PINAR SELEK: UNA DONNA LIBERA CONDANNATA DALLA TURCHIA

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 14 ottobre 2013

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Il 24 gennaio la Corte criminale di Istanbul ha condannato Pinar Selek ad una pena aggravata di ergastolo. Con l'occasione, torniamo sulla vita da combattente di questa sociologa, accusata di terrorismo, perseguitata dalla giustizia turca e in esilio a Strasburgo da un anno.

La sentenza è stata emessa poco prima delle ore 17: la Corte condanna Pinar Selek ad una pena aggravata di ergastolo. Contattata telefonicamente dal giornale turco anglofono Daily Hurriyet, la sociologa si è detta "scioccata dal verdetto, è la prima volta che la Corte mi definisce colpevole". Poichè assente al suo processo, la Corte ha anche emesso un mandato d'arresto per l'accusata. Ora, priva dello status di rifugiata politica che ha sempre rifiutato di richiedere per non mettere a rischio un suo ipotetico ritorno in Turchia, Pinar Selek rischia di essere estradata verso il suo paese d'origine in virtù degli accordi franco-turchi in materia di cooperazione giudiziaria.

UN PROCESSO FIUME

Pinar Selek ha trascorso le ultime ore prima del triste annuncio circondata dai membri del comitato universitario di sostegno creatosi il 16 gennaio grazie all'iniziativa del personale e degli insegnanti dell'università di Strasbourg, dai rappresentanti della città e da svariate associazioni di Strasburgo. Pinar Selek è attualmente dottoranda di sociologia in questa università. Da quasi 15 anni è sottoposta ad una procedura giudiziaria interminabile che si perde in dei meandri kafkiani. Accusata di essere l'autrice di un attentato che ha avuto luogo nel marché aux Epices di Istanbul nel 1998, è stata nonostante ciò assolta tre volte, avendo gli esperti dimostrato che si è trattato di un'esplosione accidentale. I suoi sostenitori denunciano le procedure costellate di incongruenze e le accuse strumentalizzate a fini politici.

Conosciuta per il suo impegno a favore degli esclusi (orfani, SDF...), della causa delle donne, degli omosessuali, dei transessuali, delle minoranze, sono soprattutto le sue inchieste sulla questione curda che hanno portato al suo arresto nel 1998. Fedele all'etica della sociologa, la ricercatrice aveva all'epoca rifiutato di svelare il nome dei suoi contatti nonostante le forze dell'ordine abbiano tentato di estorcergliele sotto tortura.

Da allora le sentenze si susseguono, mettendo sempre di più a rischio l'indipendenza della giustizia turca. L'ultima, che risale al 22 novembre 2012, rivela l'accanimento politico-giudiziario di cui è vittima la studiosa. La piattaforma Nous sommes tous temoins stimava infatti che << il tribunale della corte penale n.12 di Istanbul è rivenuto sulla sua decisione di assoluzione presa il 9 febbraio 2011 in maniera illegale. Per la prima volta nella storia mondiale del diritto, un tribunale ha giudicato nullo e non avvenuto un suo verdetto di innocenza, annullato dalla corte di Cassazione per il quale aveva resistito in passato. Si tratta di una decisione di giustizia in principio irrevocabile, un mandato di assoluzione che solo la Corte di cassazione e lei soltanto ha il potere di revocare. Ritornando il 22 novembre sull'assoluzione che aveva egli stesso stabilito, il tribunale della Corte penale n.12 di Istanbul si è sostituito, in tutta illegalità, alla corte di Cassazione. >>

UNA DONNA DIVENUTA, MALGRADO TUTTO, IL SIMBOLO DELLA LIBERTA' DI RICERCA

Sul viso della giovane donna che affrontava ieri mattina l'assemblea non traspariva nulla. Sembrava posseduta da un'energia inesauribile. Solo l'emozione nella voce tradiva di tanto in tanto la sua inquietudine in merito alla fine del suo calvario. Non desiderava parlare a lungo, ci teneva soltanto a ringraziare per il sostegno ricevuto a Strasburgo e altrove, il quale << gli ha conferito una grande forza>>.

Ha continuato spiegando che le autorità giudiziarie volevano fare di lei un esempio per la società turca. << Mi è stato detto che "se continuavo a fare domande, sarei stata messa in una posizione difficile". Ma io ho continuato a farle! (nell'ambito delle ricerche sociologiche).>>. In effetti, al di là del caso Selek, uno dei nodi di questa buffonata giudiziaria stà nella libertà di ricerca. Proprio accanto alla dottoranda turca, il decano dell'università di Strasburgo ha insistito sulla necessità di differenziare "la politica come oggetto di ricerca" e "la ricerca a carattere politico". <<La politizzazione passiva della ricerca è inevitabile ogni volta che i ricercatori fanno ricerche su dei soggetti che disturbano. Ma questo non deve mettere un freno alla libertà di ricerca.>>

Gli universitari che si sono affollati intorno al microfono hanno salutato unanimamente l'esempio che Pilar Selek dà alla comunità scientifica. <<E' grazie a lei che scopriamo cosa è la libertà. (In qualità di sociologa) lei osserva ma cerca anche di far cambiare le cose>> ha dichiarato il suo direttore di ricerca, Samim Akgonul. Egli stesso ha però aggiunto: <<Ma il suo posto non è qui. La Turchia ha bisogno di lei.>>

<<VOGLIO TORNARE IN TURCHIA>>

Ieri mattina, la vigilanza predominava tra i suoi accompagnatori. Prima del verdetto, alla fine del raduno, l'interessata ha perfino confidato ai giornalisti che <<la sua valigia è pronta>>, ma che avrà l'accortezza di consultare i suoi avvocati prima di tornare nel suo paese.

In ogni caso, la battaglia continua. Ieri, ancora determinata, non dimenticava quegli studenti egli stessi imprigionati per le loro idee.<<Voglio che continuino gli studi!>>. Rendeva omaggio a tutti quelli che hanno trovato il coraggio di montare degli stand nelle università turche per difendere la sua causa al grido di <<Anche noi faremo come Pinar! Vi faremo delle domande!>. Una nota di speranza per questa donna impegnata che aveva appena gridato all'auditorio: <<Siccome ho resistito, tutti hanno visto che era possibile vincere! Penso persino che abbiamo già vinto!>>. 

Photo : Une  © Tania Gisselbrecht ; Vidéo (cc) yaggvideo/YouTube