Polonia, dopo il Lager la riconciliazione

Articolo pubblicato il 20 maggio 2005
Articolo pubblicato il 20 maggio 2005

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A sessant’anni dalla fine del nazismo, in Polonia, gli ex-detenuti dei campi di concentramento restano in pochi. Come vedono oggi i tedeschi?

Mentre suona la marcia funebre di Chopin, una cinquantina di parenti e amici è riunita intorno alla tomba di Zygmunt Makowski. Dietro al parroco, due uomini e una donna innalzano una grande bandiera. Al sole il drappo splende, su strisce blu un triangolo rosso con al centro una grande “P”, come “polacco”. I rappresentanti dell’organizzazione degli ex detenuti dei campi di concentramento rendono l’ultimo omaggio al loro compagno di sventura.

Questa non sarà l’ultima sepoltura a cui Zygmunt Kauc partecipa. Kauc è direttore del Centro medico sociale degli ex detenuti di Lodz, finanziato dalla Fondazione Maximilian Kolbe di Friburgo. «È stato molto importante per gli ex-deportati vedere che i tedeschi si interessavano a loro e volevano aiutarli», spiega Zygmunt Kauc nel suo piccolo ufficio di Lodz. Ormai dei 3600 uomini e donne che vivevano a Lodz, restano solo 625 persone. La vecchiaia pesa sulla loro salute al tal punto che non possono fare a meno delle cure dei medici del Centro, delle visite e dei servizi a domicilio.

Maximilian Kolbe, il santo patrono dei prigionieri dei lager

«Sedici anni fa, quando abbiamo iniziato questo lavoro, eravamo ancora tutti abbastanza giovani», dice con un sorriso sornione l’ottantunenne Kauc in un tedesco perfetto, «oggi siamo sempre di meno e sempre più anziani». Su una parete del soggiorno risalta l'immagine del francescano Maximilian Kolbe, canonizzato nel 1982 dal papa Giovanni Paolo II come “martire della riconciliazione”. Kolbe è stato dichiarato santo patrono dei deportati: ad Auschwitz si sacrificò sostituituendosi a un compagno di prigionia per morire al suo posto.

«Cari genitori, tutto va bene. Lavoro qui volontariamente». È così che iniziano molto spesso le lettere censurate delle donne deportate nel campo di concentramento di Ravensbruck. Anche quelle di Halina Burdowa, oggi novantaquattrenne, non fanno eccezione. Del fumo giallognolo dei forni crematori, non aveva ovviamente scritto nulla. Eppure, nonostante il tormento vissuto, non prova più odio. Ha conosciuto nel campo parecchie compagne di prigione tedesche, e ha impararato anche stimarle. . Per gli ex-deportati, il fatto che anche i tedeschi siano stati vittima dell’industria della morte nazista facilita enormemente la riconciliazione. Ma per questa donna quasi centenaria – Halina Burdowa – anche il comandamento cristiano di amore verso il prossimo ha avuto un ruolo determinante. E’ con parole pacate che racconta come venne arrestata il primo giorno che la guerra giunse nei pressi di Danzica. "Polonizzazione di bambini tedeschi" fu l’accusa alla giovane insegnante che fu liberata da Ravensbrück solo grazie all’arrivo dell'Armata Rossa.

Dai Lager ai Gulag

«Solo la fede nel paradiso dopo la morte ci ha dato la forza necessaria a sopravvivere», afferma Halina con le lacrime agli occhi. Poi tira fuori da una vecchia scatola di legno una lettera di Johannes. Il giovane tedesco ha lavorato per un anno – durante il servizio civile - nel centro medico sociale della Fondazione Maximilian Kolbe, e questa anziana signora si è velocemente affezionata a lui. Come se stesse leggendo la lettera per la prima volta, si rallegra di ogni frase proveniente dalla Germania: «che ragazzo intelligente!», esclama, ritenendolo ormai quasi un nipotino.

Anche Zygmunt Kauc ha provato sulla propria pelle la terribile esperienza del campo di concentramento. A due anni, venne imprigionato nel campo di Stutthof, a Danzica, e sopravvisse quasi per miracolo a un’epidemia di tifo dilagata nel campo. Dopo la liberazione, fu catturato sulla strada verso casa, a Lodz, e internato per altri dieci anni nel Gulag russo di Workuta poiché, da polacco, si rifiutò di combattere nell’Armata Rossa. Come lui molti dei suoi compagni durante la prigionia conobbero dei tedeschi “buoni”, che dividevano con loro il cibo e li aiutavano nel lavoro. «Non si sono soltanto tedeschi cattivi: col tempo abbiamo imparato a distinguerli», spiega. La sua filosofia personale si alimenta dell’istinto di sopravvivenza tipico di un superstite: «l’odio porta soltato alla distruzione, a cominciare dalla propria!».

Bossoli come souvenir

Non è possibile tuttavia dimenticare quel che è avvenuto. È per questo che le giornate commemorative sono così importanti per i superstiti. La celebrazioni per il sessantesimo anniversario dalla liberazione del campo di transito di Radogost vicino Lodz è un incontro silenzioso. Nel cielo rimbombano tre salve di saluto da parte dei giovani soldati polacchi sul vecchio spiazzo un tempo destinato alla conta dei prigionieri. Alla deposizione di una corona, parecchi gruppi di scolari si allineano dietro ai loro rappresentanti ufficiali. Con visibile emozione uno a uno mettono le loro campane pasquali all’interno di un semicerchio tutt’attorno la lapide commemorativa, prima di ritornare indietro quasi a passo militare e di sparire in mezzo alla platea. Riappaiono alla fine della manifestazione, litigando per conquistare i bossoli dei proiettili sparati in segno di saluto. Un gruppo di superstiti li osserva con attenzione. Nei loro sguardi si riflette la speranza che quei giovani portino con sé ben più dei bossoli di fucile.