Pio La Torre, l'uomo che spaventò la mafia

Articolo pubblicato il 30 aprile 2016
Articolo pubblicato il 30 aprile 2016

Esattamente 34 anni fa veniva ucciso Pio La Torre, segretario regionale del PCI. Dedicò il suo impegno politico alla lotta alla mafia e fu autore della legge che ancora oggi attacca i beni patrimoniali acquisiti illecitamente. Con Armando Sorrentino, avvocato di parte civile al processo La Torre, ricostruiamo quel tragico evento ancora gravido di misteri. 

È il 30 aprile 1982 quando l’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Pci, viene ucciso a Palermo in via Generale Turba. Sta raggiungendo in macchina, accompagnato dall’autista Rosario Di Salvo, la sede del partito: un commando armato di Cosa Nostra irrompe sulla strada crivellando di pallottole i due corpi. All’inizio le agenzie di stampa parlano di un conflitto a fuoco tra rapinatori e rappresentanti di gioielli, ma poco dopo arriva la conferma dalla questura.

A cadere sotto i colpi della mafia è un uomo che aveva speso il suo impegno politico nella lotta alla criminalità organizzata: dagli anni della rivolta contadina, a quelli della commissione parlamentare antimafia dove per primo fece nomi e cognomi dei politici collusi con Cosa Nostra, fino all’ultima battaglia contro l’installazione dei missili Nato sulla base militare di Comiso. L’attività parlamentare raggiunse il suo apice con la proposta di legge sulla confisca dei beni ai mafiosi e sul reato di associazione mafiosa, che tuttavia sarà approvata dal governo soltanto due anni dopo la sua morte. Per l’omicidio di Pio La Torre vengono condannati  in primo grado all’ergastolo (1995) i mandanti interni a Cosa Nostra. Ma dietro quell’assassinio restano ancora molte zone grigie, misteri e depistaggi che hanno offerto una verità parziale sui veri motivi legati alla morte dell’onorevole Pci.

A 34 anni dalla sua scomparsa, ricordiamo la figura di La Torre grazie alla testimonianza di Armando Sorrentino, l’avvocato che durante il processo si costituì parte civile per il PCI-PDS.

Cafébabel: 30 aprile 1982. Come ricorda quel giorno e quali sono state le sue sensazioni subito dopo aver appreso la notizia?

Sorrentino: Ricordo di aver appreso la notizia subito dopo pranzo, perché mi trovavo fuori Palermo. Fu sconvolgente, onestamente non ci avrei mai pensato. Dopo la sua morte si avvertì come una sensazione di forte smarrimento. Ci si chiedeva come si potesse continuare senza di lui. Col senno del poi mi resi conto che la sua morte era quasi scritta. Forse sarebbe stato il caso di prendere delle misure di tutela e cautela diverse rispetto a quelle che non furono prese.

Cafèbabel: La Torre aveva avuto sentore che la sua vita potesse essere a rischio?

Sorrentino: Probabilmente sì, anche perché in quegli anni chiese e ottenne il porto d’armi e comprò una pistola. Così come fece Di Salvo. Che un politico girasse armato era abbastanza strano, è significativo del fatto che La Torre temesse per la sua incolumità.

Cafébabel: È stato solo un omicidio di mafia o c’è dell’altro?

Sorrentino: Noi avvocati che seguimmo l’istruttoria all’ultima fase delle indagini e poi in dibattimento non abbiamo mai pensato che fosse un omicidio esclusivamente mafioso. Ma che si trattasse di un omicidio politico. Falcone parlava di convergenza del molteplice, ecco l’omicidio La Torre s’inquadra in questo spazio. C’erano interessi mafiosi che lo volevano morto ma anche interessi politici hanno giocato un ruolo fondamentale.

Cafébabel: Quali erano questi interessi politici?

Sorrentino: La Torre aveva un rapporto molto stretto con Mattarella, insieme avrebbero cercato di rivoluzionare la politica siciliana e quella nazionale e quindi andavano a toccare degli elementi politici consolidati che non si sarebbero dovuti toccare. La Torre, inoltre, preparava la legge sulla confisca dei beni ma solo potenzialmente questo lo potremmo considerare come il motivo precipuo della strage mafiosa, considerando che questa verrà approvata due anni dopo la sua morte.

Cafèbabel: In un’intervista rilasciata a Repubblica, La Torre afferma che “tra l’assassinio di Moro e quello di Mattarella corre uno stesso filo, in uno stesso piano antidemocratico e reazionario”. Cosa intendeva?

Sorrentino: La Torre disse moltissime cose su quel periodo gravido di stragi. I fatti di sangue avvenuti in Sicilia dal ’79 all’83 non hanno pari al mondo perché decapitano un’intera classe dirigente di rinnovamento e non di rottamazione. E La Torre denuncia non solo il filo che lega le morti di Moro e Mattarella, ma capisce che tutti questi omicidi non devono essere analizzati singolarmente. Ma sono parte di un unico disegno reazionario. Un disegno che voleva arrestare il progresso.

Cafébabel: La Torre diffidava i suoi compagni di partito a parlare di mafia, ma piuttosto di un sistema di potere politico mafioso. Fu tra i primi politici a denunciare le collusioni tra criminalità organizzata e sfere istituzionali. Oggi continuerebbe nella sua denuncia o sarebbe un po’ più soddisfatto? Insomma le cose sono cambiate o no?

Sorrentino: Non credo sarebbe più soddisfatto perché le cose sono peggiorate. Gli anni di La Torre, indubbiamente, erano anni difficili e complessi. Ma guardando all’orizzonte s’intravedevano spiragli di luce. Oggi quella luce non si riesce neanche a percepire. I rapporti tra mafia e politica sono cambiati perché la mafia è entrata a piedi uniti nella politica, a sua volta tenuta a guinzaglio dalla criminalità organizzata. 

Cafébabel: In una recente intervista il pm Di Matteo, parlando del conflitto tra politica e magistratura ha dichiarato che “la politica dovrebbe recuperare il messaggio di La Torre e ispirarsi alla sua capacità di denunciare le collusioni del potere prima ancora delle inchieste della magistratura". Oggi la politica ha questo coraggio? Il coraggio dimostrato da La Torre…

Sorrentino: Assolutamente no. La Torre già all’epoca era atipico, figuriamoci adesso. Non aspettava le inchieste della magistratura, anzi andava direttamente lui a bussare alle porte degli inquirenti fornendo loro piste d’indagini e probabili collusioni. Adesso è un mondo completamente ribaltato.

Cafébabel: Cosa c’è dietro la morte di La Torre? Depistaggi e zone grigie ne fanno ancora da padrona

Sorrentino: Ci sono stati moltissimi depistaggi provenienti dallo stesso partito e dagli organi investigativi. C’è stata una mancanza di cultura politico-investigativa nel non collocare nel contesto storico politico la figura di La Torre. Si pensava non fosse un personaggio politico di primo piano, invece lo era. Conosceva benissimo il mondo mafioso perché da giovane ne aveva subito la violenza, ne aveva respirato il puzzo.

Cafébabel: Era un uomo solo, isolato dalle istituzioni?

Sorrentino: Solo non credo. Apparteneva culturalmente e politicamente all’ala destra del partito comunista, i cosiddetti miglioristi e con Berlinguer stringe un rapporto bellissimo. In Sicilia era criticato, avversato ma non era isolato.

Cafébabel: Per primo La Torre comprese la posta in gioco che Gladio, la P2 e l’installazione missilistica a Comiso avevano messo sul piatto della politica nazionale. Pagò a caro prezzo questa sua lungimiranza…

Sorrentino: I mandanti dell’omicidio stanno nella politica. La Torre spesso parla di un filo che lega Portella della Ginestra a Comiso. Dire che sia morto su questa strada è difficile, purtroppo non lo sapremo mai. Non dimentichiamo che La Torre ha grande attenzione per la vicenda Sindona. Ecco credo, dopo trent’anni, che non sapremo mai la verità su questo evento drammatico. Possiamo fare ipotesi, congetture non di più. Gli omicidi Mattarella e La Torre furono assassinii politici perché rompevano precisi equilibri.

Cafébabel: Qual è l’eredità di La Torre?

Sorrentino: L’eredità sarebbe quella di avere sempre un cervello critico rispetto all’esistente e di guardare oltre i confini ristretti di un’indagine politica più legata all’amministrazione che alla creazione di spazi per la collettività. Poi c’è la moralità in un momento in cui la morale in politica è praticamente sconosciuta.

Cafèbabel: Quali sono le criticità del testo di legge pensato da La Torre? Quali sono le prospettive di riforma, se ce ne sono?

Sorrentino: La legge è molto importante ma credo che bisogna rafforzare i sistemi di prevenzione e della confisca stessa dei beni. Bisognerebbe dare vita ad una prevenzione rispetto al mondo imprenditoriale che purtroppo non c’è. La forza mimetica di alcuni personaggi come quelli di Confindustria che hanno depotenziato ogni attività di sbarramento nei loro confronti.

Cafébabel: Che fine hanno fatto le registrazioni delle conversazioni tra Rocco Chinnici e la vedova La Torre, la borsa con i documenti che La Torre teneva nel suo appartamento a Palermo e tante altre cose che sono scomparse nel nulla? E come mai La Torre venne pedinato per anni dai Servizi segreti?

Sorrentino: Di queste cose se n’è parlato pochissimo. Io ho la certezza che alcuni documenti lui li avesse, ma non sono mai stati più trovati. Al tempo si parlava di depistaggi, di attività penalmente rilevanti commesse da magistrati e inquirenti, ma su questi fatti si è posta una pietra tombale. La Torre entrò in un organismo di controllo occulto. Noi avvocati lo scoprimmo poco prima che si chiudesse l’indagine. Venne seguito dal ’76 fino ai giorni prima del suo omicidio. Erano servizi segreti dell’aereonautica. Chiedemmo che fossero ulteriormente sviluppate indagini ma nessuno ci diede ascolto. Anche Falcone volle andare oltre sull’argomento, chiese a Giammanco di continuare le indagini ma poi andò a Roma e finì tutto in una bolla di sapone.

Cafébabel: Cosa farebbe oggi La Torre per combattere la mafia, considerando che la mafia è completamente cambiata in questi anni. Quale sarebbe il suo contributo?

Sorrentino: Credo che s’impegnerebbe nella lotta alla corruzione. La sinistra negli anni faceva una distinzione netta tra morale e politica, solo con Berlinguer le due cose entrarono in simbiosi. Oggi La Torre combatterebbe la corruzione che è la madre di tutte le mafie.

In collaborazione con l'associazione "Memoria e Futuro"