Piena occupazione: la vera manna per i politici

Articolo pubblicato il 21 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 21 marzo 2005

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Tutti i partiti politici, senza distinzioni di orientamento, promettono di condurci alla piena occupazione di qui al 2015. Perfino l’Unione Europea si è imposta quest’obiettivo, ma nessuno si chiede come.

Nonostante il tasso di disoccupazione della zona euro sia cresciuto in gennaio di un decimo fino a raggiungere l’8,9% della popolazione attiva, i politici europei continuano a rifarsi agli obiettivi dell’Agenda di Lisbona secondo i quali verrà raggiunta la piena occupazione entro il 2010. All’interno dei partiti europei, le scadenze vengono un po’ dilatate, ma si è comunque d’accordo nell’affermare la reale possibilità di raggiungere l’ambizioso obiettivo. Tuttavia, il Trattato Costituzionale in materia di lavoro, si manifesta in maniera meno netta. Stando a quanto dice l’articolo 205, si limita a costringere l’Ue al conseguimento di un “livello elevato” di impiego.

Ricette per tutti i gusti

Da una parte, alcuni settori della sinistra europea mostrano la riduzione della giornata lavorativa a 35 ore settimanali come la misura che spianerà la strada verso la tanta desiderata piena occupazione. Non a caso, i recenti massicci scioperi in Francia hanno dimostrato l’appoggio popolare di cui gode questa ricetta economica, consistente nel ripartire il carico lavorativo sulla base di 35 ore settimanali invece che di 40.

Ciò che stupisce è che la destra europea, vicina rappresentante degli interessi della media e grande impresa, aspiri con entusiasmo ad un pieno impiego che in teoria potrebbe mettere in una situazione di debolezza gli imprenditori. I conservatori ed i neoliberali propongono l’applicazione di una formula ben distinta da quella precedente. Si fidano più della classica legge di Bronce dei salari secondo la quale, abbassando i salari, il denaro eccedente può essere investito nella creazione di più posti di lavoro. Di qui l’elevato scetticismo rispetto alle politiche di sussidi alla disoccupazione tipiche di quel keynesianismo acclamato dalla socialdemocrazia europea.

Infine, torna di moda l’idea, da tanto tempo accantonata, di raggiungere il pieno impiego attraverso l’aumento della spesa pubblica. In questo caso, con investimenti e sussidi al consumo finanziati attraverso l’emissione di valori pubblici come i buoni dello Stato.

Il fattore demografico, questo sconosciuto

Non è possibile interpretare un fenomeno economico o sociale senza tener conto della realtà demografica nella quale si sviluppa. È curioso che nessuno parli di ciò. Forse sarà la bacchetta magica sulla quale contano i nostri politici, convinti che gli altri non ne siano a conoscenza. L’idea è semplice, senza che per ciò cadere nel semplicismo: non esiste mercato del lavoro che riesca ad assorbire di punto in bianco un ingresso massiccio di lavoratori, come accadde con l’arrivo al mercato dei milioni di individui nati durante il famoso periodo del baby boom. Negli anni ‘40 e ’50, infatti, si ebbe un incremento spettacolare del tasso di natalità in tutta Europa. Al tempo, i tassi di disoccupazione nei paesi del continente normalmente non superavano il 4%. Questa generazione baby boom incominciò a sbarcare in modo massiccio nel mercato del lavoro a partire dagli anni ‘60 e ‘70, il che coincise con l’aumento dei tassi di disoccupazione. Verso la fine degli anni ‘80 e agli inizi degli anni ‘90 (quando i picchi di disoccupazione furono maggiori), tutta la generazione si trovava ormai in piena età lavorativa. Tuttavia, dalla metà degli anni novanta si è incominciato ad andare in pensione, in un momento in cui i tassi europei di natalità risultano essere i più bassi della sua intera storia. Si calcola che per il 2015 tutti i figli del baby boom godranno della propria vecchiaia senza doversi alzare per andare in ufficio. Il caso spagnolo è paradigmatico. Nel 1962 il tasso di disoccupazione era del 2%; nel 1993, con tutta la generazione prima menzionata in età lavorativa, e con le donne ormai pienamente partecipi nel mondo del lavoro, la disoccupazione era cresciuta fino al 20%. Oggi la Spagna soffre di un tasso poco sotto l’11,5%, un quadro simile al resto dei paesi europei. Neanche l’immigrazione riesce a contrastare l’attuale ribasso della natalità.

La piena occupazione dunque è un affare a buon mercato per i politici. Non dovranno fare molti sforzi. Tutto ciò andrà a compensare il discredito di cui han sofferto in passato per un problema, quello della disoccupazione, che magari non era del tutto colpa loro.