Pochi soldi, grandi cose: è nato il Kosovo delle arti visive

Articolo pubblicato il 25 marzo 2011
Articolo pubblicato il 25 marzo 2011
In tempi di crisi il centro di cinematografia kosovaro può finanziare un solo film all'anno, e anche per il fortunato prescelto la visibilità è minima. I giovani artisti kosovari concentrano il proprio lavoro dove ritengono di poter essere d'aiuto: nella società, in mezzo alla gente comune.

Poiché la generazione dei giovani albano-kosovari non parla serbo (lingua molto simile alla mia, il montenegrino), parlo dunque in inglese con Rron Ismajli, davanti a un caffè macchiato nel tranquillo bar Living Room. Il monumento NEWBORN, simbolo dell'indipendenza del Kosovo, è nelle vicinanze. La nostra conversazione è lontana dalla folla di persone che per strada festeggiano il terzo anniversario del paese più giovane dei Balcani.

Kosovo film festival mania

La Marubi film school è un'accademia cinematografica fondata a Tirana nel 1999,  è stata la prima università privata albanese di cinema e televisione. Rron, impegnato nella sceneggiatura di un nuovo breve documentario sulla produzione dei libri, è soddisfatto del sostegno che i giovani artisti kosovari ricevono da varie organizzazioni. "C'è interesse a investire sui giovani talenti" spiega.

Il più importante festival kosovaro, presenta anche concerti, mostre fotografiche, e un campeggio per i visitatori

Si finanzia da solo, lavorando come direttore della fotografia di vari video musicali e commerciali. "Un lavoro lo trovi se lo vuoi davvero e lo cerchi", spiega. Con i suoi colleghi albanesi, Rron ha in progetto di partecipare alla nona edizione del Dokufest 2011. "L'unico modo per fare questo lavoro è quello di conoscere gente attraverso i festival e le università. Il Dokufest è uno dei film festival europei di punta".

Il co-organizzatore del Dokufest, Veton Nurkollari, naturalmente concorda ."Il Dokufest ha un ruolo molto importante non solo nel sensibilizzare il pubblico al film documentario, ma anche nel richiamare l'attenzione su diversi argomenti ad esso legati, come i diritti umani e le tematiche ambientali." Il cambiamento sociale attraverso l'arte, e non la politica, è importante per questi giovani kosovari.

"Gli artisti non vogliono essere politici" spiega Charlotte Bohl, la ventiseienne francese coordinatrice di un festival giovanile chiamato Rolling Film, alla sua seconda edizione. "La politica è vista come qualcosa di negativo, un conflitto, una guerra. Non è considerata come uno strumento per cambiare le cose". Il team verifica i video promozionali del festival nel proprio ufficio, situato nel centro di Pristina. Dal 2 al 5 marzo 2011 il Rolling Film Festival è stato il trampolino di lancio per più di 30 film realizzati da registi rom sulla cultura rom di tutto il mondo. Dopo i quattro giorni di proiezioni a Pristina, seguono altri otto giorni in giro per il Kosovo- dal 21 al 30 marzo- in visita alle scuole per proiettare film e discutere con gli studenti. "Il festival ha un costo di circa 28.000 euro. È molto più economico di quanto non sarebbe in Francia o in Spagna perché qui gli stipendi sono bassissimi. Costerebbe almeno cinque o sei volte tanto", mi spiega il team che organizza il festival grazie ai i fondi della Kosovo foundation for open society, di cui fanno parte, tra le altre, le ambasciate di Svizzera e Francia.

Dai villaggi rom e serbi alla confusione topografica nelle strade di Pristina

"Tutto è cominciato quando mi sono reso conto che non avrei potuto fare un numero sufficiente di film per presentare i modi di vivere della cultura rom", racconta il direttore artistico Sami Mustafa, lui stesso un kosovaro di etnia rom. Accompagnati da due collaboratori del suo team arriviamo nel piccolo villaggio serbo di Lepina per incontrare Farija Mehmeti, una pittrice rom. I quadri appesi ai muri della sua povera casa, tra cui alcuni ritratti di donne di età diverse, mostrano lo straordinario talento di questa ragazza e di suo fratello Bajram, ispirati dalla vita quotidiana del villaggio. L'ultima mostra dei due trentenni risale al 2004. Da Lepina ci siamo spostati a nord di Mitrovica per visitare il teatro di marionette e assistere ad alcune lezioni di danza. Gli eventi della scuola fanno parte dell'organizzazione Balkan sunflower, fondata nel 1999 in aiuto dei rifugiati kosovari. I serbi insieme ai bambini rom dedicano il week-end alla preparazione dello spettacolo che presenteranno fra tre settimane.

Artista visivo, attento osservatore della Pristina d'oggiDi ritorno a Pristina, contatto l'apprezzato artista Alban Muja per una passeggiata. Il suo ultimo lavoro è un documentario dal titolo Blue wall, red doors (2009), incentrato sulla confusione topografica delle strade della capitale. Molti residenti, oltre ai taxisti e i postini, non conoscono gli indirizzi esatti. "Ci sono molti nuovi edifici e la gente non sa orientarsi con i nomi delle vie. Dal 1989 hanno cambiato nome di continuo, dai tempi della Yugoslavia agli anni di Milosevic, poi ancora durante la guerra e nella missione a interim delle Nazioni Unite fino a oggi, nel Kosovo indipendente."

La storia degli ultimi vent'anni di questa parte dei Balcani si riflette nei cambiamenti, nella confusione e nell'intolleranza. Alban si è occupato di pittura, di fotografia, di video e documentari. Considera i media uno strumento per esprimere idee e opinioni. "Se potessi aprire un'accademia, insegnerei agli studenti le diverse arti, lasciandogli la possibilità di esplorare per capire dove si sentano più a loro agio". Nonostante la natura versatile del suo lavoro, l'artista ha come riferimenti costanti l'esplorazione dei luoghi, dei nomi e anche il pensiero globale. "Se lavori su concetti locali, ti potranno capire solo le persone che vivono in quel luogo. Un artista che crea esclusivamente a livello locale è destinato a fallire". Non a caso Alban è appena ritornato da New York e si sta preparando per il film festival di Berlino, dove ha lavorato con un artista svedese per stimolare nuove forme di pensiero. Così come dimostrano Rron, il popolo del Dokufest o i promotori rom del Rolling film, la cultura in Kosovo vede germogliare nuove idee rispetto al passato: ed è proprio questo  il quadro del paese, in cui molte cose attendono un cambiamento, ma dove è ancora più alto il numero di persone che desidera attuarlo, quel cambiamento, a prescindere dalla lingua e dal settore in cui opera.

 Questo articolo fa parte della serie Orient Express 2010-2011, la serie di reportage realizzati da cafebabel.com nei Balcani e nell’est d’Europa. Più informazioni su Orient Express Reporter.

Foto: home-page © Rolling Film festival; DokuFest 2010 © Jetmir Idrizi/ DokuFest su facebook; auto-ritratto © Alban Muja