Piers Faccini: «Adoro gli italiani, ma non la loro politica»

Articolo pubblicato il 09 aprile 2009
Articolo pubblicato il 09 aprile 2009
Il musicista folk inglese, ma con origini partenopee, vive ora nel Sud della Francia. A 34 anni, quest’artista che ha appena fatto uscire il suo terzo album, Two Grains of Sand, pare abbia «una certa idea dell’Europa, forse». Intervista.

Alla guida del suo furgoncino Volkswagen, Pier Faccini ha cercato e trovato il luogo del suo esilio: nelle Cévennes, Francia del Sud, costa mediterranea, ma sulle colline. I protestanti vi avevano trovato rifugio prima di lui per praticare “tranquillamente” il loro culto. Qui si trova bene, nessuno viene a cercarlo. Descrive un paesaggio «luminoso», un silenzio, un orizzonte che è la tonalità prevalente del suo prossimo album, intitolato Two Grains of Sand. «Sono un apolide», afferma calmo, sereno, prestandosi con gentilezza, ma senza brio, al botta e risposta dell’intervista. Padre italiano, madre inglese, Piers Faccini è nato in Gran Bretagna, ma ha vissuto anche al mare, sulla Manica, per poco tempo, e poi in Francia, durante i primi anni di vita. Ne è venuto fuori un artista che si destreggia perfettamente fra tre lingue e che, secondo la biografia pubblicata sul suo sito Internet, ha «una certa idea dell’Europa, forse». In caso di dubbi, Piers Faccini è pronto a spiegare il suo pensiero.

Kora e violino e musica partenopea

«I miei nonni erano immigrati in Gran Bretagna, quindi in me convivono influenze irlandesi, russe, italiane, gitane…Un sogno? Una vena romantica? Ad ogni modo, ho sempre avuto una fortissima curiosità per la varietà musicale di tutte queste zone. Come se fosse scritto nel mio Dna». A 34 anni, questo musicista «amante delle sonorità» si interessa anche di pittura e fotografia: « Sono soprattutto molto curioso. Gioco come un bambino… anche se è una cosa seria». Dopo il primo album, uscito nel 2004, Leave no trace, si è dedicato principalmente alla composizione di canzoni folk, limpide, luminose come un’alba sui monti delle Cévennes. Nella casa dove è nato il suo ultimo disco ci si aspetta di trovare sparsi qua e là strumenti di tutte le parti del mondo. Una kora, per esempio, che arriva dal Mali e che ha imparato a suonare da Ballaké Sissoko. Un violino che spunta fuori dal nulla nel bel mezzo dell’album. Alcuni ricordi del sole creolo. A forza di diluire, resta l’essenza di tutti questi suoni. In dose omeopatica. E poi la scena finale: «Più ci mescoliamo, più ci arricchiamo». Anche in famiglia è lo stesso. Grazie alla moglie italiana, si rimetterà alla guida del suo furgoncino diretto verso Napoli e verso il Paese da dove proviene il suo cognome: «Adoro la musica folk tradizionale del Sud Italia. È ricchissima. Infatti adoro gli italiani, ma non la loro politica!».

Arco e frecce

A qualcuno potrebbe sembrare un tantino nevrastenico. Piers Faccini non è il musicista rock da grandi riff di chitarra. Allo stesso modo affronta la vita, non sempre divertente, in testi che in più punti appaiono un po’ cupi: «Le mie canzoni non esprimono affatto un tormento. Voglio guardare il mondo per quello che è e questo vuol dire affrontare anche dei demoni». «Abbandonarsi alla vita», aggiunge citando la canzone My burden is light (un «fardello» allo stesso tempo «leggero» e «luminoso»). Prima di diventare solista e trovare una casa di produzione a Parigi, Piers Faccini abitava a Londra, dove ha suonato per cinque anni con i Charley Marlowe, a fianco della poetessa Francesca Beard. Il loro «slam» britannico un tempo ha fatto furore sui palchi della una capitale cosmopolita. Fra l’altro, scrive canzoni solo in inglese: «Anche se parlo perfettamente l’italiano e il francese, per scrivere canzoni ci vuole una padronanza totale della lingua. È l’arte di mettere una melodia in parole, trovando ogni volta quelle giuste».

In primavera lascerà la campagna francese per andare in tourné. «È un lusso, ammette, poter registrare le canzoni a casa mia, dove riesco a trovare l’energia giusta, e poi andare a vedere l’altra faccia del mondo, in città, e reincontrare tutte quelle persone con cui posso suonare la mia musica dal vivo». «Jack of all trades, master of none»: avere più frecce al proprio arco, ma non riuscire a mandarne a segno nemmeno una, il detto che lo tormentava da giovane è ormai storia vecchia.