Pippo Delbono: «L'Italia? Realtà teatralmente morta»

Article published on 21 aprile 2007
Article published on 21 aprile 2007

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L'attore e regista ligure, classe 1959, racconta il suo teatro. Che manda in scena bambini down ed ex barboni. E attacca: «Cultura è impegnarsi per le future generazioni, non per le future elezioni».

Alla Camera dei Deputati gli uomini entrano solo se indossano la giacca. Lui ci entra in giubbino di jeans. Normale, se “lui” è Pippo Delbono, l'attore e regista che da anni mette in scena un teatro che stupisce a partire dalla scelta degli attori: molti professionisti, ma anche persone che hanno vissuto in manicomio, artisti di strada, ex barboni, cantanti rock, un bambino down... Un teatro, quello di Delbono, che erige la diversità a modus operandi. E proprio in un convegno sulla diversità culturale a Roma, il 26 marzo 2007, Delbono è chiamato a intervenire come relatore. Io sono tra gli organizzatori. Approfitto di un intervento noioso per indurlo a mollare per un po’ il convegno, e andiamo a chiacchierare di teatro, di diversità, di follia, della «cultura che ci salverà dal vuoto», come ama dire.

Lanciare i desideri più lontano possibile

Ma qual è la molla del lavoro di Delbono? La cultura, senz'altro. Quella che serve ad «aiutare la gente a vivere meglio. Cultura è chiedersi perché nasci, perché muori e perché esisti. Cultura è cambiare il modo di vedere il mondo. Parafrasando Pasolini, la cultura è “lanciare i desideri più lontano possibile”». Nell’Italia in cui anche la cultura spesso è stata merce di scambio elettorale, «cultura» spiega Delbono «è impegnarsi per le future generazioni, non per le future elezioni. In Italia c’è il vuoto culturale dunque ci attacchiamo a chiunque ci prometta la vita eterna per colmare quel vuoto». Il riferimento, appena velato, è al ruolo della religione. Ma Delbono non risparmia neppure la gestione del patrimonio culturale, nonostante l’Italia ospiti il più ampio del mondo: «Il nostro è un paese che sa conservare ma non rinnovare».

«I direttori dei teatri italiani? Incollati con l’attak alle loro poltrone»

Quanto al teatro nostrano, Delbono dice di lavorare meglio all’estero: «In Italia abbiamo teatri bellissimi dell’Ottocento che però compromettono la possibilità di fare teatro-danza, teatro di poesia, teatro di visioni. Qui si fanno solo i grandi testi classici. C’è solo teatro di tradizione e le strutture architettoniche sono refrattarie alla diversificazione». Non solo. Le poltrone sono occupate sempre dai soliti noti: «I direttori dei teatri italiani sono incollati con l’attak alle loro poltrone. Questo immobilismo è un ostacolo al rinnovamento. Occorrono forme direttive diverse, persone straniere che portino un vento di novità, bisogna rompere il muro italiano di una realtà culturale che io non ho paura di definire teatralmente morta».

Dalle carceri sudamericane ai palcoscenici europei

È anche per sfuggire alla sterilità della realtà italiana che Delbono, oggi apprezzatissimo in Italia, ha sempre guardato all'estero. Il regista ligure ha infatti lavorato con l’attore argentino Pepe Robledo, con il gruppo Farfa diretto da Iben Nagel Rasmussen in Danimarca, con la coreografa Pina Bausch nello spettacolo Wuppertaler Tanztheater. L’istinto lo ha poi portato in Oriente, dove ha approfondito le tecniche dell’attore-danzatore in India, Cina e a Bali. Anche i suoi film strizzano l'occhio alla dimensione internazionale. Ha vinto un David di Donatello con Guerra, miglior lungometraggio documentario realizzato durante la tournée in Israele e Palestina tra il dicembre 2002 ed il gennaio 2003. Venti anni fa la tournée del suo primo spettacolo, Il tempo degli assassini, fa tappa in teatri, carceri e villaggi popolari sudamericani. Da quel momento in poi, è un susseguirsi di successi nazionali e internazionali. Che Delbono raccoglie senza mai rinunciare all'attenzione per il mondo degli esclusi del sistema. Anzi.

Quello del regista ligure è un teatro che mette in scena extracomunitari, ex barboni, pazzi, portatori di handicap... come Bobò, che ha vissuto cinquant’anni nel manicomio di Napoli: «Dopo aver lavorato con loro, non accetto più il fatto che persone socialmente più “difficili” siano viste con occhi diversi. Le persone diverse che lavorano con me mi hanno aperto gli occhi sul mondo. Sono diventate le protagoniste del mio percorso, sono personaggi che girano tutte le grandi capitali europee con i miei spettacoli. È il segno che la diversità può essere uno strumento fondamentale di apertura culturale». «A Mosca – spiega Delbono – mi dicevano “ma noi i bambini down li teniamo rinchiusi!”. In un mio spettacolo, invece, c’è un bambino down che chiude lo spettacolo con un sorriso, nessuno avrebbe saputo farlo meglio: in lui vedo la luce del Budda».

GUARDA IL TEATRO DI PIPPO DELBONO

Segue il video con alcuni spezzoni tratti da Questo buio feroce (leggi la recensione), spettacolo tratto dal libro autobiografico dello scrittore americano Harold Brodkey, ucciso dall'AIDS, che racconta gli ultimi anni della sua vita.