Pokémon Go: operazione nostalgia

Articolo pubblicato il 16 agosto 2016
Articolo pubblicato il 16 agosto 2016

Qui a cafébabel siamo strenui difensori del giornalismo di qualità e dei reportage sul campo. Per cui abbiamo pensato che un argomento come Pokémon Go meritasse un approfondimento "on the ground". Con colpevole ritardo, ne siamo consapevoli, abbiamo messo da parte le diffidenze e la "maturità", per fare un paio di considerazioni sul caso.

Qui a cafébabel facciamo di professionalità e serietà del nostro mestiere un vero e proprio vanto. Ed è per questo che riconosciamo l'incommensurabile valore di un buon reportage "sul campo": una cosa non da poco, considerando la generale crisi del giornalismo di qualità di questi tempi. È alla luce di ciò che, adeguatamente armati di smartphone, siamo usciti per una caccia per le strade di Parigi. La giornata è gradevole e soleggiata, il sole picchia ma non troppo, e a Trocadéro (punto di inizio del nostro safari di caccia) non ci sono ancora troppi turisti. Ottimo.

E invece no. È l'inferno, abilmente mixato con una discreta dose di malsana follia e una qualche sorta di culto pagano pseudo-religioso. Perfino ora, a giorni di distanza, è difficile non rimanere provati dai flashback improvvisi di questa esperienza. Qualche esempio? Un gruppetto di ragazzi vestiti di rosso sotto la Tour Eiffel: «Pidgey... Un altro» sospirava uno di loro con disappunto, slalomando tra intraducibili improperi in lingua francese. Un'allenatrice alle prime armi, in compagnia di un cacciatore più esperto che le mostrava il gioco, urlava: «No, il topo non lo tocco!» (sembra Parigi sia piena di Rattata). E poi noi: sudati, ustionati dal sole come lumache sotto il sale grosso, attrezzati per una tranquilla passeggiata per Parigi ma costretti ad affrontare una spedizione che nemmeno Livingstone alle cascate Vittoria, ma nonostante tutto istericamente sorridenti e felici per aver trovato uno Squirtle sotto la cattedrale di Notre Dame, lanciato decine di Poké Ball per tentare di acchiappare svariati Zubat al giardino delle Tuileries ed essere rimasti alquanto delusi per la mancanza di Staryu nella fontana intorno alla piramide del Louvre.

No, seriamente: che droga ci avete messo in questo gioco?

Nostalgia, si chiama nostalgia

Senza nascondersi dietro ad un dito (o ad uno smartphone), il motivo di tanto successo è riassumibile sostanzialmente in una parola: nostalgia. Già, quella strisciante sensazione canaglia che ti fa ricordare i bei vecchi tempi, quando alle 4 del pomeriggio (poco importa se il termometro segnava una temperatura pari a quella di Tripoli ad agosto, o il meteo era clemente quanto quello di Bangkok durante la stagione dei monsoni) dribblavi abilmente il libro di storia su cui avresti dovuto studiare la rivoluzione francese e rubavi le chiavi di casa dal cestino all’ingresso (facendo attenzione a non svegliare mamma che dormiva sul divano, e mamma aveva il sonno leggero) per andare ad incontrarti con quello del palazzo di fronte alla piazzetta dietro l'angolo. Quella era la terra di nessuno: magari quel giorno ti avrebbe finalmente dato quell'Arcanine per cui gli avresti servito la testa dei tuoi cari ancora in vita su un piatto d'argento. O forse lo avresti convinto a clonare per te il suo Dragonite, rischiando letteralmente il tutto per tutto in un atto di infinito "altruismo". Generosità da ripagare lautamente in seguito con un'intero cartone di uova di Eevee, nonché la promessa di presentare all'amico la compagna di banco di tua sorella (quella carina e nessun'altra, niente scherzi). Dopotutto, clonare un Dragonite (rischiando di perderlo) non ha prezzo. Con buona pace di Marat e Roberspierre.

Nintendo ha dichiarato che il gioco è stato pensato per «Far uscire finalmente i bambini di casa», ma questa è chiaramente una scusa. In realtà i diabolici geni del marketing nipponici sapevano benissimo che saremmo stati noi, i "bambini cresciuti", ad esserne irresistibilmente attratti, trovando finalmente un'utilità agli smartphone da oltre 600 euro che quotidianamente ci portiamo in tasca. Il gap generazionale non è mai stato così incolmabile: sarebbe in effetti quantomeno difficile spiegare ai nostri genitori per quale arcano motivo i loro bambini ormai adulti dovrebbero guidare per 150 km alle 4 di mattina su strade di montagna, in luoghi dove anche le poiane tentano il suicidio per la solitudine, per provare a catturare un certo "Miii-u". Quello che la generazione dei nostri genitori non è in grado di capire è che in realtà, anche se abbiamo abbandonato il parco giochi sotto casa per una vecchia Fiat Uno con la marmitta bucata, vogliamo ancora seguire i sogni della nostra infanzia, e vogliamo farlo con tutti i mezzi che l'età adulta (si fa per dire) ci mette a disposizione.

Ma non è tutto. Il fatto che i Pokémon siano letteralmente ovunque (tranne che nello spazio, come confermato dalla Stazione Spaziale Internazionale su Twitter) ha creato non pochi problemi di comprensione e accettazione a chi non è proprio avvezzo alla tecnologia e alla mirabolante realtà aumentata di Niantic. Caso scuola è quello di Aldo, ex fioraio 75enne romano, pensionato, leggermente spiazzato dalle frotte di adolescenti (e non) del quartiere che si muovono per il vicinato con la testa tra le spalle, guardando fissi il proprio telefono, gridando nomi a lui incomprensibili. Lo stupore è ancora maggiore alla scoperta del fatto che si tratta di «Bestie invisibili, sparse tutto intorno a noi». Aldo corre ai ripari: con calma olimpica invia questo messaggio vocale WhatsApp alla moglie: «Franca, chiudi 'e finestre e attacca er Vape, che ce stanno i Pokémon». Meraviglioso.

Allenatori a tempo pieno

Essere un allenatore di Pokémon tuttavia può spesso incontrare resistenze e diffidenza da quella parte della società che non si abbandona alle gioie di questo impegnativo hobby, ma bisogna anche dire che non si va a caccia da soli. Non è infatti per niente difficile trovare dei compagni di avventure, detto e considerato che la nostra intera generazione sembra aver rinunciato a qualsiasi ambizione di vita sociale e professionale per diventare allenatori a tempo pieno. C’è chi ha addirittura lasciato il lavoro per "acchiapparli tutti", chi è stato accoltellato ma ha rifiutato di andare in ospedale per non perdere la preziosissima palestra per cui aveva sacrificato ben tre Pidgeot e un Electabuzz tirati su come figli, ma anche chi si è intrufolato in varie proprietà private nel mondo (o comunque non proprio accessibili, come l’Area 51) per cercarne di nuovi, all’insegna della filosofia "Il Pokémon del vicino è sempre più verde".

L'incredibile numero di allenatori seriali ed ossessivi in giro per il mondo è quindi in grado di garantirvi uno sconfinato numero di potenziali compagni di gioco tra cui scegliere. D'altro canto, catturare Pokémon è allo stesso tempo una forma di intrattenimento straordinariamente solitaria. Certo, c'è la comparazione dei propri risultati con quelli degli altri, ma il gioco non ha ancora molto da offrire sul fronte dell'incontrarsi e giocare con altri esseri umani in carne ed ossa. «Il sistema non permette di avere più di un combattimento per volta. Tre allenatori che si scontrano per la stessa palestra sono più che sufficienti, ci si sente come a lottare contro mille», ci spiega un allenatore dal fare amichevole incontrato sotto la Tour Eiffel. Gli altri erano decisamente troppo impegnati per notare la nostra presenza. Ma Niantic ha già annunciato novità su questo fronte, promettendo innovazioni sul fronte degli scambi tra giocatori.

Vietato divertirsi

Tutto molto bello, ma non ci siamo dimenticati di tutti quella schiera di "cresciuti davvero" che non manca di far notare, grazie alla propria imperscrutabile aura di matura superiorità, il fatto che «I Pokémon non esistono», e che la realtà aumentata non è reale. I timori di queste persone sono pienamente comprensibili: l'immagine del tipico "nerd poco avvezzo alle relazioni sociali" che finalmente scende in strada, parlando ed interagendo con altre persone, sembra essere una prospettiva terrificante per i fan della realtà "non-aumentata". Forse, questa gente è più semplicemente terrorizzata dall'idea di non poter controllare o comprendere qualcosa che essa non può vedere, ma che può sembrare reale grazie alla tecnologia. I Pokémon non esistono? Forse. Ma siamo sicuri che, nella loro testa, una vocina nello stesso momento bisbigli: «Non esistono ancora».