Pordenonelegge.it. Ma traduce, anche/ Yves Bonnefoy e Franco Loi

Articolo pubblicato il 24 settembre 2007
Articolo pubblicato il 24 settembre 2007
Nel corso della manifestazione letteraria Pordenonelegge.it, tra le più importanti in Italia, poeti e traduttori a confronto.

Bambini corrono per i vicoli di Pordenone

Foto: pikromica/flickr

Se Franco Loi, raffinatissimo poeta genovese naturalizzato a Milano, utilizza in poesia a sua stessa detta «il milanese come il marchigiano, l’inglese come lo spagnolo, è perché in quel momento quella particolare parola mi sembrava più espressiva per esprimere quel concetto», in Che lingua fa?, sei appuntamenti a cura di Enzo Golino si è dibattuto anche di lingua della letteratura e traduzione, di letteratura in prosa e poesia. Ma non solo. Loi dichiara: «L’italiano è una lingua che si è formata più con i significati che con i suoni. Lo dimostra il fatto che quando vado in Germania a leggere le mie poesia, i miei interlocutori ascoltano senza bisogno di conoscere il significato. Invece se in Italia leggo una poesia in dialetto, il pubblico vuole sentire prima la versione in italiano. E invece la lingua della poesia è fatta anche e soprattutto di sonorità, senza ridursi a mero fatto estetico».

''De Diu sun matt, se streppa la cusciensa.

Vu’n gir, el pensi, me ‘l remeni, e vu…

E püsse ‘l pensi, e pü ghe sun luntan.

Diu l’è schersûs… L’è cume fa la lüna,

ch’i mè penser în nüver, e lü se scund.

Insci, me tundi via, parli cuj òmm,

e matta l’è la lüna, ciara lünenta,

cun la sua lüs che slisa ne la nott.''

(Franco Loi, Aria della memoria – Poesie scelte 1973-2002, Einaudi 2005)

Un fenomeno, questo, che si ripete nel corso della lettura di tre poesie di Yves Bonnefoy, matematico convertito alla poesia, uno dei poeti francesi viventi più importanti nella scena del secondo Novecento, traduttore di Shakespeare in Francia. Paolo Ruffilli, che intervistava di fronte ad una vasta platea il poeta francese, ha letto prima la traduzione, a cura di Fabio Scotto, e poi ha dato la parola al poeta. Chiedendogli poi come il traduttore deve operare. «Non si tratta di riportare alla lettera un verso. Il problema della traduzione porta con sé un livello di significato concettuale trasgredito, che è inevitabile. Ma che è anche un desiderio del poeta, esaudito dal traduttore. Il semplice fatto di tradurre obbliga il traduttore a diventare un poeta: e la traduzione è suscettibile di aggiungere poesia alla poesia. Si perdono certo molti elementi dell’orginale, ma se ne aggiungono molti altri. C’è poi il tema della musicalità delle parole: il gusto per le sonorità è in questo caso fondamentale per mantenere un certo sentimento dell’unità. Purtroppo, nella poesia contemporanea la musicalità si sta perdendo sempre di più. E così come ogni lingua è uno strumento musicale indipendente, anche il traduttore deve essere, egli stesso, il creatore di una musica».