre verso tutte le direzioni. Non solo è una città magnifica ma in più “non è cara”, constatano gli stranieri che vi si avventano ad occhi chiusi, in cerca di nuove distrazioni, spesso senza sapere niente del paese e poco preoccupati dalla sua drammatica storia recente. Le industrie di trasporto hanno ben presto fiutato l’affare: diventa spesso facile recarsi a Praga a buon mercato in autobus.

I cèchi attoniti scoprono così dei giovani bulli appena maggiorenni, inebriati dal fatto di sentirsi ricchi come i re che non ci sono più, di spendere in ristoranti chic e cari, esibendo il loro tenore di vita senza rispetto né per la povertà ambiente, né per le tradizioni locali: a Praga la gente comune, al verde, va poco i questi luoghi e quando esce, si veste come per la domenica.

Un grosso gadget

Questa città che qualche mese prima sembrava al confine del mondo per qualunque europeo dell’Ovest, diventa troppo spesso più vicina e a portata di qualsiasi portafogli.

“Prima”, bisognava fare una richiesta di visto, cambiare obbligatoriamente 15 euro al giorno, non recuperabili se non si spendevano tutti – e non si spendeva tutto, il tenore di vita era basso e i negozi vuoti – e bisognava viaggiare in treno per 21 ore per raggiungere la città dorata. E bisognava avere dei soldi: gli hotels erano cari e anche il biglietto del treno….Questa trasformazione su tutti i fronti, senza alcuna concertazione, dà alla città le movenze di un bell’oggetto svenduto. Degli edifici alti e brutti spuntano qua e là, distruggendo il bel quadro che prima era la vista della città, osservata dal castello di Praga. Nel cuore della Città Vecchia, dei cartelloni pubblicitari sbarrano le facciate delle vie medievali, invase dai fast-food e dai negozi di souvenirs a buon mercato che diffondono ad alto volume una musica house da supermarket. Praga diventa un grosso gadget, un immenso terreno di gioco, un parco divertimenti per turisti. Difficile controllare il giocattolo: i cèchi, traumatizzati dalla dittatura comunista, sono diventati allergici a tutto quello che somiglia, da vicino o da lontano, a una pulsione autoritaria. Così, quando un giornalista cèco domanda a Vaclav Havel allora presidente, nel 1990, se gli piacciono questi nuovi caffè rumorosi, volgari e a buon mercato che invadono la Città Vecchia, distruggendo il fascino dei luoghi, risponde: “ no, personalmente, io non amo questi posti, ma in nome di cosa posso proibire a chi li apre di fare ciò che vuole? Per imporre i miei gusti?”.

La versione cèca di “è vietato vietare” rifiorisce dunque negli spiriti del paese in questa fine del ventesimo secolo. Risultato: non appena compiuta la “Rivoluzione di velluto”, la città si è trasformata a 200 all’ora. “Non passa giorno senza che una nuova botteguccia non apra i battenti”, ricorda Martin, un praghese di 35 anni che aggiunge: “Senza aver mai lasciato la mia città, ho avuto spesso l’impressione di vivere in un altro mondo”.

Cesta di mele

La nuova Praga ha sviluppato un certo fascino: una vita notturna intensa, creativa e delirante, molto più ricca che a Parigi, clubs originali, laboratori di artisti che hanno potuto infine lasciare la loro creatività schiudersi a viso scoperto… Strade pedonali, condannate nel corso degli anni, nella città vecchia, sono state spianate e hanno aperto nuove vie nel tortuoso quartiere Zikiv, il quartiere “zigano” diventato un luogo pieno di pub e di vita.

Tuttavia la città, se la si osserva bene, non ha perduto tutto il suo passato. Resta ancora quella città bucolica, dove è possibile addormentarsi in un campo vicino ai vigneti, in pieno centro. Dove nel metrò, in autunno, si incrociano delle nonnine con delle ceste di mele sulle ginocchia, e ,d’inverno, giovani con gli sci in mano. La campagna, infatti, non è lontana, qualche dozzina di minuti di treno.

Praga rimane una città dove ognuno parte per il fine settimana – o sogna di farlo, un giorno – per andare a coltivare il proprio pezzetto di terra, a qualche chilometro dalla capitale, che circonda una casa di campagna spesso modesta e in legno, la “chata”, un luogo quasi sacro.

Una città dove gli ospodi, queste taverne così tradizionali, con la loro tovaglia di un verde ormai scolorito, la loro birra alla spina, i loro pilastri da bar, e le loro salsicce, sono sempre ben impiantati, alla periferia.

La Vecchia non ha perduto la sua anima, malgrado le apparenze. Ma per ritrovarla, bisogna prendere tempo: una ricetta estremamente incompatibile con il credo della vita “made in West”.