Più del massacro poté l'amok

Articolo pubblicato il 16 maggio 2007
Articolo pubblicato il 16 maggio 2007

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Ci sono eventi impossibili da descrivere a parole. Basta pensare a ciò che è avvenuto alla Virginia Tech University di Blacksburg, negli Stati Uniti, il 16 aprile scorso, quando lo studente 23enne Cho Sung-Hui, armato di due lanciafiamme, ha ucciso 32 persone. O in un'altra scuola, questa volta europea: il Gutemberg-Gymnasium di Erfurt, dove il 19enne Robert Steinhaeuser uccise, il 22 aprile 2002, 13 studenti e un poliziotto.

Ma come definiscono simili carneficine le lingue europee? Questi gesti estremi vengono generalmente definiti con il termine "massacro". La parola deriva dal verbo dell’alto tedesco antico meitzan (che oggi dà il verbo metzeln, "massacrare, trucidare" ndr). Questo termine fu successivamente assimilato al latino volgare (mazacrium) per essere infine inglobato all'antico francese nel quale massacre significa "macello". Nelle lingue latine odierne, quindi, il francese massacre e lo spagnolo masacre hanno il significato dell'italiano “massacro”.

Ma è in inglese e tedesco che ritroviamo una parola specifica per descrivere episodi di questo genere: si parla rispettivamente di running amok o amoklauf. La parola deriva dalla lingua malaysiana, nella quale il termine mengamuk significa "impazzire di rabbia". Originariamente il termine veniva impiegato per indicare particolari tipi di aggressioni generate dalla follia omicida dei capi militari nel sud-est asiatico (al tempo della colonizzazione inglese ndr). La parola sottolinea quindi l’assurdità del gesto dei due studenti.

Da questa breve analisi possiamo trarre una sola conclusione: ciò che a parole sembra inspiegabile, ci spaventa più di qualunque altra cosa.