Polonia: le studentesse di Cracovia a lezione di guerra

Articolo pubblicato il 27 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 27 gennaio 2016

Nella "legione universitaria" di Cracovia, come in molte altre città della Polonia, i giovani polacchi imparano ad usare le armi. E sono sempre di più le donne che si vogliono addestrare per affrontare eventuali situazioni di emergenza ed eventuali minacce. Reportage nella foresta, tra psicosi e "patriottismo romantico".

È un freddo ed umido pomeriggio di novembre, imbocchiamo lo stretto sentiero del bosco, non senza provare un certo disagio. Ad accompagnare i nostri passi c'è il rumore sordo delle esplosioni, che irrompono ad intervalli di pochi minuti: si avvicinano a poco a poco. Gli attentati di Parigi risalgono a pochi giorni fa: è normale, mi dico, che questo sottofondo mi faccia venire la pelle d'oca.

Compare un gruppetto di persone in tenuta mimetica, equipaggiati dalla testa ai piedi: passamontagna, caschi e auricolari, insegne polacche sull'uniforme, cartuccera e cintura porta-munizioni. Caspita, penso, se non ci fossimo dati appuntamento avrei veramente la strizza. Da lontano sembra un gruppo di gente poco raccomandabile.

Mentre ci avviciniamo, alcuni si coprono il viso col passamontagna all'altezza del naso. Altri indossano delle maschere, non vogliono essere riconosciuti. Per un po' ci sentiamo degli intrusi. Non siamo in un Paese in guerra, ma in Polonia, in un boschetto poco lontano da Cracovia. «Avresti potuto dare un colpo di telefono,» borbotta Piotr Wilczyńsk, 32 anni, l'istruttore della pattuglia, avvisandoci di non fotografare certi partecipanti. Oggi, infatti, sarebbero presenti anche dei membri dei servizi segreti polacchi. Ecco spiegato il motivo.

Oggi, circa 25 giovani, tra cui 6 donne, partecipano all'addestramento all'aperto della Legia Akademicka (LA, legione universitaria), iniziato all'alba. Tutti i nuovi arrivati vogliono imparare a utilizzare le armi in caso di emergenza, per difendere se stessi e la loro patria. Per fare ciò, apprendono a maneggiare diversi tipi di armi, innescano granate e «simulano un gioco di guerra», suddivisi in piccoli gruppi, all'interno di un edificio abbandonato e imbrattato di graffiti. Per questo privilegio bisogna pagare: la parte di teoria costa 5 złoty, ma quando entrano in gioco le armi e l'addestramento al tiro, i legionari sborsano 75 złoty, che arrivano a 90 (circa 20 euro, n.d.r.) per chi non è socio della LA. Negli ultimi anni, sono sempre di più le ragazze polacche interessate a far parte di questi gruppi di "difesa civile".

Flessioni e smalto viola

Dominika è una di loro. Ha 19 anni e frequenta il primo anno di "Difesa nazionale" all'Università Jagielloński di Cracovia. Ha saputo dell'addestramento della LA tramite degli amici. Sopra l'uniforme un cappotto color salmone, il collo avvolto da una calda sciarpa di lana nera. «Per le donne è importante poter provvedere alla propria sicurezza,» dice. «Chi lo sa che un giorno non ci ritroveremo di nuovo in guerra».

Secondo uno studio del 2015 condotto dall'emittente televisiva TVN24, Dominika non è la sola a pensarla così. Il 39% dei polacchi teme lo scoppio imminente di una guerra nel proprio Paese. Ben il 49% ritiene che, in tal caso, la comunità internazionale non si schiererebbe a favore della Polonia.

Da quando è iniziato il conflitto tra Russia e Ucraina, in Polonia un numero crescente di cittadini ha costituito associazioni di difesa patriottica. In caso di guerra, ci sarebbero 30-40 mila cittadini polacchi disposti a difendere il proprio Paese. Dallo scorso anno questi gruppi collaborano anche con il Ministero della difesa. La Legia Akademicka di Cracovia – che assolda reclute provenienti solo dall'ambiente universitario – oggi può contare su 600 persone, racconta Piotr, che nel 2012 ha riportato in vita il corpo studentesco fondato nel 1918. Chiediamo a Dominika di mettersi in posa per una foto e l'istruttore le suggerisce di tenere dritta l’arma. «Per me maneggiare un'arma non è nulla di speciale,» dice un'altra ragazza. «In un certo senso ti fa sentire potente».

«Go, go, go, go, go,» esclama poco dopo uno dei miei compagni di squadra e muove la testa indicando l'edificio abbandonato. Uno dietro l'altro ci fermiamo all'entrata, siamo in un gruppo di sei, il nostro obiettivo è eliminare la squadra nemica che si nasconde da qualche parte all'interno. È difficile respirare con la maschera di protezione. Per la prima volta nella mia vita tengo in mano un'arma. E devo ammettere che è piuttosto pesante. Seriamente: cosa spinge, in un sabato pomeriggio qualsiasi, le giovani ragazze polacche a infliggersi tutto questo?

A circa un'ora di distanza dalle armi Airsoft e dai passamontagna, attendo di Patrycja nel centro di Cracovia. Anche Patrycja ha seguito un addestramento della Legione ed è stata una delle poche donne che, su Facebook, sono state disponibili ad incontrarmi. Nonostante la partecipazione ad un addestramento ormai non sia più un segreto e tutti si tagghino pubblicamente e a vicenda sulle foto online, permane una certa aura di mistero intorno alla LA, che funziona un po' come un circolo élitario. A small world: bisogna conoscere qualcuno, che conosce qualcun'altro. By invitation only.

«A dire il vero, ogni volta che ho sparato non ho mai pensato a delle persone reali,» dice Patrycja. «Io l'ho sempre vissuto come uno sport, una nuova sfida. Ma quando ti guardi intorno e vedi cosa è accaduto a Parigi, e non solo, mi fermo a pensare che io, la mia famiglia e i miei amici siamo effettivamente esposti ad un pericolo». Così la giovane 25enne, studentessa di ingegneria ambientale, spiega la sua motivazione, mentre si passa una mano, dalle unghie curate e laccate di viola, tra i lunghi capelli castani. Al pericolo di un'invasione russa si aggiunge adesso anche il terrorismo islamico. «Capisci, sarebbe bastato che anche una sola persona al Bataclan avesse un'arma, e avrebbe potuto salvare più di una vita».

Yogurt, patriottismo e paranoie

Anche Piotr mi conferma che oggi i pericoli provengono da più parti. «Le persone vogliono difendere soprattutto la loro patria, ma non sanno bene da chi. Possono essere gli uomini verdi dalla Russia, ma anche immigrati con cattive intenzioni o altri criminali. Nessuno si fida del nostro piccolo esercito o della polizia». Una specie di paranoia polacca? Piotr conosce le ferite della sua Nazione, da sempre pedina delle grandi potenze. La Polonia non vuole dover rinunciare di nuovo ai suoi 25 anni di indipendenza duramente conquistata. Ma non siamo nel 2016 e la Polonia non è la sesta economia più importante in Europa? «È tutta propaganda occidentale. Da molto tempo, la Polonia è diventata una colonia delle aziende straniere». Tuttavia la Legia Akademicka non è impegnata sul fronte politico, afferma Piotr in risposta ai sospetti circa una deriva nazionalista delle associazioni patriottiche. Che secondo lui sarebbe giustificata. «Può partecipare chi ha la cittadinanza polacca,» aggiunge. 

Quando non si trova nei boschi, Piotr è professore di geografia all'Università di Cracovia. È il suo orario di ricevimento e gli studenti si accalcano davanti al suo ufficio, la stanza numero 425. Sembra di essere in un film di spionaggio, quando mi racconta delle gloriose imprese della LA, di spie russe e del suo "patriottismo romantico". «Lo vedrai coi tuoi occhi, it's real,» ride, mentre la sua collega mangia serenamente uno yogurt.

Intanto, siamo riusciti ad infiltrarci nei sotterranei dell'edificio con le finestre rotte. La squadra nemica mi colpisce e sono costretta alla ritirata (tra l'altro, essere colpiti fa un male tremendo). L'aria è molto più rilassata, le persone meno ingessate, via i passamontagna, si mettono i würstel sulla griglia e le armi sono riposte nel bagagliaio. Adesso l'atmosfera è un po' quella di un campo scout. Se non fosse per un legionario con una ferita da proiettile al volto, insanguinato. Non c'è da stupirsi, secondo Piotr, se la maggior parte delle ragazze partecipa una sola volta all'addestramento.

«Ogni nuova esperienza ti rende una persona migliore e più interessante,» sostiene Patrycja ricordando il suo primo addestramento con le armi. «Che sia imparare una nuova lingua, seguire un corso di danza del ventre, imparare ad usare le armi o leggere un libro. Sparare, secondo me, fa bene, ma io non mi vedo proprio come soldatessa in guerra. Sono una ragazza semplice, vado all'università, ho i miei hobby e un giorno voglio avere una famiglia. Oggi molte persone parlano di Terza guerra mondiale, e una piccolissima parte di me crede che in tutto questo ci sia un fondo di verità. E proprio perché sono una donna, questo pensiero, a dirla tutta, un po' mi fa paura». 

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Testo di Katha Kloss. Foto di Odeta Catana.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei, finanziato dalla Commissione europea.